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USA, 1994
I. Le règle du jeu

Il calcio è le sue regole. Non solo, per fortuna, altrimenti il suo diletto sarebbe riservato a giuristi e a fanatici della moviola. Ma le regole rivestono un ruolo fondamentale. Quando nel 1863 i rappresentati dei principali club inglesi fondarono la Football Association, e tale evento viene considerato l’atto di nascita del calcio moderno, i loro incontri avevano quale scopo primario la codificazione delle regole del gioco. Siccome le regole cambiano di rado – questa è una garanzia del loro successo -, in ogni giovane generazione che inizia ad appassionarsi al calcio sorge legittimo il dubbio che le leggi del gioco siano rimaste pressoché inalterate dai primordi. Non è così, ma soprattutto l’evoluzione del calcio è in ultima analisi la conseguenza dello sviluppo delle sue regole: se il gioco non funziona, si può provare a cambiarne le regole per migliorare. Senza ovviamente stravolgerle.

La fase di stallo che affligge il calcio internazionale all’alba degli anni Novanta richiede questo tipo di svolta. Il tentativo di invertire la rotta parte direttamente dai vertici del calcio mondiale, da personaggi la cui condotta spesso ha fatto storcere il naso (si parla in primis di Havelange e Blatter), ma che in questo frangente adottano le giuste mosse: non solo nell’idea di fondo, ovvero modificare l’approccio al gioco partendo dalle regole, ma soprattutto attraverso la capacità di selezionare le singole riforme e di portarle a compimento nei tempi opportuni. Le proposte passano al vaglio dell’IFAB, l’organismo che dal 1886 ha il monopolio sulla gestione del regolamento, e danno i frutti sperati.

USA ’94 costituisce pertanto il primo campionato del Mondo di calcio influenzato dalle nuove regole del gioco in via di definizione. Ma i cambiamenti regolamentari decisi nel corso degli anni Novanta pongono le fondamenta del calcio visto sui campi negli anni a venire: è dunque indispensabile analizzarli, per riconoscere effetti che vanno ben oltre il Mondiale americano. Ecco quali sono stati gli elementi di quella autentica rivoluzione.

Tre punti a vittoria.

Un primo strumento per incentivare le squadre ad attaccare di più è stato quello di premiare maggiormente la vittoria. Semplice e intuitivo. Da tempo immemore venivano assegnati due punti alla formazione vincitrice e uno in caso di parità – si parla ovviamente delle competizioni strutturate in gironi all’italiana, sia in toto (campionato nazionale, gironi di qualificazione alle competizioni internazionali), sia nel corso delle fasi preliminari (Mondiali, Europei, Coppa dei Campioni). Una possibile alternativa viene individuata nella prassi del campionato inglese, dove sin dalla stagione 1981/82 è applicata la regola dei tre punti a vittoria. In passato si erano già sperimentati altri metodi alternativi di assegnazione del punteggio – ad esempio la Ligue 1, tra il ’73 e il ’76, assegnava un punto in più a chi avesse vinto una partita con almeno tre gol di scarto -, ma si tratta di tentativi risultati insoddisfacenti; al contrario, l’esperimento inglese sembra dare buoni frutti, e infatti non delude.

I Mondiali del ’94 diventano la prima competizione internazionale nella quale la squadra che vince un incontro incassa tre punti anziché due. Nel campionato italiano, la nuova regola viene introdotta nelle serie semi-professionistiche a partire dalla stagione 1993/4, e poi allargata dall’anno successivo a tutte le competizioni.

L’interpretazione del fuorigioco.

È un elemento spesso sottovalutato, ma la modulazione della regola del fuorigioco ricopre un peso determinante ai fini del gioco. Per ragioni simili a quelle che hanno mosso la rivoluzione regolamentare degli anni Novanta, ovvero la diminuzione dei gol e il calo dello spettacolo, nel 1926 la regola venne cambiata: il numero minimo di avversari tra l’attaccante e la linea di porta, affinché l’attaccante fosse considerato in posizione regolare, fu portato da tre a due (come è ancora al giorno d’oggi). Tale modifica, oltre a garantire un aumento del gioco offensivo – in media un gol in più a partita sin dalla stagione successiva del campionato inglese -, generò una rivoluzione tattica di notevole portata tramite l’introduzione e la diffusione del sistema, consistente in soldoni nell’aggiunta di un uomo in difesa.

