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USA, 1994
V. Vento dell’est, vento del nord (2)

Oltre alla ripresa del calcio est-europeo, il Mondiale americano è altresì testimone dell’ottimo momento vissuto dalle squadre scandinave. Gran merito di tale successo è da attribuire alla Svezia, formazione già protagonista di un ottimo Europeo e capace di raggiungere l’insperato traguardo delle semifinali mondiali. Ma negli USA non ci sono solo gli svedesi: dopo sessant’anni, ritorna alla fase finale della Coppa anche la Norvegia.

Inserita in un girone di qualificazione tutt’altro che agevole, la selezione norvegese riesce a imporsi su Olanda, Inghilterra (entrambe sconfitte in casa), Polonia, Turchia e anche la Repubblica di San Marino, per la prima volta in corsa per un posto ai Mondiali. La Norvegia che giunge negli Stati Uniti come la possibile sorpresa del torneo, è una formazione che presenta elementi interessanti soprattutto in difesa – Bratseth, Bjornebye e Berg militano infatti nelle principali leghe europee; c’è anche un valido portiere, Thorstvedt, ma è piuttosto debole in attacco e la difficoltà di andare a segno si farà sentire nel torneo. Partono bene i norvegesi regolando il Messico nei minuti finali dell’incontro grazie a una rete (l’unica che riescono a infilare) del centrocampista Rekdal. Poi però si afflosciano e, dopo lo zero zero contro l’Eire nell’ultimo incontro, sono eliminati da un girone difficile ed equilibrato, in cui è necessario contare le reti segnate per decidere la classifica. Ma la Norvegia riuscirà a qualificarsi anche per il Mondiale successivo, dove sarà in grado migliorarsi.

La manifestazione che più di tutte certifica la forza attuale del calcio scandinavo è stata giocata due anni prima, tra l’altro proprio in Svezia, e si parla dei campionati europei 1992. È l’edizione più marcatamente centro-nord europea della storia del torneo. Il titolo è assegnato con grande sorpresa alla Danimarca, una nazionale che nemmeno doveva far parte delle otto finaliste: giunge infatti seconda nel suo girone di qualificazione alle spalle della Jugoslavia, ma la guerra che infuria in questo paese induce la UEFA a estromettere gli slavi e quindi a richiamare i danesi. Molti giocatori sono già in ferie. Fatti in fretta i bagagli, i danesi compiono in Svezia un’impresa calcistica pressoché unica e poi, memori di chi gli ha fatto strada e di cosa sta passando quel popolo, doneranno i loro premi in denaro alle vittime del conflitto nell’ormai ex-Jugoslavia.

La Danimarca diventa campione d’Europa sfruttando a dovere i vuoti lasciati e le lacune di nazionali ben più accreditate: l’Italia, forse la squadra europea più forte del quadriennio, che è superata in fase di qualificazione dall’ultima Unione Sovietica di sempre; la nazionale francese, eliminata dai danesi nel girone della prima fase; l’Olanda, sconfitta in semifinale. Due volte in vantaggio, i campioni in carico sono raggiunti dai danesi e poi battuti ai rigori, dove l’errore decisivo è da van Basten. Infine a cadere sotto i colpi danesi è una Germania non eccelsa ma sempre competitiva, uscita vincitrice in semifinale sui padroni di casa svedesi ma sconfitta nell’ultimo atto per due a zero.

Nella nazionale danese del ’92 manca il giocatore più rappresentativo, ovvero Michael Laudrup, in rotta con il tecnico Moller-Nielsen; c’è invece suo fratello Brian e ci sono giocatori che senza dubbio disputano un torneo di gran pregio come Schmeichel (destinato a diventare uno dei migliori portieri al mondo), il terzino Sivebaek, il mediano Vilfort. Proprio Vilfort, autore del decisivo gol del raddoppio danese in finale, è ricordato per una vicenda dolorosa e toccante che accompagna la sua esperienza in questi Europei. La figlia Line di otto anni è ammalata di leucemia; si aggrava proprio durante il torneo e pertanto, al fischio finale di ogni partita, il padre corre al suo capezzale. Farà così sino all’ultima partita del torneo, ma Line muore poche settimane dopo. Non ci sono dubbi che Vilfort avrebbe scambiato qualsiasi trionfo calcistico con una mediocre carriera da dilettante, se fosse servito per avere a fianco a sé la sua bambina anche un solo minuto in più. Ma dall’immensa tragedia emerge la dolcissima, struggente immagine di un uomo che vince il campionato europeo di calcio soltanto per raccontare un’ultima, magnifica storia alla sua piccola figlia morente.

