Salta al contenuto

USA, 1994
II. Football in the U.S.A.

Il Mondiale prova a colonizzare territori calcisticamente vergini, o quasi, e per la prima volta nella sua storia rompe l’alternanza Europa – America Latina. Corre l’anno 1994 quando il football sfonda il muro metaforico del Rio Grande, approdando così negli Stati Uniti d’America.

Come vive il grande paese americano nel momento in cui il gioco del pallone lo raggiunge? Da due anni Bill Clinton ha riportato il Partito Democratico alla presidenza. L’economia sta uscendo dalla crisi di inizio decennio e si appresta a inaugurare anni di crescita essenzialmente legati al decollo delle telecomunicazioni e dell’informatica. Ma è una terra estremamente violenta, benché già si assista a una diminuzione dei reati che diventerà marcata solamente dopo qualche anno – sono trascorsi due mesi dalla fine del campionato quando, nel merito, è approvata una riforma dal chiaro intento repressivo, il Violent Crime Control and Law Enforcement Act. Il tasso di crimini violenti nel 1994 raggiunge i 713 ogni centomila abitanti, in calo rispetto al vertice toccato nel ’91 con un valore pari a 758; però nei primi cinque anni del decennio il dato non scende mai sotto quota 700, ai massimi dagli anni Sessanta sino ai giorni nostri, e il tasso di omicidi è stabilmente intorno ai nove casi ogni centomila abitanti. Un livello allarmante. A Los Angeles, nella primavera del 1992, esplode una rivolta razziale la cui furia distruttiva non si verificava da venticinque anni negli States: in pochi giorni si contano 54 morti e 2000 feriti, oltre a ingenti danni materiali. È un contesto in generale ben rappresentato dal film Pulp Fiction di Quentin Tarantino, uscito nell’anno dei Mondiali, che mescola ironia, dialoghi strepitosi e una violenza pronta a erompere in ogni istante all’improvviso, capace di trasformare qualsiasi ambiente in una potenziale camera di tortura.

Sembra che la violenza accompagni il pianeta in generale dopo le illusioni seguite alla fine della Guerra Fredda, e accompagni il campionato del Mondo sino a sfiorarlo, e altresì penetrarlo. Tra aprile e luglio, mentre il pallone dei Mondiali sta rotolando, in Ruanda è portato a termine un tremendo genocidio di massa che assume contorni spaventosi (un milione di vittime). Nell’Irlanda del Nord insanguinata da oltre due decenni di guerra civile si assiste al massacro di Loughinisland, detto anche il massacro della Coppa del Mondo. È la sera del 18 giugno 1994 e un agguato con armi da fuoco condotto da estremisti paramilitari unionisti lascia sul pavimento di un pub cinque morti e sei feriti: gli astanti, di parte cattolica, stavano seguendo Eire – Italia alla televisione, esordio della nazionale irlandese ai Mondiali. Ci sarà un altro agguato la sera della finale della Coppa, sempre in un pub, meno noto poiché nell’occasione il bilancio di sangue parla solo di feriti. Da lì a un mese e mezzo sarà siglato un cessate il fuco, primo tassello di un lento e contrastato processo di pace.

Sempre in Irlanda del Nord, il 17 novembre dell’anno precedente si era giocata la sfida di qualificazione mondiale tra la nazionale locale – già eliminata – e quella dell’Eire. L’incontro termina uno a uno, un risultato decisivo per aprire alla nazionale irlandese le porte dei Mondiali, ma rimane impresso nella memoria il clima di profonda tensione che circonda l’evento. Il bus su cui viaggia la nazionale irlandese giunge a Windsor Park, lo stadio di Belfast, scortato da militari, con i giocatori costretti a tenersi lontano dai finestrini; nel documentario Ceasefire Massacre della ESPN (2014), Niall Quinn ricorda come all’arrivo allo stadio li aspettassero torme di ragazzini di dieci-dodici anni colmi di odio che puntavano pistole finte in direzione dei giocatori. La consegna per il dopo-partita è quella di evitare festeggiamenti e di filare velocemente negli spogliatoi, per tornare al più presto a Dublino1)Pierre-Philippe Berson, Le massacre du Mondial 94, in So Foot – Les annes 90, Editions So Lonely, 2015. Ma proprio negli spogliatoi li raggiunge Alan McDonald, capitano nordirlandese e originario da uno dei quartieri più profondamente unionisti di Belfast: si complimenta con loro, gli altri irlandesi di oltreconfine, e augura buona fortuna per il Mondiale. In mezzo alla brutalità e alla rabbia cieca, c’è sempre la possibilità di comportarsi semplicemente da essere umano.

