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USA, 1994
VI. La rivoluzione italiana

Nella nostra lingua le parole ‘rivoluzione’ e ‘italiana’, accoppiate, non si sentono spesso. Anziché rivoluzione si adoperano altri termini come rinascimento, oppure risorgimento, che hanno lo stesso inizio ma non hanno lo stesso significato. Neppure riferita a un momento storico e politico in cui calzerebbe a perfezione, cioè il periodo che segue il primo dopoguerra e che chiamiamo invece biennio rosso, la definizione ha mai preso piede, chissà perché. E nel calcio il discorso è lo stesso – ma anche in questo ambito, una rivoluzione italiana esiste.

L’Italia è stato uno dei paesi di grande tradizione calcistica meno influenzato dal calcio totale olandese. Ci sono state esperienze di gioco anche pregevoli (ad esempio gli azzurri ai Mondiali ’78), ma ciascuna di esse poneva come proprio fondamento quel tipo di sintesi tattica passata alla storia come gioco all’italiana1)Vedi infra Spagna, 1982: IX. Italia! Terzo fantastico titolo, e si è proceduto in tal senso sino alla seconda metà degli anni Ottanta. Salvo alcune eccezioni, in Italia si è pertanto saltata una fase storica del gioco (come d’altronde era avvenuto in Olanda, ma con riferimento alla tattica del sistema2)Vedi infra Germania Ovest, 1974: IV. A Clockwork Orange), ovvero si è potuto evitare un’interpretazione eccessiva e fuorviante del calcio totale. Tutto ciò ha creato il terreno fertile indispensabile per l’instaurarsi dell’autentica rivoluzione calcistica di marca italiana, quella di Arrigo Sacchi.

Per l’autorevole rivista francese So Foot è il più grande allenatore di sempre3)Top 100: Les entraineurs, So Foot. Si può dire che Sacchi all’improvviso lanci il calcio almeno due decenni in avanti. Essendo però diffusa in Italia una mentalità che individua nel sotterfugio, nelle scorciatoie, nella furbizia e soprattutto nella fortuna gli strumenti ideali e talvolta unici per raggiungere uno scopo, molti non sono stati in grado di attribuire a Sacchi i suoi meriti. La sua parabola dura poco, dall’autunno ’87 alla finale di Pasadena – meno di sette anni -, ma è dotata di un fulgore accecante. “Sacchi è stato un genio, alla lettera. Ha vissuto di una sola idea. Diverso è il talento. Come diceva Carmelo Bene il genio fa quel che può, il talento fa quel che vuole. Il talento è imparare e mettere quello che impari al servizio delle tue idee. Il genio nasce con un’idea ed è il migliore. È Mozart. Ma non insegna, è sé stesso e basta. Non è ripetibile, non può essere un modello4)Mario Sconcerti, L’arte di conquistare spazio principio e fine del gioco del calcio, Limes n. 5/2016 Il potere del calcio. Ribalta l’abitudine italiana di costruire una vittoria sul difensivismo, il gioco di rimessa, l’adattamento all’avversario, e allontana dalle sue squadre ogni forma di timore riverenziale. Al meglio, il suo gioco si manifesta in un pressing continuo, asfissiante, capace di togliere il respiro all’avversario e non farlo ragionare; in ripartenze veloci e pericolose; in un possesso palla mai fine a se stesso ma indirizzato a colpire avversario. È l’artefice di un calcio spettacolare, di grandiose partite, di un Milan che pare dotato “di un’altra lingua calcistica, che gli avversari sono costretti di volta in volta a provare ad interpretare5)Daniele V. Morrone, Come Sacchi ha cambiato il calcio, l’Ultimo Uomo. Elabora su se stesso un personaggio che divide il mondo del calcio.

Sacchi si ispira al calcio olandese degli anni Settanta, ma lo rilegge, lo aggiorna e lo lascia in dote ai successori. Costruisce una difesa con creatori di gioco come Baresi e Rijkaard, capace di utilizzare in modo massiccio ma intelligente il fuorigioco – sfruttando così a dovere la vecchia interpretazione della regola ancora in vigore – e di mantenere una linea molto alta. Il pressing invece è usato per attaccare, non per difendere, poiché una volta perso il possesso della palla gli attaccanti diventano i primi difensori, e da lì possono dare il via a transizioni letali. Impone l’idea che una squadra si difende avanzando, anziché arretrando, e nonostante questo – o in forza di questo – le sue formazioni generalmente incassano pochi gol (nella prima stagione al Milan, appena quattordici, in campionato). Essenziale è il controllo del gioco e il possesso della palla; la squadra deve rimanere corta, per cui i giocatori senza la palla sono tanto importanti quanto quelli in possesso. I riferimenti sono la palla, lo spazio, gli avversari e i compagni- quindi la squadra deve muoversi in blocco – quindi sono essenziali il senso di posizione e il tempismo, ovvero la capacità di giudizio. Per tale motivo Sacchi vuole giocatori intelligenti, perché il calcio nasce dalla mente, non dai piedi6)Arrigo Sacchi, Calcio totale, Mondadori, 2015.