Ai Mondiali del ’94 però la Danimarca non ci arriva, eliminata in fase di qualificazione da Spagna ed Eire. I danesi giungono all’ultima giornata in testa al girone ma perdono uno a zero contro la Spagna, pur essendo un uomo in più per quasi tutto l’incontro in seguito all’espulsione di Zubizzarreta; nel contempo l’Irlanda li eguaglia in classifica sia come punti sia come differenza reti, ma è qualificata in virtù del maggior numero di gol segnati. C’è invece la Svezia, che vince il suo infuocato girone di qualificazione: decisivi in merito sono la vittoria sui bulgari per due a zero e il pareggio casalingo contro una Francia ancora con il vento in poppa, agguantato da Dahlin all’ultimo minuto.

Il ct svedese Tommy Svensson, la cui carriera di allenatore si è svolta tra Svezia e Norvegia, può contare su una valida rosa di giocatori provenienti da diversi campionati europei. Schiera i suoi uomini con un canonico 4-4-2. L’esperto Thomas Revelli è in porta. I titolari in difesa sono Nilsson, Bjorklund, Patrick Andersson e Ljung. Molto interessante è il reparto centrale dotato di tecnica e creatività, così composto: Thern (del Napoli, poi alla Roma), Ingesson (PSV Eindhoven) e Schwarz (in forza al Benfica, poi un anno all’Arsenal e poi ancora Fiorentina). Un po’ più avanti opera Thomas Brolin, il miglior talento della squadra e autore di uno splendido Mondiale. Brolin è una seconda punta o un centrocampista avanzato ed era già in campo nella Coppa del ’90, seppur molto giovane; esplode poi definitivamente nel corso degli Europei ’92, dove segna tre gol dei quali uno fantastico all’Inghilterra. Nel forte Parma dei primi anni ’90 è uno degli uomini chiave. Pochi mesi dopo il Mondiale, con la sua formazione in lotta per il titolo italiano, si rompe un piede durante un incontro della nazionale; quando torna in campo non riuscirà più a essere lo stesso giocatore di prima.

La pericolosa coppia d’attacco è formata da Dahlin del Borussia Moenchengladbach e da Kennet Andersson del Lille (poi per molte stagioni in Italia), che parte dalla panchina soltanto nel primo incontro e poi sarà titolare inamovibile. Fra le riserve subentra sovente a partita in corso Henrik Larsonn. Quello avanzato è il reparto decisivo nella Svezia del ’94, in grado di segnare quindici gol in tutto il torneo, e i mattatori della squadra sono Andersson (5 reti e 2 assist), Brolin (3 reti e 4 assist) e Dahlin (4 reti, 1 assist).

All’esordio la Svezia deve affrontare la nazionale del Camerun: Liung porta subito in vantaggio gli scandinavi, ma Embe pareggia e all’inizio della ripresa Omam Biyck, con un guizzo da opportunista, anticipa Revelli e mette a segno il vantaggio camerunense. Gli africani sembrano tornati ai fasti di quattro anni prima, ma non è così. Dahlin pareggia appoggiando in rete il pallone dopo una traversa colpita da Larsonn dalla distanza, poi la Svezia attacca ancora, ma il risultato rimane fermo sul due a due.

