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Sudafrica, 2010
IV. Garra Charrua

Valido per i quarti di finale di Sudafrica 2010, la sera del 2 luglio va in scena a Johannesburg l’incontro più entusiasmante di tutto il torneo ed anche uno dei passaggi memorabili dell’intera storia della Coppa: Uruguay – Ghana. In questa sfida che consegnerà l’accesso della prima africana in una semifinale mondiale, oppure il ritorno della seleccion uruguagia fra le prime quattro al mondo, inevitabilmente tutto il pubblico degli spalti è schierato per la squadra del continente, per le stelle nere Ghana.

Fra i sudamericani è assente il centrale di difesa Godin, uscito causa infortunio a metà partita nel corso dell’ottavo di finale; Alvaro Fernandez scende in campo per la prima volta nell’undici di avvio, ma a metà tempo sarà sostituito con Lodeiro, mentre Alvaro Pereira, di solito titolare, è in panchina. Ecco la formazione dell’Uruguay: Muslera; M.Pereira, Lugano (capitano), Victorino, Fucile; Fernandez, Arvelao, Perez, Cavani; Forlan, Suarez. Assenze di peso anche nel Ghana: Jonathan Mensah e Ayew sono squalificati e quindi sostituiti da Vorsah e Muntari, per una formazione così composta: Kingson; Pantsil, Vorsah, John Mensah (capitano), Sarpei; Annan, Boateng; Inkoom, Asamoah, Muntari; Gyan. Arbitra il portoghese Benquerenca. Prima del fischio di inizio tutti quanti – giocatori, direttore di gara e collaboratori – si mischiano dietro lo striscione che recita say no to racism.

Dopo tre minuti una ripartenza uruguaiana porta Fernandez a operare un cross che sfiora la traversa avversaria; altri otto minuti e la celeste recupera palla in zona d’attacco, Cavani scarica per Suarez che penetra in area sulla sinistra e tira ma Kingson è attento; e ancora al diciottesimo, angolo di Forlan, deviazione di petto di Mensah e pronta respinta di Kingson. La partita è nelle mani dell’Uruguay che manifesta tutta la sua pericolosità nelle fasi in cui si distende in fase offensiva con i suoi tre attaccanti. Gyan è nervoso e protesta con vigore per un fallo di mano fischiato ai suoi danni (ha preso la sfera un po’ con la spalla, un po’ con l’avambraccio). L’arbitro sventola a Fucile il solo cartellino giallo della prima frazione quando corre il ventesimo minuto, ma i giocatori sono irrequieti, la partita è fallosa e le ammonizioni aumenteranno nel corso della ripresa – forse l’arbitro avrebbe dovuto iniziare a usare le sanzioni con un po’ di anticipo. L’Uruguay non molla, al venticinquesimo la seleccion recupera la palla sulla trequarti avversaria e Forlan conclude da fuori area, alto; un minuto dopo Suarez entra in area ghanese, sfodera un gran tiro e Kingson risponde con una grandissima parata deviando la sfera con la punta delle dita in angolo.

Alla mezzora finalmente compare il Ghana – e lo fa in maniera imperiosa: primo angolo a favore degli africani (contro i sei già battuti dai sudamericani) calciato da Muntari, testa di Vorsah, incrocio dei pali sfiorato. Un giro di orologio e Boateng si produce in una grande azione, passa a Gyan che conclude di prima, basso, e la palla lambisce il palo uruguaiano. È il trentottesimo quando Lugano deve uscire dal campo e lasciare il posto a Scotti: la celeste non è fortunata, bersagliata dagli infortuni e priva adesso dei suoi uomini titolari al centro della difesa; poco dopo è la paura a correre lungo il terreno di gioco per la sorte di Fucile che salta, subisce fallo e ricade di testa: pare privo di sensi, ma si riprende quasi subito e prosegue l’incontro. Intanto il Ghana continua a macinare gioco: ci prova Muntari dall’area di rigore, di testa; ci prova anche Gyan dalla distanza ma la parata è semplice per Muslera; all’ultimo minuto Inkoom crossa in area dove Boateng – in gran serata – esegue una spettacolare rovesciata che finisce sopra la traversa. In pieno recupero Muntari conclude da lontano verso la porta, la palla è diretta all’angolino basso e ha preso effetto – Muslera però nel frattempo ha fatto un passetto dal parte sbagliata, si ravvede ma non basta, non ci arriva e la sfera entra. È il gol del vantaggio ghanese.