È ossessivo nella sua idea di lavoro e di costruzione del gioco, sino a farsi del male nei nervi e nel fisico, per il troppo stress. Conduce allenamenti massacranti, mostra videocassette, richiede che i giocatori memorizzino movimenti e posizioni, che assumano automatismi da ripetere in campo. Esalta lo spirito di squadra, che per Sacchi deve funzionare come un’orchestra, e spinge i giocatori al miglioramento, al sacrificio, ma nel contempo alla voglia di divertirsi facendo del bel calcio. Pone tutti sullo stesso piano. Marco van Basten all’inizio non accetta il fatto che l’allenatore lo tratti come tutti gli altri. Dopo le prime, difficili partite di Sacchi alla guida del Milan, van Basten lo critica di fronte ai giornalisti; alla vigilia del successivo turno di campionato, Sacchi avvicina il suo attaccante e gli dice: “Visto che sai molto di calcio, oggi ti siedi vicino a me, così mi spieghi dove sbaglio7)Ibidem, e lo lascia in panchina. Diventato a suo volta allenatore, van Basten ammetterà di avergli creato ogni tanto dei problemi; “se è per questo, me ne ha i pure risolti…”, risponderà l’Arrigo. Non si può dire che i suoi uomini lo abbiano amato – e con ogni probabilità non era ciò che lui stesso cercava -, ma stimato sì, e lo hanno seguito nei suoi insegnamenti.

Nasce a Fusignano Arrigo Sacchi, la città di Corelli, nella Romagna rossa e repubblicana, colma di politica, discussioni, senso civico e piaceri variamente assortiti. Ha poche esperienze come calciatore, giusto a livello dilettantistico, e allena per alcuni anni squadre di secondo piano. Quindi Sacchi non proviene dal mondo del calcio, è un uomo nuovo. La sua carriera è scandita da alcuni momenti chiave.

Nel 1986, come allenatore del Parma (all’epoca in Serie B), elimina il Milan dalla Coppa Italia. Silvio Berlusconi decide di ingaggiarlo per l’anno successivo alla guida dei rossoneri. Da un anno Berlusconi ha rilevato la società e ben presto inizierà a sconvolgere le abitudini del già ricco calcio italiano a suon di acquisti e ingaggi munifici. Al Milan Sacchi trova una società ambiziosa e ben organizzata, che si pone quale obiettivo la ricerca dalla vittoria tramite il bel gioco, ma non solo: il suo predecessore è Nils Liedholm, uno dei pochi all’epoca in Serie A a impostare un gioco a zona. Il Milan vince il campionato 1987/88 inanellando alcune partite memorabili – fra le quali la doppia vittoria sul Napoli detentore del titolo e un derby dominato ben oltre il risultato finale di due a zero.

L’anno dopo è in lizza per il massimo trofeo europeo e agli ottavi di finale il Milan incrocia la Stella Rossa. Pareggia uno a uno a Milano; poi a Belgrado a mezzora dal termine è sotto uno a zero, con un uomo in meno, quando sullo stadio cala un tremendo nebbione: i tifosi salvi accendono fuochi sugli spalti per tentare di diradarla, ma niente da fare, l’incontro è rinviato. E va bene, questa è fortuna, che comunque aiuta gli audaci. La ripetizione finisce con lo stesso risultato dell’andata e il Milan passa ai rigori. In semifinale è in programma Milan – Real Madrid. In Spagna il risultato è un pareggio che sta piuttosto stretto ai rossoneri. Al ritorno il Milan gioca una partita leggendaria, entrata di diritto negli annali, mostrando una “miscela di superiorità tecnica, ritmo dinamico e movimenti ispirati”(Brian Glanville)8) Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012. La squadra che regola il Real con uno storico cinque a zero, è questa: Galli; Tassotti, Baresi, Costacurta, Maldini; Donadoni, Rijkaard, Ancelotti, Colombo; Gullit, van Basten. La stagione si chiude con la conquista della Coppa dei Campioni.

Nel 1990 il Milan bissa il successo europeo nel corso di una complicata finale con il Benfica di Sven-Goran Eriksson – e per molti anni, da allora, nessuna formazione riuscirà a vincere la Coppa per due volte consecutive. Sacchi chiede a van Basten, marcato a uomo, di spostarsi in avanti portando via il difensore perché nello spazio liberato si sarebbe infilato Rijkaard, che lo fa e segna il gol decisivo. Pare un caso, ma il movimento è stato provato almeno trenta volte in allenamento. Quell’anno però ai rossoneri sfugge il titolo nazionale in seguito alla decisiva sconfitta patita a Verona.

La prima gestione Sacchi al Milan (ne seguirà una seconda, ma di scarso rilievo) si chiude nel ’91 con la movimentata eliminazione in Europa per mano dell’Olympique Marsiglia: la partita è interrotta a poco dal termine per lo spegnimento di un riflettore, che poi si riaccende parzialmente; i rossoneri, in svantaggio, rifiutano di tornare in campo e grazie a questa brillante scelta ricevono un anno di squalifica dalle coppe europee. Sacchi ritiene concluso il ciclo per il Milan. Si sbaglia, e lo ammetterà. Arrigo Sacchi è però ormai prossimo all’ultima grande svolta del suo sfavillante percorso, ovvero la panchina della nazionale italiana.

È una nuova enorme sfida: tentare di portare nella selezione nazionale i suoi metodi, la sua idea di calcio e soprattutto i suoi successi. L’esperienza come ct azzurro durerà sino agli Europei del 1996, quando condurrà un’ottima squadra in grado di conquistare il titolo all’eliminazione già al primo turno – per mano delle future finaliste, è vero, ma soprattutto per aver rivoluzionato senza motivo la formazione dopo l’esordio vincente. Ammetterà anche in questo caso l’errore. La nazionale allenata da Sacchi non avrà mai nel complesso un gioco paragonabile a quello del Milan, e forse non era nemmeno pensabile. Ma giunge a sfiorare un clamoroso trionfo.