È parte della vita, quindi del calcio, ma un senso di morte pare attraversare questa edizione più di qualsiasi altra Coppa del Mondo: a volte è solo percepito, a volte è nel ricordo, e altre volte tremendamente reale. A noi non resta che sentirlo e raccontarlo.

Lo Stadio Rose Bowl di Pasadena

Gli USA, dominatori politici ed economici di buona parte del Novecento, sinonimo massimo di imperialismo, nel calcio rivestono da sempre il ruolo di Cenerentola. Forse per questo sul rettangolo verde stanno abbastanza simpatici, o meno antipatici che altrove. La massiccia diffusione del football negli States, anzi il soccer, è da sempre limitata dai quattro grandi sport di squadra diffusi tra le masse americane – basket, football americano, baseball, hockey. Si è imposto storicamente come sport della classe bianca agiata dei sobborghi e almeno sino al 1994, a causa della mancanza di spazi e fondi, mostra difficoltà a diffondersi persino tra gli immigrati di origine latina, appassionati del gioco ma propensi spesso e volentieri ad accorrere allo stadio per tifare la squadra del proprio paese di origine contro la nazionale USA.

Il calcio è invece riuscito a crearsi un notevole seguito tra le ragazze americane. La nazionale femminile USA è nettamente la migliore del pianeta: ad oggi è stata quattro volte campione del Mondo, quattro volte oro olimpico, e ha contribuito in modo determinate alla diffusione del calcio fra le donne a livello internazionale, nonché alla crescita del gioco in generale negli stessi Stati Uniti. Ciò è avvenuto anche grazie all’impatto che hanno avuto sui tifosi atlete come il portiere Hope Solo e l’attaccante Mia Hamm, per alcuni la miglior calciatrice della storia. E non solo; nel 1999 il Mondiale femminile di calcio si disputa negli USA: la finale, giocata di fronte a novantamila tifosi che assiepano il Rose Bowl di Pasadena, sobborgo di Los Angeles, vede la nazionale di casa e quella cinese contendersi il titolo. Termina zero a zero e l’incontro si decide ai calci di rigore – pare che segnare un gol in finale, in quello stadio, sia vietato. Brandi Chastian per gli USA va sul dischetto, infila il rigore che regala il titolo alla sua nazionale e per festeggiare si toglie la maglietta, rimanendo in ginocchio con indosso il reggiseno sportivo. L’immagine fa il giro del mondo.

La nazionale a stelle e strisce ha calcato i campi dei Mondiali solo tre volte prima di questo torneo: nel ’30 per la prima edizione del torneo, quando raggiungono la semifinale, che comunque rimane un risultato mai eguagliato da una formazione della CONCACAF; poi nel 1950 in Brasile (con la storica affermazione sugli inglesi) e quarant’anni dopo in Italia, ma in entrambi i casi salutano la competizione già al primo turno. È però un’edizione alla quale non partecipano, quella del ’66 disputata in Inghilterra, a riscuotere un certo successo fra gli statunitensi e a consentire l’avvio di leghe calcistiche, le cui partite vengono talvolta giocate su improbabili campi di erba e terra, di solito dedicati al ben più popolare baseball. Fra queste leghe, poi, si assiste a un fantasioso torneo estivo dove si sfidano squadre straniere, per l’occasione ribattezzate con i nomi di formazioni locali: ecco apparire fra gli altri anche il forte Cagliari di fine Sessanta che, seppur privo della sua stella massima Gigi Riva, gira gli States sotto le mentite spoglie di Chicago Mustangs.

