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Sudafrica, 2010
V. Figli di un Dio minore

La nazionale olandese che raggiunge la sua antica colonia posta agli antipodi del mondo per giocare le proprie carte nella Coppa del 2010, è una formazione di lettura abbastanza semplice: grosso modo spaccata in due – sei difendono, i rimanenti uomini hanno compiti offensivi – e dotata, quale sola peculiarità facilmente rinvenibile, di un’abilità non trascurabile nel creare occasioni da rete sui calci da fermo e sui cross in area. Il commissario tecnico si chiama Bert van Marwijk, ha allenato Feyenoord e Borussia Dortmund prima di approdare alla panchina dei Paesi Bassi, sulla quale siede da due anni e che lascerà solo nel 2012. Schiera la squadra tramite un 4-2-3-1 in grado di trasformarsi agilmente in 4-3-3 grazie ad esterni avanzati con evidenti propensioni d’attacco.

Il pacchetto deputato a bloccare il gioco avversario comprende, sulla linea più arretrata, van der Wiel (autore di un ottimo torneo), Heitinga, Mathijsen e van Bronckhorst; trovano spazio anche Boulahrouz e Ooijer, e nel complesso è una difesa di tutto rispetto. Il portiere titolare è Stekelenburg. Van Bommel – tra l’altro genero del ct ma più che meritevole di un posto da titolare – e de Jong svolgono il ruolo di centrocampisti arretrati, o meglio ancora di mastini pronti ad azzannare le caviglie avversarie per far ripartire la squadra, mentre la loro prima riserva è de Zeeuw.

Ma la parte degna di maggiore interesse della compagine è il fantastico attacco messo in campo dagli orange sui campi sudafricani. Wesley Sneijder è ai suoi massimi livelli e al termine della competizione sarà votato come il secondo miglior giocatore del torneo: cinque gol, un assist, quattro volte man of the match (nelle prime due partite, nel quarto e in semifinale), questo è il suo ruolino di marcia. Sneijder è un regista, nel contempo è versatile, in grado di arretrare a coprire così come di sfornare palle gol. Cresce nell’Ajax, poi passa al Real Madrid dove è altalenante e spreca un po’ il suo talento eccedendo in vizi; però è ottimo il suo Europeo del 2008, accompagnato da un celebre gol all’Italia da lui stesso definito, a ragione, “uno dei più bei contrattacchi della storia del calcio1)Edwin Schoon, “Je suis un winner, moi”, intervista a Sneijder, So Foot n. 108. Grande con la maglia dell’Inter, Sneijder incappa poi in un rapido e prematuro declino, anche a causa di un infortunio. Volendo avrebbe potuto fare anche di più in carriera; ma in quel suo fantastico 2010 – durante il quale, neo-campione d’Europa per club, sfiora da gran protagonista il Mondiale – Sneijder è il calciatore più forte al mondo.

Uno dei più chiari talenti calcistici di inizio secolo copre la fascia destra dell’attacco olandese e si chiama Arjen Robben. Chiude il Mondiale con due gol e due assist, ma ha saltato le prime due gare a causa di un infortunio patito in amichevole contro l’Ungheria – al suo posto è stato schierato van der Vaart – ed esordisce in questo campionato soltanto sul finire della terza partita. Per dieci anni con la maglia del Bayern Monaco costituisce il valido e opposto omologo dell’ala sinistra Ribery, nonché il degno sodale dell’esterno di difesa Lahm. “Questo ometto pelato e ossuto – una sorta di Charlie Chaplin in pantaloncini – ha il fisico ideale del perfetto dribbler2)Simon Kuper, A soloist in the land of Total Football, ESPN. Ben educato e di carattere mite e schivo nella vita di tutti i giorni, Robben è un’ala pura in tutto e per tutto, un ruolo decisamente atipico per un calciatore olandese di alto livello post calcio totale. Particolare è anche la sua provenienza: nord del paese, vicino al confine tedesco, quando quasi tutti gli altri calciatori orange provengono dal centro o dal sud. Per cui non è sempre ben compreso (o tollerato) dai compagni e dai tecnici, come accade agli Europei del 2004 nel corso di una sfida contro la Repubblica Ceca: Robben gioca alla grande, serve gli assist per il parziale due a zero, ma il ct Advocaat lo sostituisce perché non segue a dovere il suo avversario diretto. Morale della favola, l’Olanda perde tre a due. Passa alla storia il movimento tipico di Robben, scontato quanto incredibilmente efficace: finta verso l’esterno (della fascia destra), scarto verso l’interno, tiro con il sinistro… e rete.