Il Milan festeggia la Coppa dei Campioni del 1989 – it.eurosport.com

Dopo l’eliminazione da Euro ’92 rimediata in fase di qualificazione, la federazione italiana, presieduta già da qualche anno da Antonio Matarrese, compie una scelta storica nell’affidare la squadra a Sacchi. Non saranno però anni semplici, tra continui alti e bassi, innumerevoli giocatori convocati, cambi di modulo e le critiche dalla stampa (seppur mai paragonabili a quelle ricevute da un suo illustre predecessore, Enzo Berazot).

Nel ’92 fanno ben sperare le vittorie su Germania e soprattutto Olanda, sconfitta tre a due in quella che probabilmente rimane la miglior prestazione azzurra sotto la gestione Sacchi. Iniziano le qualificazioni mondiali e l’Italia parte a rilento, rimediando due pareggi contro Svizzera (in casa) e Scozia (fuori). Il girone è impegnativo ma la selezione azzurra lo risolve in modo brillante, vincendo sette incontri sugli otto restanti e staccando il biglietto per gli USA dopo l’uno a zero sul Portogallo, a Milano, nel novembre del 1993. Gli esiti delle amichevoli dell’anno ’94 non sono però eccezionali: sconfitte rimediate da Francia e Germania, poi tre affermazioni su Finlandia, Svizzera, Costa Rica (e senza subire gol).

L’Italia sacchiana che attraversa l’America nell’estate del 1994 è costruita su alcuni punti fissi, attorno ai quali si avvicendano diversi altri giocatori. Fra questi punti fissi c’è il portiere, Gianluca Pagliuca, da alcuni anni in forza alla Sampdoria e prossimo al trasferimento a Milano, sponda nerazzurra. Sarà il titolare fra i pali tricolore anche quattro anni dopo in Francia, un traguardo notevole se consideriamo quanti validi portieri affollano il panorama italiano in quel periodo.

Nella difesa a quattro dell’Italia spicca la presenza di tre uomini, tutti provenienti dal grande (o dai grandi) Milan di quegli anni. Franco Baresi è un calciatore dalla struttura fisica normale, ma dall’intelligenza calcistica fuori dal comune che ha contribuito a fare di lui uno dei più grandi difensori di sempre. Al Milan sin da giovanissimo, è fra i convocati dell’Italia campione del Mondo nel 1982, ma non scende in campo ed esordisce in nazionale soltanto due anni dopo. Negli Ottanta restano impresse le sfide stracittadine con il fratello Giuseppe, un po’ più anziano, anch’egli professionista e accasato all’Inter. Baresi è un libero di livello sia nella difesa a uomo che in quella a zona. Il suo enorme talento esplode in toto grazie a Sacchi: diventa un disciplinato capo della difesa, capace di leggere il gioco e di sganciarsi in avanti a impostare, e giustamente paragonato a Franz Beckenbauer. Dirà di sé: “Penso che il mio punto di forza non sia mai stato il fisico. Ero un giocatore molto veloce, ma soprattutto ero veloce qui, nel cervello. Questo mi ha aiutato moltissimo. È una cosa naturale. Naturalmente puoi allenarla, puoi migliorare con l’esperienza, ma in ultima istanza è soltanto un dono di natura9)Gary Thacker, Franco Baresi: the man whose effortless defending remains the benchmark almost three decades on, These Football Times.

Alessandro Costacurta detto Billy gioca un ottimo torneo negli Stati Uniti. Come Baresi non ha un fisico possente però è intelligente, benché non raggiunga i vertici del suo compagno di difesa. Migliora col tempo come il vino, anche senza aver più al suo fianco Baresi, e gioca a pallone fino a oltre quarant’anni.

Paolo Maldini è un altro straordinario difensore che regolarmente entra negli elenchi degli undici migliori di sempre. Figlio d’arte (il padre Cesare è stato difensore del Milan nei Sessanta), la sua traiettoria professionale smentisce però il destino mediocre che accomuna molti figli di ex calciatori, poiché porta a termine una carriera ben superiore a quella già pregevole del padre. Gioca a sinistra ma si adatta senza alcuna esitazione anche al ruolo di centrale ed è di fatto completo: lui sì fornito di un fisico forte e solido, ma dotato altresì di una tecnica eccellente e anche di un gran bell’aspetto. Più giovane del compagno di squadra Baresi, costui è ovviamente il suo modello. Vince tanto con il club milanese – sette scudetti, una Coppa Italia, cinque Coppe dei Campioni (e otto finali in totale) – ma incredibilmente resta a secco di titoli con le varie, e fortissime, nazionali italiane di cui fa parte. Un successo che sfiora soltanto, drammaticamente, e in più occasioni: è già accaduto nel 1988 e nel ’90, si ripete negli USA e avverrà di nuovo nel corso degli Europei del 2000. Maldini detiene il record di minuti nella fase finale della Coppa del Mondo (2220), oltre al record di presenze in Serie A nella quale esordisce giovanissimo a metà degli anni Ottanta. La sua lunghissima carriera si chiude nel 2009.