Negli anni Settanta il calcio made in USA vive la folgorante esperienza della NASL2)Vedi infra Germania Ovest, 1974: VII. La forza dei tedeschi, breve e molto americana, ma come tale in grado di attirare su di sé i riflettori. Fallisce e lascia gli Stati Uniti senza un autentico torneo professionistico sino alla vigilia del campionato del Mondo. Siccome la fantasia americana pare non avere confini, nel frattempo è nato e spopola una sorta di calcetto sei contro sei per quattro tempi di gioco, praticato nei palazzetti dello sport di solito dedicati all’hockey e ancora ben attivo nell’anno mondiale. Ma la federazione internazionale impone la costituzione di una lega professionistica quale requisito indispensabile per giocare la Coppa del Mondo negli stadi nordamericani: la MLS viene fondata nel 1993 e il fischio di avvio viene dato tre anni dopo. Il Mondiale del ’94 rappresenta lo stimolo decisivo per l’instaurarsi di una vera pratica calcistica americana, che diventerà realtà però soltanto qualche anno dopo, all’inizio del nuovo secolo – e, come accennato, grazie anche al supporto del lato femminile del pallone.

L’assenza di un campionato nazionale obbliga però la nazionale americana a presentarsi al Mondiale casalingo in una condizione paradossale: molti suoi giocatori non militano in una squadra di club – addirittura quindici su ventidue. L’esperto commissario tecnico che gestisce la selezione, Bora Milutinovic, prova a rimediare con una serie incredibilmente lunga di amichevoli che risulteranno molto utili per forgiare lo spirito di squadra e un gioco efficace, nonostante la mancanza di veri talenti. Modula la squadra attraverso un semplice e difensivo 4-4-2, nel quale la spinta determinante proviene dalle fasce, occupate da Harkes e Ramos. Quest’ultimo gioca in Europa, nel Betis Siviglia, come peraltro alcuni suoi compagni: il capitano Lalas, centrale di difesa assieme al valido Balboa, che disputa dopo il Mondiale un paio di stagioni nel Padova e raccoglie una certa notorietà, soprattutto per l’aspetto da hippie fuori tempo e la passione per la chitarra; l’esterno sinistro Caligiuri e l’attaccante Wynalda, che sono stati entrambi in forza a formazioni tedesche. È un elemento affidabile anche il portiere titolare di evidenti origini italiane, Tony Meola, un altro dei senza club.

Sorteggiati come testa di serie in un girone davvero complicato in cui il passaggio del turno si presenta molto arduo, i nazionali statunitensi esordiscono il 18 giugno 1994, alle 11 e 30 del mattino al Silverdome di Detroit. Lo stadio è tutto esaurito. Passa alla storia come il primo incontro della Coppa del Mondo di calcio giocato in una struttura al coperto, che però a causa del caldo esterno, dell’orario, dell’affluenza di pubblico e della mancanza di un sistema di condizionamento dell’aria, si trasforma in breve in una sauna di massa. L’avversario è la solida nazionale svizzera. Nel primo tempo gli europei passano in vantaggio: scatto di Sutter sulla sinistra, Dooley lo stende da dietro e l’arbitro fischia il fallo; la punizione da limite è infilata da Bergy sul palo lontano. Passano pochi minuti e, appena prima dell’intervallo, un altro calcio di punizione dalla distanza è calciato in rete nell’angolino da Wynalda. L’uno a uno regge per tutta la ripresa e rappresenta un ottimo risultato per gli americani.

Il successo storico degli USA nel proprio Mondiale si realizza nel secondo incontro, vinto ai danni della nazionale colombiana. È la seconda affermazione americana in un fase finale della Coppa, attesa per quarantaquattro anni, ed è ottenuta di fronte a novantamila tifosi festanti sugli spalti dello Stadio Rose Bowl. Il fischio finale significa passaggio agli ottavi, con l’inedita scena di giocatori che saltano e corrono per la gioia sul prato verde, sventolando la bandiera a stelle strisce. Ma a posteriori la giornata si trasforma in un ricordo così amaro che Lalas, potendo tornare indietro nel tempo, vorrebbe anche perderla quella partita, se in tal modo potesse cambiare il corso degli eventi…3)Pierre Boisson, Pierre Pitrel, Vie sauvage, in So Foot – Les annes 90 cit.