Al centro dell’attacco è posto van Persie, il quale segna solo un gol nel torneo e non incide molto, limitato com’è da un pesante infortunio subito in amichevole contro l’Italia a fine 2009, quando un’entrata di Chiellini gli procura la rottura dei legamenti alla caviglia e diversi mesi di inattività. Il meglio di sé van Persie lo darà nel quadriennio a seguire e quindi nel Mondiale del 2014. Completa il quartetto avanzato olandese Kuyt, elemento sempre utile e produttivo, autore di un gol e tre assist, e durante il campionato scendono in capo anche Elia e Huntelaar.

Le affermazioni olandesi agli Europei under-21 nel 2006 e 2007 sono di buon auspicio, anche se buona parte dei protagonisti di quei successi faranno poca strada nella nazionale maggiore. Di auspicio ancora migliore è l’ottimo girone di qualificazione, concluso con otto vittorie su otto e appena due gol incassati. Molto valido appare il cammino olandese nei tre mesi che precedono il torneo iridato: quattro vittorie su Stati Uniti, Messico, Ghana e Ungheria. E poi in Sudafrica l’Olanda conquista il primo posto anche nel girone di prima fase che comunque, a conti fatti, risulta un po’ meno impegnativo di quanto potesse sembrare alla viglia.

All’esordio i Paesi Bassi scendono in campo contro la Danimarca, una selezione impegnata nel tentativo di risollevarsi da anni poco fecondi (ha saltato Mondiale ed Europeo precedenti). Dopo una prima frazione equilibrata, l’Olanda passa in vantaggio all’inizio della ripresa con un discreto colpo di fortuna: cross dalla sinistra di van Persie, Simon Poulsen tenta un rinvio di testa che non gli riesce molto bene, poiché prende sulla schiena il compagno di squadra Agger e la palla finisce in rete. Da lì in poi gli olandesi diventano i padroni del campo. Sneijder coglie una traversa; Elia, entrato al posto di van der Vaart, prende il palo, ma sul rimbalzo giunge rapidissimo Kuyt che spedisce in rete per il due a zero finale. Più combattuta risulta la seconda partita del girone, che vede opposti gli olandesi alla selezione giapponese. Risolve il tutto un tiro dal limite di Sneijder che il portiere avversario Kawashima, in volo sulla traiettoria corretta, riesce a toccare ma devia in rete; poi negli ultimi minuti sfiorano e mancano il gol entrambe le formazioni, con van Persie e Okazaki. Infine Olanda – Camerun, sfida a giochi fatti da una parte (qualificazione) e dall’altra (eliminazione), termina due a uno in virtù delle marcature di van Persie, Eto’o e Huntelaar.

Il secondo posto del girone è agguantato con merito dalla nazionale giapponese in esito alla decisiva sfida dell’ultimo turno con la Danimarca. Entrambe le squadre, come detto sconfitte dagli olandesi, hanno a loro volta battuto il Camerun, ma ai giapponesi sarebbe sufficiente un pareggio. Invece si impongono tre a uno in un incontro dall’andamento piuttosto netto: il primo tempo termina due a zero per il Giappone in virtù di due gol realizzati su calcio da fermo da Honda e Endo; sul finire della gara Tomasson accorcia ribattendo in rete un rigore da lui stesso calciato e parato dal portiere, e poi Okazaki chiude il conto, ma grazie a una grande azione condotta da Honda.