Nel centrocampo azzurro, in posizione centrale, operano Dino Baggio (che non è parente di Roberto) e Demetrio Albertini. Il primo è un’incontrista, ma nel contempo versatile e con un buon senso del gol, ed è protagonista di un percorso prima alla Juve e poi al Parma, nel quale disputa due grandi finali di Coppa UEFA nell’anno dopo il Mondiale. Il secondo è un valido regista in forza al Milan, fra i migliori nel panorama mondiale del decennio. Sulla fascia, ecco Donadoni: creatività, corsa, dribbling, assist sono i tratti distintivi di colui che Platini ha indicato come il miglior giocatore italiano dei Novanta10)Clemente Lisi, The understated finesse of Roberto Donadoni, These Football Times. Sacchi, che l’ha accompagnato per un bel pezzo di carriera, lo stima a tal punto da pronunciarsi così nei suoi confronti: “È l’uomo che ciascuno amerebbe avere come amico11)Ibid.. Poi in avanti, pedina irremovibile è quella occupata da Roberto Roby Baggio.

È una squadra impostata sul 4-4-2 che controlla il possesso palla e solitamente imposta il gioco, composta da ottime individualità e da tre giocatori eccezionali – come detto Baresi e Maldini, e Roby Baggio, di cui si dirà. Alla base della formazione c’è il Milan, poi un po’ di Parma e un po’ di Juventus. Perché nell’anno del Mondiale c’è di nuovo un Milan vincente – ed è quello di Fabio Capello. I rossoneri sono diventati più coperti, meno ossessionati da schemi e movimenti sincronizzati; Capello adotta uno schieramento all’apparenza simile a quello sacchiano, ma con una logica diversa che prevede essenzialmente sei giocatori di copertura e quattro offensivi. Il Milan conquista tre titoli nazionali di fila, rimane a lungo imbattuto in Serie A (58 partite) e raggiunge tre finali di Champions League. Due però sono perse – la prima nel ’93, una sconfitta inaspettata dopo un torneo dominato in lungo e in largo, la seconda nel ’95 -, ma conquista il titolo europeo del 1994 sul Barcellona, in quello che diventa un anticipo del campionato del Mondo.

E nel frattempo, in Italia, Silvio Berlusconi ha messo le mani anche sul potere politico, dopo quello economico e sportivo. Proprio nel 1994 nasce il suo primo governo. David Goldblatt cita al riguardo Debord (“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui, mediato dalle immagini”) per indicare che l’amalgama tra calcio, televisione e politica, intese come industria dello spettacolo, sta rimodellando la società italiana12)David Goldbaltt, The ball is round, Penguin Books, 2007. In peggio.

Paolo Maldini e Roberto Baggio a USA ’94 – storiedicalcio.altervista.org

Al ventunesimo minuto del secondo incontro, opposta alla Norvegia, l’Italia è già con un piede fuori dal Mondiale. L’errata applicazione del fuorigioco – nello specifico Benarrivo sale in ritardo – consente a Leonhardsen di presentarsi solo davanti a Pagliuca, che evita il probabile gol toccando la palla di mano, ma fuori area. In ossequio alle nuove regole Pagliuca è espulso e diventa il primo portiere a ricevere un cartellino rosso nella fase finale della Coppa. Per far spazio al portiere di riserva Marchegiani, il ct azzurro sostituisce Roby Baggio, il quale in mondovisione chiede a sé stesso (e al resto del pianeta) se Sacchi sia impazzito. Oltre tutto, l’Italia ha pure perso la prima partita contro l’Irlanda.

La federazione italiana, fidando sulla massiccia presenza di connazionali immigrati, ha preteso e ottenuto che gli azzurri giochino il Mondiale americano a New York. Pare che la decisione sia stata fortemente ispirata dal governo italiano (guidato, al momento della scelta, da Giulio Andreotti), ma si rivelerà un’opzione sciagurata in virtù delle condizioni atmosferiche – caldo e umido – cui la selezione italiana andrà incontro. Per giunta New York è anche piena di irlandesi, i quali riempiono il Giants Stadium in misura decisamente superiore rispetto gli italiani: morale della favola, Italia – Eire pare si giochi a Dublino. Al dodicesimo minuto, su lancio da metà campo, Costacurta anticipa l’avversario di testa, poi Baresi tocca ma troppo corto; Houghton raccoglie dal limite dell’area e scocca un tiro centrale che Pagliuca battezza fuori – infatti alza il braccio non troppo convinto -, la palla però si abbassa ed entra sotto la traversa. Costretta a inseguire, l’Italia crea poco o niente nel primo tempo, mentre nella ripresa preme di più; è l’Irlanda però a sfiorare il raddoppio con Sheridan, che calcia una sorta di rigore in movimento sulla traversa. Dirà Houghton che gli irlandesi sono stati favoriti dall’aver giocato su di un campo dedicato al football americano, cioè più corto del solito13)Pierre-Philippe Berson, cit.. Per l’Eire comunque è una vittoria storica, ricordata negli anni, mentre per l’Italia resta l’unica sconfitta nei novanta e nei centoventi in tre Mondiali (90, ’94, ’98) e diciannove partite, per altro ininfluente a conti fatti. Tre Mondiali, nessuno dei quali vinto.

Contro la Norvegia, che aveva a sorpresa confitto gli azzurri nelle qualificazioni per Euro ’92, l’Italia è anche partita bene: conclusioni di R. Baggio e Casiraghi di poco alte, colpo di testa di Berti e difficile respinta dell’estremo norvegese Thorstvedt. Rimasta in dieci, si aggiunge la tegola dell’infortunio di Baresi, occorso a inizio della ripresa. Ma a quel punto l’Italia riesce a ottenere un’insperata quanto indispensabile vittoria, frutto dell’esperienza, della capacità e della volontà: il gol decisivo è marcato da Dino Baggio, di testa. Beppe Signori, autore di un’ottima partita, si avvicina al secondo gol con un’azione personale. È un attaccante veloce e dal gran tiro, capace di vincere la classifica cannonieri del campionato italiano per ben tre volte con la maglia della Lazio, ma è spesso utilizzato da Sacchi come esterno di centrocampo. I norvegesi perdono con l’Italia come già era accaduto nel Mondiale del ’38, e troveranno la loro bestia nera pure nella Coppa del Mondo di quattro anni dopo.