Siamo nella stagione 1990/91 quando viene introdotta una prima parziale variazione alla regola, sintetizzabile in tali termini: l’attaccante in linea non è in fuorigioco. Ma l’autentica svolta si determina nel 1995 (poi ben codificata due anni più tardi): non è più sufficiente essere formalmente in fuorigioco, bensì è necessario che un giocatore sia coinvolto in maniera attiva nell’azione. Precisamente, l’attaccante deve interferire con il gioco, interferire con un avversario oppure ottenere un vantaggio dal trovarsi in quella posizione, e solo in questi casi è in fuorigioco. Scompare così il fuorigioco passivo e l’unico caso di fuorigioco sanzionabile è quello attivo, a tutto vantaggio, si capisce, di chi attacca.

Più sostituzioni.

Sostituire giocatori durante un incontro è una possibilità concessa agli allenatori in tempi abbastanza recenti: più meno dalla metà degli anni Sessanta, mentre il primo utilizzo ai Mondiali risale a Messico ’70. Può sembrare anomalo al giorno d’oggi, poiché il divieto di effettuare cambi, vigente come detto per una lunga era calcistica, determinava squilibri ingiustificati in casi di infortunio.

Un calcio sempre più fisico e atletico necessita di più cambi a gioco in corso, per cui negli anni Novanta le sostituzioni, prima limitate a due, vengono aumentate: nel 1993 si aggiunge l’avvicendamento del portiere; dal 1995 diventano tre, indipendentemente dal ruolo del giocatore sostituito.

Le regole del gioco, anno 1863 – it.wikipedia.org

I nuovi casi di espulsione.

Il ragionamento che sta alla base delle varie innovazioni in tema di espulsione è chiaramente individuabile nell’intento di garantire un gioco più continuo, armonico e piacevole a vedersi, tutelando quindi chi ha la palla nei confronti di chi pratica un gioco scorretto. Già nel corso della Coppa del Mondo del ’90, la federazione internazionale ha fornito agli arbitri l’indicazione di procedere con maggiore severità nel punire gli interventi fallosi: i cartellini aumentano in modo esponenziale – ma, come visto, direttori di gara e giocatori dimostrano in svariati casi di non essere ancora pronti alle nuove interpretazioni. Poi si inizia a mettere mano al regolamento.

Nel 1990, regola ufficializzata però nel ’91, è introdotto il concetto di condotta gravemente sleale, intesa come un intenzionale e fisico impedimento tramite mezzi scorretti (quindi un fallo di gioco o un intervento con la mano) nei confronti di un avversario coinvolto in una chiara occasione da rete. La conseguenza è l’espulsione del giocatore reo del comportamento gravemente sleale. La fattispecie viene spesso definita come fallo da ultimo uomo; in realtà il fallo da ultimo uomo è solamente un caso di chiara occasione da gol, il principale ma non l’unico.

Poi nel 1993 vengono codificati meglio i casi di fallo in generale, e nel 1998 il fallo da dietro (nello specifico un tackle da dietro che costituisce un pericolo per l’avversario) viene inserito tra i gravi falli di gioco passibili di espulsione. In seguito qualsiasi tackle che metta in pericolo l’integrità fisica di un avversario dovrà essere punito come grave fallo di gioco, e quindi con il cartellino rosso.

Con il tempo queste regole sono state mitigate, stante un atteggiamento arbitrale che si era spinto troppo oltre in termini di severità. Pertanto si è iniziato a valutare l’effettiva pericolosità delle entrate sull’avversario; inoltre nel fallo da ultimo uomo è d’obbligo prendere in considerazioni una pluralità di fattori, quali la direzione dell’azione, la probabilità di controllare il pallone, se altri difensori sono in grado di intervenire e il punto del campo in cui è stato commesso il fallo, e altresì l’espulsione in caso di contemporaneo calcio di rigore è diventata meno fiscale. Ma ormai il nuovo corso, riassunto nella precisa volontà di reprimere il gioco eccessivamente falloso – e quindi (almeno nelle migliori intenzioni, non sempre corrispondenti alla realtà) da un lato garantire maggiore probabilità di successo alle azioni offensive, e dall’altro implementare opzioni difensive non scorrette -, si è imposto.