Nell’ottavo di finale fra Olanda e la sorpresa Slovacchia, trascorrono meno di venti minuti e gli orange passano in vantaggio: Sneijder lancia lungo per Robben che, scattato dalla propria trequarti, entra nella metà campo avversaria palla al piede, punta verso il corridoio destro ma poi rientra, calcia di sinistro e infila la palla in rete – tutto da copione. Robben proverà a riproporre la medesima scena nella ripresa, ma nell’occasione il portiere slovacco Mucha negherà il bis. La partita però non è nulla di eccezionale. Nel corso del secondo tempo Vittek ha sui piedi la palla del pareggio ma conclude abbastanza addosso al portiere e così Stekelenburg para; Sneijder raddoppia a cinque minuti dal termine su assist di Kuyt; poi, a tempo ampiamente scaduto, Vittek realizza il rigore del definitivo due a uno, a favore degli olandesi.

Fino a questo punto l’Olanda ha realizzato un percorso netto, benché le sue prestazioni non convincano del tutto: poco male – ai quarti di finale, che mancavano dal 1998, è arrivata. Ora però inizia il bello. Iniziano gli scontri decisivi, la posta in gioco si fa pesante perché è in vista la semifinale e quindi il confine prossimo è con la storia. Ora c’è il Brasile.

Olanda – Brasile, Robben e Dani Alves – goal.com

Campione sudamericana in carica – ma il torneo si è giocato tre anni prima del Mondiale –, la selezione del Brasile che arriva in Sudafrica è allenata dall’ex capitano verdeoro Dunga, ct dal piglio ferreo tendente al militaresco e animato da una profonda diffidenza nei confronti della stampa. A smentire un diffuso luogo comune, la squadra vanta un pacchetto arretrato di elevata qualità imperniato soprattutto su giocatori in forza all’Inter, ovvero il portiere Julio Cesar, il centrale Lucio e l’esterno di destra Maicon. Quest’ultimo è in forma strepitosa, viene inserito nel dream team a fine campionato e un suo gol alla Corea del Nord, nella fase a gironi, è probabilmente la marcatura più bella di tutto il torneo: un tiro scoccato quasi dalla linea di fondo che passa alle spalle del portiere, ovviamente pronto ad affrontare – da quella posizione – un cross verso il centro. L’incontro della prima fase aveva visto i coreani reggere per un tempo un Brasile un po’ bloccato; poi il raddoppio di Elano e il gol di Ji, unica rete degli asiatici a questo Mondiale, hanno fissato il punteggio sul due a uno per i sudamericani.

Brillano le prestazioni di Kakà, autore di tre assist e affiancato in attacco da Robinho e Luis Fabiano (costui a segno in tre occasioni). Ma nel complesso è una selecao di non eccelso livello, in particolare nella zona centrale del campo dove viene schierato, probabilmente fuori ruolo, il validissimo terzino sinistro Dani Alves. È poi la selezione con l’età media più alta di tutto il torneo: ventinove anni e tre mesi in media.

Negli ottavi di finale ai brasiliani tocca in sorte il Cile, già affrontato nell’analoga fase del torneo durante la Coppa del 1998 in Francia e lì regolato per quattro a uno. Il Cile soffre una sorta di complesso di inferiorità nei confronti della ben più blasonata nazionale verdeoro: nel 2007, quarti di finale in Copa America, di gol ne ha incassati sei; nelle recenti qualificazioni sudamericane entrambe le sfide hanno visto l’affermazione brasiliana e in generale il Cile non batte il Brasile da dieci anni, con in mezzo otto sconfitte e un pareggio. Avrà la grande possibilità di ribaltare la tradizione avversa nella Coppa del 2014, perché quella cilena è una nazionale in palese crescita. Qui in Sudafrica ci sono alcuni giovani che negli anni a venire faranno le fortune del calcio cileno, quali Isla, Medel, Mati Fernandez, Vidal, Sanchez, oltre a elementi più esperti come il difensore centrale Ponce e il centrocampista avanzato Valdivia. In panchina siede l’esperto e carismatico Bielsa. Però in terra africana la musica è sempre la stessa e la sfida finisce tre a zero per il Brasile. Ad una prima mezzora equilibrata segue l’uno-due brasiliano che taglia gambe e motivazioni alla compagine cilena: gol di Juan di testa su tiro dalla bandierina; raddoppio di Luis Fabiano, con i cileni scoperti e sorpresi dall’azione avversaria di contropiede. Il terzo gol, siglato nella ripresa, porta la firma di Robinho.