Italia – Messico non fuga i dubbi sulla formazione azzurra. Il vantaggio di Massaro a inizio del secondo tempo – è appena entrato in campo – è pareggiato pochi minuti dopo da Bernal. L’intreccio di risultati dà un esito particolare al girone, cioè sono tutte a quattro punti, e pertanto: il Messico, forte di una vittoria per due a uno (l’unica partita del girone in cui una squadra ha segnato più di un gol), passa come primo; l’Irlanda è seconda (grazie allo scontro diretto con l’Italia), la Norvegia fuori perché ha segnato soltanto un gol. Qualche ora dopo l’ultimo incontro, il risultato di Russia – Camerun garantisce all’Italia il passaggio al turno successivo fra le migliori terze. E al minuto settantasei dell’ottavo di finale, che la vede opposta alla Nigeria, l’Italia è nuovamente con un piede (e anche buona parte dell’altro) fuori dal Mondiale.

C’è curiosità attorno alla forza della Nigeria e del calcio africano, i cui progressi sono da anni sotto gli occhi di tutti. Le super eagles hanno conquistato la Coppa d’Africa solo tre mesi prima, in Tunisia, dopo aver battuto lo Zambia in finale per due a uno. Il risultato per gli zambesi è di per sé straordinario, poiché conseguito ad appena un anno dall’incidente nel quale buona parte della nazionale ha perso la vita (l’aereo che li trasportava si è inabissato nelle coste dell’Atlantico al largo del Gabon). Due anni dopo la Nigeria dovrà rinunciare a difendere il titolo in quanto il Sudafrica, nazione ospitante, non gradisce il governo corrotto e dittatoriale di Lagos, ma nello stesso ’96 i nigeriani vincono la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Atlanta contro l’Argentina.

È una squadra muscolare e schierata con una tradizionale marcatura a uomo in difesa, la Nigeria, e quasi tutti i suoi componenti stanno maturando esperienza sui campi europei. Il reparto più valido è il centrocampo, nel quale tre uomini esprimono un’ottima capacità di inserirsi pericolosamente in fase offensiva: Finidi – che si fa notare mimando un cane che orina per festeggiare un gol alla Grecia -, Amokachi e Amunike; completano il reparto il giovane e valido Okocha, titolare fisso della squadra per molti anni ma lì in America impiegato a tempo pieno solo contro l’Italia, e Oliseh, utilizzato anche in difesa. L’esordio contro la Bulgaria (il cui autentico valore è ancora tutto da scoprire, in quel momento) è folgorante: tre azero frutto delle realizzazioni di Yekini, Amokachi e Amunike. I nigeriani impressionano, benché mostrino nel contempo alcune pericolose amnesie in fase di impostazione nella propria metà campo, ma in attacco sono devastanti. Sconfitti di misura dall’Argentina, la vittoria sulla Grecia consegna ai nigeriani il passaggio del turno. A posteriori l’allenatore olandese Clemens Westerhof ricorderà un caos organizzativo e un albergo pieno di donne, nonostante la proibizione del sesso prima delle partite; Amunike invece parla di un gruppo unito e di un buon ambiente14)Toni Padilla, Los anos selvajes del futbol nigeriano, Panenka n. 65. Ma quell’anno, negli USA, l’idea che la Nigeria potesse diventare il crack del Mondiale era davvero molto concreta: nonostante altre formazioni siano arrivate anche più avanti nella Coppa, sino ai quarti di finale (quattro anni prima e poi ancora nel 2002 e nel 2010), forse mai come allora l’Africa è stata così vicina a poter dare l’assalto al cielo calcistico.

Italia in campo con: Marchegiani; Mussi, Costacurta, Maldini, Benarrivo; Donadoni, Albertini, Berti (sostituito da Dino Baggio all’intervallo), Signori; R. Baggio, Massaro. Risponde la Nigeria: Rufai; Eguavoen, Okechukwu, Oliseh, Nwanu, Emenalo; Finidi, Okocha, Amokachi, Amunike; Yekini. Si gioca al Foxboro Stadium di Boston, di primo pomeriggio, il 5 luglio 1994; non è una partita bella, ma nell’economia del torneo è decisiva. Alla fine si conteranno un espulso e nove ammoniti, dei quali il primo, Emenalo, dopo soli due minuti, e un arbitro – Brizio Carter, messicano – che nel complesso peccherà un po’ troppo di protagonismo.

Il ritmo di gara è intenso, fisicamente i nigeriani stanno bene ma gli italiani comunque sono intraprendenti e provano a controllare il gioco. La Nigeria si affida al contropiede; l’Italia ha la meglio nella zona centrale del campo, però crea poco: all’undicesimo Signori scappa sulla fascia e crossa per Baggio, il cui tiro è respinto da difensore; dieci minuti dopo, punizione di Signori in area e Maldini sfiora la deviazione sotto rete. La svolta dell’incontro si produce al minuto ventisei: corner da sinistra per la Nigeria calciato da Finidi, la palla giunge a Maldini che fa da sponda involontaria per Amunike, il quale può infilare facilmente al volo di sinistro, anticipando l’uscita del portiere. Africani avanti così uno a zero.