Non semplice è il secondo impegno che attende gli svedesi, ovvero la Russia. Anche in questo caso la Svezia va in svantaggio e poi è abile a recuperare – e non sarà l’ultima volta nel torneo. Dopo quattro minuti di gioco Salenko segna su rigore l’uno a zero per i russi. Sul finire del primo tempo Dahlin timbra la traversa, poi tenta di colpire di testa in tuffo ma è ostacolato in modo irregolare: calcio di rigore che Brolin calcia in rete. Nella ripresa Radchenko lambisce il palo svedese da buona posizione, e poco dopo c’è la svolta della partita: Gorlukovich è espulso per doppia ammonizione. Allora la Svezia attacca – Dahlin e Brolin sono scatenati. Su cross di Thern, il tuffo di Dahlin vale il due a uno, ed è ancora Dahlin, stavolta su cross di Kennet Andersson, a siglare il definitivo tre a uno che praticamente vale gli ottavi di finale. È una bella Svezia.

Nella terza sfida del girone, Brasile e Svezia anticipano la partita ben più importante che disputeranno di lì a qualche giorno. Ad entrambe basta un pareggio (al Brasile già qualificato per chiudere la primo posto, alla Svezia per passare il turno) e pari sarà, ma con gol di fattura pregevole. Il vantaggio svedese nasce da un passaggio di Brolin per Andersson, che controlla di petto e poi di esterno destro inventa uno splendido pallonetto che scavalca Taffarel; il pareggio brasiliano è il frutto di una bella azione personale di Romario, che sfonda centralmente e mette la palla nell’angolino basso alla sinistra del portiere. È il passaggio alla fase a eliminazione diretta per la Svezia, dove affronteranno un avversario che pochi si aspettavano alla vigilia.

L’Arabia Saudita in quegli anni è diventata la migliore squadra asiatica, sostituendo così l’Iran nella gerarchia continentale. Vince la Coppa d’Asia nel 1984 e nel 1988, e la vincerà di nuovo due anni dopo il Mondiale; perde invece il titolo nel 1992 per mano del Giappone, la nazionale che a sua volta di lì a qualche anno prenderà il suo posto come squadra da battere nel continente asiatico. È la prima volta che i sauditi approdano ai Mondiali, poi ne giocheranno ancora tre di fila, ma dopo il ’94 non saranno più in grado di aggiudicarsi un incontro. Un episodio in fase di qualificazione ribadisce ancora una volta l’influenza che, da quelle parti, il potere politico esercita sul calcio (e non solo). Dopo un pareggio contro l’Iraq, il ct brasiliano Candido e l’intero suo staff si dimettono in risposta alle interferenze dei principi reali, che durante la partita hanno imposto – e ottenuto – la sostituzione di un giocatore. L’olandese Beenhakker siederà poi sulla panchina dell’Arabia Saudita per tre mesi, e quindi sarà il turno dell’argentino Solari, alla sua prima esperienza di rilievo internazionale. Il suo nome pare sia stato suggerito al re in persona dal presidente argentino Carlos Menem1)Yousef Teclab, The american dream: Saudi Arabia’s momentous 1994 World Cup campaign, These Football Times.

È una squadra con l’età media piuttosto bassa, ma in grado di figurare davvero bene nella rassegna iridata. Dopo una sconfitta onorevole subita dall’Olanda, i sauditi battono il più accreditato Marocco due a uno in un Giants Stadium incredibilmente stracolmo nonostante la partita non sia certo di cartello. Il gol della vittoria è firmato da Amin con un tiro dalla distanza senza alcuna pretesa, lasciato colpevolmente entrare dal portiere marocchino. Ma la decisiva e inattesa affermazione della formazione asiatica prende corpo nella sfida contro i belgi (già qualificati). I sauditi vincono per uno a zero grazie a un’incredibile azione solitaria di Owairan, che dalla propria tre quarti arriva sino in area avversaria palla al piede, dopo aver saltato quattro uomini, e sull’uscita di Pred’homme calcia in rete. È il gol su azione personale più bello del torneo, ma Owairan non potrà mai trarre vantaggio dalla grande fama ottenuta a livello mondiale poiché il suo Paese vieta l’espatrio dei calciatori. Tempo dopo verrà sorpreso a bere alcolici in un night club durante il mese del ramadan: il repressivo e oscurantista regime saudita lo condannerà al carcere, nonché a un anno di squalifica dai campi di gioco, ponendo a serio rischio la sua carriera di calciatore. Owairan riuscirà però a scendere in campo anche nel Mondiale successivo con la sua nazionale.