Olanda e Brasile scendono in campo a Port Elizabeth nel pomeriggio del due luglio. Dieci minuti e i brasiliani sono in vantaggio: assist centrale di Felipe Melo che dalla propria metà campo recapita la sfera a Robinho, libero di involarsi verso il portiere avversario e concludere in rete; tutto troppo semplice, la retroguardia olandese si è appisolata e Robben, l’unico ad aver tentato di seguire Robinho nel suo scatto, giustamente esprime sentite rimostranze nei confronti dei compagni. L’Olanda, che non era partita male – un tiro di Kuyt ha impegnato Julio Cesar -, da qui in avanti rischia seriamente di capitolare. C’è un possibile rigore per un intervento di de Jong ai danni di Kakà; Juan sfiora la traversa olandese concludendo dal cuore dell’area; Kakà scocca uno splendido tiro a giro dal limite, Stekelenburg risponde alla grande, deviando con il braccio di richiamo; e infine Maicon dalla fascia tenta di replicare il gol realizzato da Carlos Alberto a Città del Messico nel ’70, ma è ancora ottimo Stekeleneburg nell’opporsi. A fronte di tutto questo sperpero, nei secondi quarantacinque minuti della partita il Brasile si vede recapitare il conto.

Allora passano otto giri di orologio nella ripresa e l’Olanda perviene al pareggio: cross di Sneijder nel mezzo dell’area, Melo anticipa Julio Cesar che è alle sue spalle – il quale però nell’uscita ha sbilanciato il compagno di squadra – e la palla termina la sua corsa nella rete brasiliana. Il gol è attribuito a Sneijder mentre Felipe Melo, come detto responsabile ma in concorso di colpa, inizia i venti minuti terribili che coincideranno con la sua ultima apparizione in maglia verdeoro: personaggio sempre un po’ fuori dalla righe, Melo è reduce da una brutta stagione con la Juventus, ma più avanti farà meglio con il Galatasaray. In ogni caso è tutto il gioco del Brasile ad essere decisamente scemato nel corso di questa gara che, intorno a metà ripresa, vive il suo momento decisivo. Calcio d’angolo da sinistra di Robben, allunga la parabola di testa Kuyt verso Sneijder il quale, per quanto non sia un gigante, è però lasciato solo di fronte alla porta brasiliana e ha gioco facile a toccare sempre di testa in rete. Due a uno per l’Olanda. Poi al settantatreesimo Felipe Melo calpesta Robben steso a terra, riceve il cartellino rosso e lascia i suoi in dieci.

Per il Brasile è il tracollo. Kakà ha un’altra possibilità ma para Stekelnburg; per gli olandesi, il cui unico cambio avviene a cinque dal termine con Huntelaar al posto di van Persie, ci sono naturali occasioni in contropiede. Ma nulla cambia, la nazionale olandese supera il Brasile e pareggia il conto degli importanti confronti fra le due squadre ai Mondiali: vittoria orange nel 1974, auriverde nel ’94 e ’98 – e in tutte quante le occasioni una delle due selezioni è arrivata per lo meno in finale del campionato. Finale che per gli olandesi manca da trentadue anni, finale – per lo più inattesa – dalla quale li separa soltanto l’Uruguay.