In svantaggio, il gioco dell’Italia procede come prima, con azioni un po’ troppo elaborate, quindi prevedibili, e in un’occasione gli azzurri sbandano pericolosamente in difesa, quando Costacurta è costretto al fallo da ammonizione per fermare Yekini. Poi Amokachi, infortunato, lascia il posto ad Adepoju. Dopo il trentacinquesimo l’Italia vive il suo momento migliore e sfiora il gol tre volte di testa: su cross di Donadoni, Massaro, anziché verso la rete, indirizza verso Baggio, che viene spostato dal difensore; poco dopo cross di Benarrivo e ancora Massaro, di poco alto; poi ci prova Maldini, che sbuca solo a destra e manda fuori. Il vantaggio nigeriano non è completamente meritato. Nell’Italia continua a preoccupare Roberto Baggio, che si è visto davvero poco.

La fortuna non assiste gli azzurri quando, a secondo tempo appena iniziato, l’Italia coglie il palo con un tiro al volo di Dimo Baggio. Ma la partita ormai si è messa sui binari giusti per i nigeriani, che attendono, tentano qualche rara sortita in contropiede e spezzettano il gioco. Dal prolungato possesso palla italiano non nascono azioni pericolose; la squadra è in calo – nei secondi tempi sarà una costante sino alla fine del torneo -, Baggio sembra un fantasma, mentre Sacchi, in polo e pantaloni della tuta completamente antiestetici, si sgola a bordo campo. Così a un quarto d’ora dal termine, il rosso sventolato a Zola, da poco subentrato a Signori, sembra dare il colpo di grazia alle velleità azzurre. Si tratta di un’espulsione folle, una delle più immeritate della storia: Zola perde palla in area, spintonato da Eguavoen, poi la recupera anticipando l’avversario che si butta terra – ma probabilmente non c’era neanche fallo. Talento italiano emergente, Zola si inginocchia a terra comprensibilmente distrutto: saranno i suoi unici dodici minuti nella Coppa del Mondo.

Con la retroguardia scoperta, Maldini stende Yekini lanciato a rete e rimedia solo l’ammonizione. Però la Nigeria non affonda, non approfitta della situazione di estremo vanatggio, nel risultato e nel morale; forse eccede in sicurezza e di sicuro in passaggi inutili. E a un minuto dal termine, accade questo. Azione azzurra sulla destra – come gran parte degli attacchi italiani in questo secondo tempo; Mussi entra in area, vince un rimpallo e passa in mezzo, appena dentro l’area. Lì c’è Roberto Baggio. Tira di destro, di prima, un basso rasoterra che attraversa una selva di gambe e si infila nello spiraglio tra Rufai e il palo, dentro la rete. Gol, uno a uno! Una botta tremenda per i inigeriani e altresì la svolta dell’intero Mondiale.

Nonostante l’inferiorità numerica, nei supplementari l’Italia pare in netto controllo. Sfiora il gol di testa con Dino Baggio, ma nell’azione successiva si rivede la Nigeria: Yekini buca i due centrali azzurri e si presenta di fronte a Marchegiani, la cui pronta e decisiva uscita salva risultato. Al minuto centodue Benarrivo riceve al limite dell’area e lascia la sfera a Roby Baggio, rinato; Baggio lancia Benarrivo in area, che viene steso da Eguavoen. Calcio di rigore. Lo stesso Baggio va sul dischetto, calcia perfetto a fil di palo, e l’Italia adesso è in vantaggio! Subito dopo Dino Baggio spazza via quasi sulla linea un pericoloso attacco nigeriano, e sul lato opposto il suo omonimo in attacco ubriaca la difesa avversaria e tira, senza esito, togliendo un po’ la palla a Massaro. Nei supplementari la partita è diventata divertente e molto combattuta.

Nel secondo tempo Mussi ha problemi e l’Italia di fatto resta in nove, anche se il difensore rimane in campo perché le sostituzioni sono finite. Gli sforzi dei giocatori italiani, dopo due ore di battaglia e sotto di quasi due uomini, sono assolutamente epici: Baggio alza la squadra e raccoglie falli; dall’altra parte è Okocha che prova a guidare la riscossa della sua nazionale, ma gli attacchi nigeriani sono molto confusi e improduttivi. La partita si chiude sul due a uno, un risultato inaspettato solo mezzora prima. Per la Nigeria è un tremendo risveglio da un sogno a lungo accarezzato, il sogno di tutto un continente – l’Italia festeggia, è ancora viva, è ai quarti.

Celebrazione di un gol in semifinale – storiedicalcio.altervista.org

Vista la determinazione messa in campo nella vittoriosa sfida con i nigeriani, la possibilità che l’Italia raggiunga per la quinta volta una finale del Mondiale ormai non pare più un’idea avventata. E sembra inoltre nuovamente a tornato a disposizione il talento del suo figliol prodigo, Roberto Baggio. Sulla strada azzurra resta intanto la Spagna – e poi ancora, eventualmente, la Bulgaria.

Sorteggiata in un girone non difficile, la nazionale iberica rischia di complicarlo dopo soli venticinque minuti minuti di gioco nel primo incontro – che la vede opposta alla Corea del Sud -, quando Nadal è espulso. Alla fine si chiude sul due a due, con i gol coreani segnati negli ultimi cinque minuti. Dopo il pari con la Germania e l’affermazione sulla Bolivia, la Spagna si qualifica per gli ottavi dove la aspetta un avversario stavolta impegnativo, la Svizzera.