Capita quindi spesso di ascoltare le parole di ex campioni che, paragonando il loro calcio con le modalità di gioco in atto negli ultimi decenni, lamentano la circostanza di aver giocato in tempi ben più difficili per un fuoriclasse, e hanno piena ragione. È famosa la frase per la quale Gentile non avrebbe concluso le sue partite a Spagna ’82, con le regole attuali. È vero, ma l’impatto aggressivo del difensore azzurro non era assolutamente un caso isolato, anzi: anche i giocatori preposti all’attacco picchiavano parecchio in quegli anni, per adeguarsi allo stile di gioco imperante. O anche solo per sopravvivere.

Il retropassaggio volontario al portiere.

Si parla in tal caso del cambiamento più radicale e gravido di conseguenze fra tutti quelli approvati, i cui effetti sono paragonabili, da solo, alla citata modifica della regola del fuorigioco approvata nel 1926. Nelle partite degli anni Ottanta era di uso abbastanza comune passare la palla al proprio portiere, che ovviamente raccoglieva la sfera con le mani: era un facile espediente per far ripartire un azione, per eludere la pressione avversaria, o anche solo far trascorrere il tempo o per sopperire a un’evidente mancanza di fantasia e coraggio nell’indirizzare il pallone da un’altra parte. Tale pratica però iniziò a generare abusi. Al riguardo si può rivedere (ma non fatelo se avete modi migliori per passare il tempo) un’Irlanda – Egitto giocata ai Mondiali del 1990.

Dal 1992 si cambia: il portiere non può controllare la palla con le mani in caso di passaggio volontario effettuato da un proprio compagno di squadra, o di rimessa laterale, salvo il passaggio sia effettuato con la testa o con il petto; se il portiere la prende con le mani, la sanzione è la punizione a due in area.

Le relative conseguenze sul piano del gioco nel corso degli anni sono state tante ed è difficile riassumerle in questa sede. La difesa è stata obbligata a gestire diversamente la palla, talvolta spazzando in angolo o in fallo laterale (in tal modo però si alimenta il gioco d’attacco avversario e quindi aumentano i rischi); in prospettiva però il cambiamento regolamentare ha costretto gli uomini del reparto arretrato a migliorare le capacità di palleggio, gli scambi e le triangolazioni, e quindi la disposizione in campo – addirittura l’impostazione dell’azione offensiva trae oggigiorno sempre di più la propria origine dalle retrovie e viene posta in capo ai difensori stessi o a un centrocampista che si abbassa. Cresce l’importanza dell’uso dei piedi da parte del portiere, il quale potenzialmente diventa un altro giocatore in grado di gestire gioco. Diventano fondamentali il pressing e il gegenpressing (cioè il pressing che segue immediatamente la perdita del possesso).

Tutto un mondo si è aperto attraverso una semplice modifica del regolamento, la cui attuazione è stata oltretutto accompagnata dalle altre correzioni di cui si è riferito. Ma soltanto per restare agli effetti immediati, giova rammentare il dato complessivo dei gol segnati nel campionato italiano durante la stagione 1992/93, la prima giocata sotto la vigenza della nuova regola: furono 858, ovvero ben centosessantatré in più rispetto all’anno precedente – un aumento secco del 23%.

Ecco perché la finale degli Europei del 1992, giocata il 26 giugno allo Stadio Ullevi di Goteborg e vinta dalla Danimarca due a zero sulla Germania, può essere considerata a tutti gli effetti come un passaggio storico (e non solo, quindi, per l’inaspettato trionfo danese sui campioni del Mondo tedeschi). Al minuto ottantasette la nazionale danese batte un calcio di punizione dal cerchio di centrocampo; l’attaccante Polvsen si gira e calcia direttamente – e in modo esagerato anche per quegli anni, ma probabilmente hanno influito l’euforia dei danesi e lo scoramento dei tedeschi – verso il proprio portiere Schmeichel, il quale si abbassa e afferra il pallone con le mani. È forse l’ultima volta che si assiste a una scena di questo tipo su di un campo di calcio. Da lì in avanti una nuova era del gioco ha inizio.