Città del Capo, il centro fondato nel 1652 dalla Compagnia olandese delle Indie Orientali, ospita la semifinale mondiale tra Olanda e Uruguay. Tante le assenze che si contano fra le due squadre, entrambe reduci da impegnative battaglie nei rispettivi quarti: nella nazionale dei Paesi Bassi van der Wiel e De Jong sono squalificati, al loro posto giocano Boulahrouz e de Zeeuw, a sua volta sostituito nell’intervallo con van der Vaart; gli uruguaiani hanno Lugano e Lodeiro infortunati, Fucile e Suarez squalificati – per cui giocano Gargano e Caceres, mentre tornano titolari Godin e Alvaro Pereira assenti nel precedente incontro, con Cavani spostato in avanti. È una sfida tra due grandi attacchi. L’unico precedente ai Mondiali risale alla Coppa del ’74, girone della prima fase: vinse l’Olanda e in campo per l’Uruguay c’era il padre di Forlan.

Nonostante alla fine si contino cinque reti, la partita non può considerarsi particolarmente bella, così come accaduto – cercando un paragone storico – per la finale di Messico ’86. L’Olanda sa rendersi subito pericolosa al quarto minuto quando Kuyt conclude, tirando alto dall’area di rigore, un azione d’attacco avviata da Robben. Ma un quarto d’ora dopo passa avanti grazie a un fantastico gol di van Bronckhorst che tira da lontano, spostato sulla sinistra, e spedisce la sfera direttamente all’incrocio dei pali. Al minuto quarantuno risponde Forlan con un altro tiro dalla distanza ma in questo caso centrale, che Stekelenburg avrebbe potuto parare. Si va al riposo sull’uno a uno.

Nel secondo tempo parte bene l’Uruguay: cinque minuti e un pasticcio difensivo olandese consente a Cavani di tentare un tiro che, a portiere battuto, è respinto quasi sulla linea di porta da van Bronckhorst; al sessantatreesimo una pericolosa punizione bassa di Forlan è parata in tuffo da Stekelenburg. Poi tra il minuto sessantasette e il minuto settantatré, l’Olanda produce il massimo sforzo e chiude l’incontro. Van Persie pesca van der Vaart che impegna severamente Muslera, poi la sua respinta termina sui piedi di Robben che spreca sparando alto. È solo il preludio al gol: tiro di Sneijder, velo di van Persie sul filo del fuorigioco – anzi, a dirla tutta in fuorigioco, seppur davvero di poco – che non tocca la sfera ma disorienta il portiere, palla in rete. Passano tre minuti, cross di Kuyt dalla fascia, testa di Robben, tre a uno per l’Olanda. Gli europei sfiorano poi in contropiede il quarto gol, evitato da Godin con un prodigioso recupero su Robben lanciato a rete. Già oltre il novantesimo Maxi Pereira segna la rete che sprona gli uruguagi a tentare una disperata rimonta, schiacciando così gli olandesi nella propria area di rigore durante i pochi istanti di partita residui, ma senza portare a segno conclusioni; finisce a tre a due. L’Uruguay saluta, senza reali rimpianti perché il suo obiettivo l’ha raggiunto, l’Olanda va a giocarsi il titolo.

Non c’è che dire, davvero niente male per questa ondata orange giunta a una nuova ribalta internazionale: sono state tutte vittorie – dalle qualificazioni, passando per il girone della prima fase, sino alle partite a eliminazione diretta. Ci sarebbe da essere entusiasti in modo unanime. È vero, l’Olanda ha mostrato in pochi frangenti un calcio piacevole durante il torneo; ma che importa, per la terza volta nella sua storia l’Olanda ha l’occasione di issarsi sul tetto del mondo calcistico. Eppure, non basta. O per meglio dire, il punto non è quello: non lo è per gli olandesi e il loro mito del bel gioco che con fierezza si portano addosso dagli anni settanta del secolo scorso a questa parte.