La squadra elvetica non vince una partita ai Mondiali dal torneo casalingo del lontano 1954; qualificatasi nelle edizioni del ’62 e del ’66 – quando rimedia solo sconfitte -, assiste alla fase finale della Coppa attraverso la televisione sino a USA ’94. Qui però schiera una squadra di tutto rispetto: allenata dall’inglese Hodgson, ha nel centrocampista Sforza e negli attaccanti Knup, Chapuisat e Sutter gli elementi di maggior pregio. Impressiona nella fase a gironi quando regola la solida Romania con un perentorio quattro a uno, grazie a un Sutter scatenato. Nella sfida tra gli svizzeri e gli spagnoli sono assenti i due giocatori più in forma, Sutter per infortunio da una parte e Caminero per squalifica dall’altra. Fra le due, è la Svizzera che paga il conto più salato. Termina tre a zero per gli spagnoli, ma la partita è più equilibrata di quanto dica il risultato finale. Nel primo tempo Zubizarreta salva sullo svizzero Bickel; poco dopo Hierro salta in blocco la difesa avversaria allineata sulla propria tre quarti e arriva solo davanti a portiere, spedendo la sfera in rete – ma gli svizzeri lamentano un fallo su Chapuisat, non sanzionato nell’azione appena precedente. Nella ripresa Goicoechea timbra subito il palo svizzero. Intorno a metà del tempo i rossocrociati sfiorano il pareggio ma Zubizarreta è decisivo nel salvare la propria porta su deviazione ravvicinata di Knup e su tiro da fuori di Chapuisat. Poi la Spagna chiude la pratica con Luis Enrique e Beguiristain su rigore.

In terra spagnola sono quelli gli anni del Barcellona allenato da Cruyff, la squadra giunta nel 1994 al culmine del proprio percorso con la conquista del quarto campionato consecutivo (tre dei quali acciuffati all’ultima giornata) e protagonista anche in Europa: vittoria in Coppa delle Coppe nel ’90 e finale nel ’91, sconfitto dal Manchester United (le inglesi tornano nelle coppe europee dopo la squalifica post-Heysel e sono immediatamente protagoniste); campione d’Europa nel ’92 e vice-campione nell’anno del Mondiale. Per le loro imprese e il gioco sfoggiato, i blaugrana di Cruyff sono detti il dream team, come la nazionale americana di basket che schiera per la prima volta i professionisti ai Giochi di Barcellona ’92 e trionfa con un margine medio a partita di 44 punti sulle avversarie. È la squadra di pallacanestro più forte di sempre – Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird, Scottie Pippen e via via tutti gli altri -, per alcuni la selezione sportiva tout court più grande di sempre. Cruyff cambia il calcio spagnolo e pone le basi per i trionfi che arriveranno venti anni più avanti. Al momento però le furie rosse non sono ancora così influenzate da quell’esperienza, benché molti uomini provengano dallo stesso club blaugrana (sei su undici sia contro la Svizzera, che contro l’Italia). Il ct Clemente schiera la squadra con il libero e il 5-4-1. Può contare su di una solida difesa composta dal blocco barcellonese: Nadal (zio del futuro grande tennista Rafael Nadal), Ferrer e Sergi, oltre al portiere Zubizarreta. Sfrutta il contrattacco la Spagna, ma segna parecchi gol e con diversi giocatori, e inoltre ha trovato nel centrocampista Caminero un elemento in ottima condizione.

A Boston, in occasione del quarto di finale tra Italia e Spagna, l’umidità al cento per cento e il caldo afoso creano una nebbia che obbliga addirittura ad accendere i riflettori dello stadio, nonostante si giochi di primo pomeriggio. Nell’Italia Signori parte dalla panchina per lasciare spazio a Conte, un centrocampista vero – l’attaccante laziale entrerà nella ripresa; la Spagna schiera in attacco il solo Luis Enrique. Gli azzurri partono bene e fanno propria la prima frazione di gioco. Dopo un quarto d’ora Massaro scappa sulla destra e mette in mezzo per Roby Baggio, la cui conclusione è provvidenzialmente deviata da Ferrer in angolo. Al minuto venticinque Donadoni serve Dino Baggio che scaglia un gran fendente da trenta metri e regala l’uno a zero per l’Italia. Poi ancora un’efficace ripartenza consegna la sfera a Roberto Baggio, pregevole assist per Conte e palla calciata fuori.

Ma nella ripresa la musica cambia. La Spagna spinge maggiormente e raggiunge il pareggio tredici minuti dopo il fischio di inizio grazie a Caminero e alla deviazione decisiva di Benarrivo. Il pendolo dell’incontro passa dalla parte delle furie rosse, avvantaggiate nel fisico da tre giorni di riposo in più: Goicoechea, autore di un ottimo mondiale, ci prova dalla distanza con un tiro ancora deviato, ed è splendida la risposta di Pagliuca (che rientra dopo la squalifica); Luis Enrique reclama un rigore per fallo di Conte. L’Italia ci prova comunque e Berti – entrato a partita in corso – impegna seriamente Zubizarreta. Al minuto ottantadue si assiste ad una nuova grande occasione spagnola con Salinas (altra punta, entrata nella ripresa) lanciato a rete verso Pagliuca, che esce e chiude lo specchio della porta; è poi il turno di Hierro a tirare da fuori area ma Pagliuca, diventato decisivo, alza in angolo.