Nell’ottavo di finale fra svedesi e sauditi, il gran caldo di Dallas all’ora di pranzo dovrebbe in teoria favorire i sauditi, ma è la maggior classe calcistica degli svedesi a decidere l’incontro. Al sesto minuto un classico gol alla svedese – traversone di Andersson, colpo di testa a rete di Dahlin – mette subito la partita in discesa per gli europei. Il raddoppio di Kennet Andersson a inizio ripresa è un rasoterra da fuori area. Poi i gol di Al-Ghashiyan e ancora di un incontenibile Andersson marcano il tre a uno definitivo che significa quarti di finale per la Svezia.

Gheorghe Hagi palla al piede contrastatro da Mild in Svezia-Romania – rivistaundici.com

A San Francisco, o più precisamente nello stadio dell’Università di Stanford, svedesi e romeni scendono in campo per giocarsi una semifinale mondiale che sarebbe storica per entrambe. La Svezia schiera: Revelli; R. Nilsson, P. Andersson, Bjorklund, Liung; Schwarz, Mild (sostituisce Thern squalificato), Ingesson; Brolin; Dahlin, K. Andersson. La Romania risponde con: Prunea; Prodan, Belodedici, Popescu; Petrescu, Lupescu, Hagi, Munteanu, Selymes; Dumitrescu, Raducioiu.

La selezione romena, artefice assieme alla Bulgaria del vento calcistico che torna a spirare dall’Europa orientale sul campionato del Mondo, sinora è stata l’esecutrice dal Sudamerica. Dopo la prestigiosa e convincente affermazione all’esordio sulla Colombia, e l’inaspettata a pesante sconfitta subita dalla Svizzera, la Romania ha affrontato l’Argentina agli ottavi e l’ha eliminata dal Mondiale. Per Hagi la vittoria sugli argentini è stata come una seconda rivoluzione rumena che ha seguito la prima, cioè quella che ha abbattuto il regime di Ceausescu, e senza alcun dubbio è stata la più grande affermazione nella storia del calcio nazionale2)Dumitrescu double downs Argentina, FIFA.com. Lo stesso ricordo dei bulgari.

Sulla panchina dei romeni siede una loro istituzione calcistica, Anghel Iordanescu: campione d’Europa nel suo ultimo anno come giocatore della Steaua, conduce la squadra di Bucarest alla finale di Coppa dei Campioni del 1989, ma stavolta come allenatore; guiderà la nazionale romena nel corso di altri due periodi, nel 2002 e nel 2014. Schiera un 3-5-2 difensivo e votato al contrattacco, in cui emergono, con le loro ottime prestazioni nel torneo, gli attaccanti Dumitrescu e Raducioiu (autore di quattro reti), il portiere Prunea e l’esterno destro Petrescu. Due uomini però si stagliano nettamente sopra tutti gli altri, e sono i leader della squadra Hagi e Belodedici.

Gheorghe Hagi è l’unico vero grande regista rimasto in campo nei quarti del Mondiale, tra chi si è perso per strada (Valderrama), chi ha perso il posto di titolare (Rai), chi si è perso nei suoi drammi personali (Maradona), oppure chi è arretrato in difesa (Matthaus). È un ruolo che in poco tempo è diventato abbastanza marginale nel gioco delle nazionali. Definito il Maradona dei Carpazi, Hagi ricorda il dieci argentino nello stile, nell’uso del piede sinistro e anche nel carattere bizzoso, che accompagna al carisma di un vero capo. Al momento dell’apertura delle frontiere lascia la Steaua per trasferirsi al Real Madrid, ma le due stagioni nella capitale spagnola danno pochi frutti. Per cui riprende il filo del discorso nella provincia italiana, a Brescia, un anno in Serie A e poi l’anno successivo in B. Poco prima dei Mondiali americani, il suo allenatore e connazionale Mircea Lucescu si esprime su si lui in questi termini: “Hagi sarebbe potuto diventare il miglior giocatore al mondo dopo Maradona, ma gli manca un etica del lavoro. Questa Coppa del Mondo è la sua ultima opportunità per dimostrare di essere un grande calciatore3)Tryggvi Kristjansson, Stoichkov and Hagi: the dagger and the king, These Football Times. E Hagi non si fa sfuggire l’occasione. Negli Stati Uniti è fra i migliori in assoluto della competizione, con splendide prestazioni condite da quattro reti e tre assist. Dopo il Mondiale viene ingaggiato dal Barcellona, ma anche lì i risultati non sono all’altezza delle aspettative, e poi dal ’96 passa al Galatassaray. A Istanbul concede il meglio di sé in un club dopo gli anni giovanili: conquista la Coppa UEFA nel 2000 (in finale viene espulso) e poi si toglie la soddisfazione di battere la sua ex squadra, il Real Madrid, nella finale di Supercoppa, giocando una partita eccelsa.