La sconfitta con la Romania nell’incontro successivo è ininfluente per i destini americani. La compagine est-europea segna con Petrescu nel primo tempo, sfruttando un’errata posizione del portiere avversario; è l’una del pomeriggio, nell’entroterra di Los Angeles fa un caldo bestiale, e non accade quindi molto altro durante l’incontro. A pari punti con la Svizzera, ma gravati da una peggiore differenza reti, gli USA passano al turno successivo fra le migliori terze. Il risultato sportivo è straordinario, e ancor di più è stimolante la sfida che li aspetta negli ottavi di finale: contro il Brasile, il 4 luglio – ovvero il giorno dell’indipendenza nazionale per la terra dei liberi e la casa dei forti.

La decisione di ospitare il calcio mondiale negli States è stata presa sei anni prima, nel 1988, con un esplicito intervento a favore anche da parte del presidente Ronald Reagan, benché il vero artefice sia stato l’ex segretario di Stato Kissinger, europeo di origine e tifoso da sempre. È un torneo a costo zero perché stadi e infrastrutture sono già presenti: ci sono grandi fondi a disposizione e ci saranno grandi entrate, poiché spesso gli americani in tema di business – e di business applicato allo sport – ci sanno fare. Il pubblico risponde in maniera prodigiosa. Si gioca in nove impianti sparsi per tutto il paese, molto capienti e di solito utilizzati per gli incontri di football americano. Faranno segnare sia il record di presenze medie (68891 spettatori, tra i 15 e 33 mila ingressi in più rispetto ai cinque Mondiali che precedono e seguono), sia il record di presenze assoluto, nonostante nei tornei successivi ci siano più squadre, e di conseguenza più partite – però ci sarà pure la tendenza a ridurre le dimensioni degli stadi dedicati al calcio. Comunque niente male per un paese al quale, secondo la vulgata più diffusa, il calcio non può piacere.

Non mancano i momenti di spettacolo. Durante il sorteggio dei gironi, l’attore Robin Williams è invitato a estrarre i bussolotti con i nomi delle squadre: prima di farlo, indossa un guanto chirurgico, si rivolge a Blatter e gli dice: “Giri cortesemente la testa di lato e tossisca”. La cerimonia di apertura si svolge a Chicago, e già umidità e caldo non scherzano sin dall’avvio. In quell’occasione accade un po’ di tutto. Jon Secada, cantante di origine cubana abbastanza noto negli USA, cade e si sloga una spalla, ma stoicamente conclude la sua esibizione. Da una distanza degna delle potenzialità di un calciatore pulcino, Diana Ross dovrebbe calciare un pallone verso una porta, per farla poi aprire scenograficamente in due: la porta si apre lo stesso, ma la cantante è riuscita a mancare il bersaglio. Comicamente, e profeticamente.

Sono assenti alcuni pezzi grossi: il Portogallo (eliminato da Italia e Svizzera); clamorosamente salta il Mondiale la Danimarca neo-campione d’Europa, a vantaggio di Spagna ed Eire; resta a casa per la seconda volta di fila la nazionale francese, la cui imprevista eliminazione a opera di Svezia e Bulgaria sarà leggermente mitigata dai risultati ottenuti da queste due formazioni durante il torneo; l’Inghilterra semifinalista solo quattro anni prima è superata in fase di qualificazione dalla sorpresa Norvegia e dall’Olanda, in un girone che vede l’eliminazione anche della Polonia; nelle qualificazioni sudamericane cade l’Uruguay, in netta crisi. Si assiste poi ad alcune novità di costume, con gli arbitri che dismettono la caratteristica casacca nera per uniformi colorate, e i nomi dei calciatori sul retro alto delle magliette, all’epoca molto ampie.

È un campionato che soffre però, come si sarà già intuito, di condizioni climatiche penalizzanti, con caldo e umidità insopportabili. Spesso programmati all’ora di pranzo o in pieno pomeriggio per ragioni televisive (a tutto vantaggio del pubblico europeo), gli orari delle partite rovinano in parte la competizione. Tirando le somme – per stavolta in anticipo sui temi del racconto -, il torneo di per sé non è male, e spesso viene sottovalutato, ma avrebbe potuto dare di più: è un periodo di grandi novità tecniche che provengono dall’Italia, dalla Colombia, da Barcellona, ma che non riescono a esprimersi compiutamente sui terreni di gioco statunitensi. Emergono però degli ottimi interpreti, dei talenti che non deludono, ma invece proprio in questo Mondiale riescono a esprimere il vertice della loro carriera. Si parla di Baggio, Romario, Stoichkov, Hagi, Brolin.