Si capisce ormai che la sofferenza è la costante di questo Mondiale per l’Italia (non è un caso se la mattina stessa La Gazzetta dello Sport sia uscita con questo titolo: “Italia facci soffrire – Ma vai avanti”) e si capisce che gli azzurri, alle corde, a questo punto possono contare soltanto sul puro talento degli uomini in campo per tentare di risolverla. E questo è ciò che accade. A due dal termine Donadoni riavvia l’azione azzurra per Signori, a metà campo, che anticipa il difensore spagnolo aprendo al volo per Roberto Baggio, sulla sua destra. Baggio penetra in area palla al piede, salta il portiere, ma pare allargarsi troppo – con oltretutto Abelardo in recupero: ma senza pensarci un attimo, con una prodigiosa, velocissima torsione, tira in porta e segna. È due a uno per l’Italia. Nel lunghissimo recupero avviene poi la famigerata gomitata di Tassotti a Luis Enrique, in area di rigore e a palla lontana, non sanzionata dall’arbitro. L’attaccante spagnolo termina l’incontro con il viso insanguinato, mentre Tassotti riceverà otto giornate di squalifica attraverso un primo e non regolamentato utilizzo della prova televisiva in ambito calcistico.

New York, 13 luglio 1994, semifinale del Mondiale. L’immagine televisiva si apre su un termometro impietosamente fermo a 37 gradi. Per l’Italia scendono in campo: Pagliuca; Mussi Costacurta, Maldini, Benarrivo; Donadoni, D. Baggio, Albertini, Berti; R. Baggio, Casiraghi. La Bulgaria schiera la stessa formazione che ha eliminato i campioni in carica. In questa semifinale – la sua miglior prestazione nel torneo – l’Italia gioca un primo tempo strepitoso, mostrando un calcio veloce e implacabile. Il giudizio positivo coinvolge l’intera formazione azzurra, ma su tutti brillano la regia di Albertini in mezzo al campo e il genio di Roberto Baggio in attacco.

Al ventesimo minuto, ricevuta palla da rimessa laterale, Baggio corre in orizzontale, salta due uomini e lascia partire un tiro a giro verso il palo lontano che conclude la sua traiettoria in rete per l’uno azero dell’Italia. Albertini coglie il palo da lontano, poi obbliga Mihailov a esibirsi in una grande parata, sempre su tiro da fuori. Cinque minuti dopo il gol del vantaggio, Albertini pesca Baggio in area che scatta lasciando sul posto i difensori bulgari e incrocia in rete il raddoppio italiano. La partita sembra già chiusa e Sacchi sorride soddisfatto, forse per la prima volta dall’inizio del Mondiale. Sul due a zero l’Italia continua ad attaccare e Dondaoni sfiora l’incrocio dei pali. Poi verso la fine del tempo la pressione italiana cala: la Bulgaria si fa finalmente avanti con tiro pericoloso di Balakov che termina a lato di poco, al quale risponde Maldini di testa, su angolo, mandando a fil di palo. A due minuti dallo scadere Sirakov penetra in area italiana ed è steso in concorso da Costacurta (da dietro) e da Pagliuca (in uscita). Calcio di rigore e rete di Stoichkov per un insperato due a uno, dopo un tempo pressoché a senso unico.

Nonostante la partita sia stata riaperta, nella ripresa non accade poi molto, complici le condizioni atmosferiche in cui si disputa: l’Italia rallenta il gioco e controlla la situazione, la Bulgaria prova ad attaccare ma non crea pericoli. Il risultato regge quindi sino al triplice fischio, ma ci sono un paio di eventi di particolare rilievo. Al minuto sessantuno Costacurta entra su Stoichkov in maniera fallosa e subito dopo pensa “Billy, sei proprio un pirla15)Federico Buffa, Carlo Pizzigoni, Storie mondiali, Sperling & Kupfer, 2014 ammonito, salterà una finale che avrebbe davvero meritato. Dieci minuti dopo Baggio è sostituito poiché lamenta un preoccupante dolore alla coscia destra.

Finisce due a uno e per gli azzurri significa finale di Coppa del Mondo, dodici anni dopo il Bernabeu. La rivoluzione italiana è a un passo dalla conquista del potere. Fra giocatori e personale azzurro festanti, le riprese televisive scovano l’immagine di chi ormai è assurto al ruolo di protagonista assoluto di questo Mondiale: Roberto Baggio cammina abbracciato al grande attaccante Gigi Riva, lì in veste di dirigente accompagnatore, e piange.

References   [ + ]

1. Vedi infra Spagna, 1982: IX. Italia! Terzo fantastico titolo
2. Vedi infra Germania Ovest, 1974: IV. A Clockwork Orange
3. Top 100: Les entraineurs, So Foot
4. Mario Sconcerti, L’arte di conquistare spazio principio e fine del gioco del calcio, Limes n. 5/2016 Il potere del calcio
5. Daniele V. Morrone, Come Sacchi ha cambiato il calcio, l’Ultimo Uomo
6. Arrigo Sacchi, Calcio totale, Mondadori, 2015
7. Ibidem
8. Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012
9. Gary Thacker, Franco Baresi: the man whose effortless defending remains the benchmark almost three decades on, These Football Times
10. Clemente Lisi, The understated finesse of Roberto Donadoni, These Football Times
11. Ibid.
12. David Goldbaltt, The ball is round, Penguin Books, 2007
13. Pierre-Philippe Berson, cit.
14. Toni Padilla, Los anos selvajes del futbol nigeriano, Panenka n. 65
15. Federico Buffa, Carlo Pizzigoni, Storie mondiali, Sperling & Kupfer, 2014