Forse van Bommel già fiutava l’aria alla viglia del Mondiale, quando aveva detto a chiare lettere: “Noi olandesi dovremmo smetterla di parlare sempre di quanto accaduto nel 19743)Charlie Pritchard, A cry for a new dawn, a betrayal of Total Football, and a harmful legacy now being overcome: how 2010 shaped Dutch football, These Football Times. Durante il campionato infatti diversi addetti ai lavori in patria criticano apertamente la nazionale e non accettano questa Olanda snaturata, costruita sopra un calcio muscolare – soprattutto in difesa e a centrocampo – e spesso votato alla rottura del gioco avversario; e poi rimproverano alla squadra un atteggiamento aggressivo, troppo falloso, reso evidente dal fatto che la squadra olandese è di gran lunga la selezione più sanzionata del torneo (si contano alla fine ventiquattro gialli e un rosso). Le critiche si sprecano soprattutto dopo la finale, alimentando il facile dubbio che un esito differente della partita avrebbe generato con ogni probabilità commenti di altro tenore. E le accuse più dure e inappellabili non provengono da uno qualunque, ma direttamente da sua maestà Johann Cruyff, che il giorno dopo l’assegnazione del trofeo – con il tono preciso, implacabile e un poco arrogante che lo contraddistingue – non risparmia niente alla nazionale gestita da van Marwijk.

Mostrando senza troppi giri di parole di aver parteggiato per gli spagnoli – suoi autentici figli calcistici e sua patria di adozione – anziché per i connazionali in maglia arancione, il discorso di Cruyff trae spunto da una domanda che si era posto, ovvero se in finale gli olandesi avrebbero potuto emulare l’approccio tenuto dall’Inter di Mourinho contro il Barcellona per sconfiggere gli avversari; e si era risposto di no, perché a suo dire gli olandesi non avrebbero mai tradito il proprio stile. “Invece mi sbagliavo. Non si sono aggrappati alla traversa, ma è mancato poco. Non volevano la palla tra i piedi e, tristemente, hanno giocato davvero sporco, tanto che ben presto avrebbero meritato di restare in nove”. E rincara la dose: “Questo stile brutto, rozzo, duro, ermetico, non appariscente, poco calcistico (d’accordo, è un modo di giocare e persino di vincere, ma non lo condivido), ha aiutato gli olandesi a scardinare la Spagna. Contenti loro, ma alla fine sono riusciti a perdere lo stesso4)Johann Cruyff, El que mas se lo merece, El Periodico.

Definitivo come un epitaffio scolpito nel granito. Però, però. Questi brutti anatroccoli, questi figli di un Dio minore del pantheon calcistico olandese, questa Olanda della Coppa 2010 arriva vicino a un titolo mondiale come a nessuna delle precedenti nazionali orange era riuscito, o tutt’al più alla pari di quella del ’78: non alla selezione ammirata nel 1998, né alla squadra che scenderà in campo quattro anni dopo ai Mondiali del 2014, tanto meno ai campioni d’Europa del 1988; e per finire neanche la strepitosa Olanda guidata da Cruyff era stata in grado di protrarre il sogno mondiale tanto a lungo quanto i reprobi di van Marwijk. Perché il calcio si può anche giocare male. Poi, ognuno ha i suoi gusti e li esprime come vuole, e così infatti farà il popolo olandese quando, a Mondiale appena concluso, riempirà in massa le strade e i canali di Amsterdam per tributare il giusto ringraziamento ai suoi nazionali di ritorno dal Sudafrica.

immagine in evidenza: Robben e Sneijder

References   [ + ]

1. Edwin Schoon, “Je suis un winner, moi”, intervista a Sneijder, So Foot n. 108
2. Simon Kuper, A soloist in the land of Total Football, ESPN
3. Charlie Pritchard, A cry for a new dawn, a betrayal of Total Football, and a harmful legacy now being overcome: how 2010 shaped Dutch football, These Football Times
4. Johann Cruyff, El que mas se lo merece, El Periodico