La citate novità regolamentari incidono marcatamente sullo svolgimento del torneo. Cresce la media gol sino a 2,71 a partita; in tutto il campionato soltanto due partite si chiudono senza reti – però una delle due è la finale, e questo fatto può influire sul giudizio complessivo; cinque ottavi di finale e tutti i quarti mostrano tabellini con almeno tre gol. Aumentano di molto i cartellini gialli, non i rossi, e per la prima volta le sanzioni vengono annullate dopo al prima fase al fine di evitare eccessive squalifiche. Si diffonde lo schema del 4-4-2. Questa repentina inversione di tendenza rispetto al deciso impiego del 5-3-2 (o 3-5-2) di soli quattro anni prima può trovare la principale spiegazione per l’appunto nell’applicazione delle nuove regole – ma volendo, anche nei successi dei club guidati da Sacchi, Cruyff, Maturana. Il libero classico dietro i marcatori è utilizzato ormai soltanto da circa un terzo delle nazionali presenti alla fase finale. Scompare progressivamente anche la figura del regista avanzato, mentre nel contempo alcune formazioni (fra le quali quelle tatticamente più evolute come Italia e Olanda, ed anche la Germania) tendono a riaffermare il ruolo del libero quale regista arretrato: si vedano al riguardo le prestazioni di Baresi e Maldini, Ronald Koeman, Matthaus.

Il campionato del Mondo del 1994 vive attorno al duello fra Brasile e Italia – con il ruolo di convitato di pietra assunto dalla nazionale argentina, eliminata a sorpresa prematuramente quanto drammaticamente. Italia e Brasile si mostrano un passo avanti tutte le altre squadre, ma in ogni caso prevalgono senza dominare. Hanno i loro principali trascinatori e protagonisti in Romario e Baggio, in quel momento i più forti calciatori del mondo, e sono anche speculari nella disposizione in campo, non altrettanto come uomini: il talento dei singoli italiani è superiore. Non basterà.

Il Brasile pertanto si impone, di misura e in modo particolare, ma bisogna dire con merito. Resta nella memoria il tributo che i brasiliani scelgono di mostrare al mondo durante i festeggiamenti per il titolo. Si è parlato di morte che accompagna il Mondiale. Il primo maggio di quell’anno a Imola, durante il Gran Premio di Formula Uno, il grande pilota brasiliano e tre volte iridato Ayrton Senna perde il controllo della sua monoposto Williams Renault, esce di pista e si schianta contro un muro. Le terribili immagini televisive appena dopo l’incidente mostrano il povero Senna immobile nell’abitacolo della sua vettura, il capo reclinato su di un fianco. Ha riportato gravi ferite e perso conoscenza, che non riprenderà mai più: dopo poche ore muore all’ospedale di Bologna. L’impatto emotivo è forte, e non solo in patria, dove vengono proclamati tre giorni di lutto nazionale e i funerali del pilota raccolgono la partecipazione di una folla enorme. Appena undici giorni prima della tragica corsa, a Parigi in occasione di un incontro amichevole, Senna aveva pranzato con i nazionali brasiliani e li aveva spronati a conquistare la Coppa del Mondo. I calciatori verdeoro, una volta campioni, srotolano uno striscione sul prato del Rose Bowl con questa scritta: “Senna… aceleramos juntos, o tetra è nosso!”. La vittoria nel Mondiale diventa oggetto di una dedica così esplicita come mai era accaduto in precedenza. È il quarto titolo per il Brasile, ma è il quarto titolo anche per il compianto Ayrton Senna.

References   [ + ]

1. Pierre-Philippe Berson, Le massacre du Mondial 94, in So Foot – Les annes 90, Editions So Lonely, 2015
2. Vedi infra Germania Ovest, 1974: VII. La forza dei tedeschi
3. Pierre Boisson, Pierre Pitrel, Vie sauvage, in So Foot – Les annes 90 cit.