Miodrag Belodedici è protagonista in prima persona delle due uniche – e chissà per quanto ancora – Coppe dei Campioni mai approdate nell’Europa orientale: Steaua Bucarest nel 1986 e Stella Rossa Belgrado nel ’91. È un grande libero alla Baresi, capace di partecipare all’azione offensiva, molto elegante e per tale ragione definito il Cervo. Oltre alle sue doti calcistiche, è la sua storia personale a dargli notorietà. Belodedici è nato a pochi passi dal confine che separa la Romania dalla Jugoslavia; ha madre rumena e padre serbo, che lo educa come jugoslavo. Quando era piccolo la frontiera fra i due Paesi, segnata dal Danubio e da un suo piccolo tributario, la Nera, era attraversata da romeni e non, in fuga dal blocco sovietico. Le guardie di frontiera rumene sparavano a vista senza pietà. Racconta Belodedici che sentiva i bambini sguazzare allegramente nel fiume dall’altra parte del confine, mentre dal lato romeno a lui e a chiunque altro la possibilità anche solo di avvicinarsi all’acqua era assolutamente preclusa4)James Montague, The river, The Blizzard n. 27. Non regge più la prepotenza del regime e nel 1988, pochi mesi prima della grande ginnasta e sua connazionale Nadia Comaneci, scappa in Jugoslavia. Come prima cosa bussa materialmente alle porte dello stadio della Stella Rosa, il Marakana, dove il direttore della squadra Dragan Dzajic impiega un bel po’ prima di convincersi di avere davvero di fronte Miodrag Belodedici. In Romania è condannato in contumacia a dieci anni di carcere e paga inoltre la fuga con un anno di squalifica, poi inizia a vestire la maglia del club di Belgrado. Nonostante la caduta del regime non riesce a giocare la Coppa del ’90, perché la sua fuga è ancora troppo recente per essere completamente digerita nel suo paese di origine. Però nel ’94, quando ormai la guerra lo ha indotto a trasferirsi nel campionato spagnolo, guida la difesa romena a un grande Mondiale. Con un finale amaro, però.

Svezia e Romania mettono in scena una partita dall’andamento anomalo. Nel primo tempo e per buona parte della ripresa non accade moltissimo: le squadre sostanzialmente si equivalgono, la Svezia coglie un legno su colpo di testa nei primi minuti, mentre un tiro di Dumitrescu dall’altra parte sfiora il palo; il secondo tempo è disputato con un ritmo più blando e vede la Svezia più attiva – Brolin scaglia un gran tiro da fascia, sul quale Prunea risponde alla grande. Poi la partita diventa davvero emozionante e rimane tale sino al termine.

A poco più di dieci minuti dalla fine dei tempi regolamentari, la Svezia calcia una punizione: anziché lasciar partire un cross in mezzo all’area come tutti si aspettano – per primi gli stessi difensori romeni – Mild la tocca bassa in area e libera Brolin, scattato proprio alle spalle della barriera avversaria. Trovatosi davanti al portiere, benché piuttosto defilato, Brolin è bravissimo a infilare in rete. Il vantaggio conquistato nell’ultimo scorcio di partita pare sufficiente agli svedesi per vincere l’incontro, ma così non è. Due minuti al novantesimo e questa volta è la Romania a usufruire di una punizione in prossimità dell’area avversaria. Batte Hagi, la deviazione decisiva della barriera fa carambolare il pallone a Raducioiu che, a due passi dalla porta, non sbaglia. I romeni galvanizzati ci provano sino all’ultimo, ma l’uno a uno resiste.

Tempi supplementari. Al decimo minuto Raducioiu raccoglie un rimpallo al limite dell’area e scaglia il pallone nella rete svedese, marcando così il due a uno rumeno. Passa un minuto e Dumitrescu, dopo un’efficace triangolazione con Hagi, scappa via a Schwarz che deve stenderlo per evitare che corra verso la porta. L’arbitro espelle lo svedese, mentre la punizione calciata da Hagi finisce fuori non di molto. Ora sembra fatta per la Romania, in vantaggio e con un uomo in più. Ma a cinque dal termine un cross di Nilsson scoccato dalla trequarti giunge in area di rigore dove Andersson, in anticipo sul portiere uscito male, tocca di tesa in rete. E allora siamo due e a due e la partita verrà decisa ai calci di rigore.

I primi a tirare sono gli svedesi, con Mild: e il rigore è alto! Poi le due squadre infilano in rete tre rigori a testa, e fra questi ci sono le realizzazioni di Hagi e di Brolin. Quarto rigore romeno: va sul dischetto Petrescu, tira, Revelli para! Svezia e Romania sono di nuovo in parità, e rimangono pari dopo il quinto rigore realizzato rispettivamente da Nilsson e Dumitrescu (che dopo il tiro battibecca con Revelli). Si va ad oltranza. Larsson, entrato in campo nel secondo regolamentare al posto di Dahlin, segna. Tocca a Belodidici, proprio lui: calcia angolato e forse un po’ lento, ma è anche bravo a Revelli ad allungarsi, e parare. Termina così questa lunga partita, il cui conto finale dei rigori segna cinque a quattro a favore della Svezia. Mentre gli scandinavi esultano, i romeni sembrano non riuscire neanche ad alzarsi dal prato tanto sono delusi. La telecamera inquadra Selymes e Raduciou sdraiati proni, le mani sul volto, e poi il ct Iordanescu, il cui sguardo è immobile ma la bocca non può esimersi da una smorfia involontaria di sofferenza e sgomento. Così commenterà l’incontro: “So che deve esserci un vincitore, ma questo è un gioco senza pietà5)Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014.

Non è una novità vedere la nazionale svedese fra le prime quattro rappresentative al mondo. È accaduto già nell’edizione ’38, e poi ancora nel 1950: è l’ottima Svezia dell’immediato dopoguerra, campione olimpica nel 1948 trascinata in attacco da Gren, Nordahl e Liedholm (che però, in quanto professionisti, ai Mondiali brasiliani di due anni dopo non vengono convocati). I superstiti di quel fantastico trio, ovvero Gren e Liedholm – invecchiati ma sempre efficaci -, e affiancati da altri ottimi interpreti quali Hamrin e Skoglund, raggiungono poi la finale mondiale nella Coppa casalinga del 1958, ma devono inchinarsi alla manifesta superiorità del Brasile. È passato però un ventennio dall’ultima volta in cui si è vista una nazionale svedese ad alti livelli, ovvero i Mondiali tedeschi del 1974, quando la Svezia è riuscita a inserirsi tra le prime otto.

Bulgaria e Svezia, inattese, accedono così alle sfide decisive per il titolo. Le aspettano i colossi del gioco.

immagine in evidenza: Brolin, Larsonn e Revelli

References   [ + ]

1. Yousef Teclab, The american dream: Saudi Arabia’s momentous 1994 World Cup campaign, These Football Times
2. Dumitrescu double downs Argentina, FIFA.com
3. Tryggvi Kristjansson, Stoichkov and Hagi: the dagger and the king, These Football Times
4. James Montague, The river, The Blizzard n. 27
5. Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014