Il primo tempo si chiude quindi nel segno di una svolta, e prima di entrare negli spogliatoi i giocatori africani si radunano in cerchio, esaltati dal momento propizio. La partita è stata spaccata in due, con un dominio uruguaiano per trenta minuti seguito da un controllo completo in capo ai ghanesi, fra i quali Muntari e Boateng hanno assunto il ruolo di trascinatori. La differenza: il Ghana ha segnato, l’Uruguay no.

Il secondo tempo si apre con due possibili episodi da rigore non fischiati, uno per parte, consistenti in un fallo su Cavani e in un braccio alzato in barriera a bloccare una punizione calciata dai ghanesi. Al nono minuto Fucile subisce fallo al vertice dell’area di rigore avversaria e Forlan va sulla palla: tutti si aspettano un traversone in mezzo, ma Forlan calcia direttamente e splendidamente in porta, sorprende il portiere ghanese – in parte colpevole – e realizza la rete dell’uno a uno.

La partita diventa allora equilibrata e affrontata senza timori dalle due formazioni, ora più allungate e meno attente alle posizioni. Gyan – partito però in fuorigioco non segnalato – conclude verso Muslera che para e sulla respinta Muntari non riesce a ribattere a rete; dall’altra parte l’Uruguay non concretizza un’enorme occasione con Suarez che, su cross di Forlan, calcia al volo, defilato sulla destra ma vicino alla porta ghanese e con il portiere spiazzato, e indirizza la sfera fuori. Bello scambio al settantunesimo tra Fucile, Pereira e Suarez, quest’ultimo calcia a rete, Kingson è attento e para. Poi si assiste a un tentativo di Forlan su calcio di punizione che termina fuori di poco. Nel Ghana Appiah avvicenda Inkoom, nell’Uruguay entra Abreu per Cavani, e i cambi per i sudamericani sono terminati.

È di nuovo cresciuto il gioco uruguagio che ora sta mettendo alle corde i ghanesi. Ancora una volta Suarez, e ancora su assist di Forlan, con un bel gesto tecnico colpisce di testa verso la porta ma è altrettanto pregevole la deviazione di Kingson in angolo. Una pericolosa ripartenza della celeste a dieci dal termine è conclusa alta da Perez – ma è stato egoista, c’erano compagni liberi da servire. Negli ultimi minuti il Ghana, nel quale un Muntari in calo è stato sostituito da Adiyiah, ha un sussulto: un ottimo anticipo di Pereira su Appiah, dalle parti di Muslera, risolve una situazione difficile per gli uruguaiani. E si passa quindi ai tempi supplementari.

Tracciando l’ennesimo ribaltamento di fronte che contrassegna questa sfida colma di passione, nei primi minuti il Ghana parte all’attacco e vi resterà per buona parte dell’overtime. Al terzo Asamoah tenta la sorte dalla distanza e indirizza alto. Due minuti dopo Gyan penetra in area uruguaiana, non trova spazio per il tiro e in aggiunta prende una botta: si è fatto male, pare necessaria la sostituzione ma Gyan rientra in campo. Con l’ammonizione di Mensah – per proteste, lamenta un fallo non fischiato – il Ghana si ritrova però con i tre quarti della difesa sanzionati, e poi sul finale rischia seriamente il rigore a sfavore quando Pantsil, in seguito a un intervento maldestro, cade e così stende Abreu in area.

I ghanesi però hanno conservato maggiori riserve di fiato e nel secondo supplementare la loro pressione sugli avversari cresce di intensità, per quanto non sia accompagnata da sufficiente precisione ed efficacia. Al quinto Appiah crossa in mezzo, Gyan nel cuore dell’area è bravo ad anticipare un avversario ma di testa manda alto. Si rivede per un istante l’Uruguay quando Forlan, al nono minuto, ha il tempo di controllare di petto e calciare la sfera in area ghanese: finisce alto, non di molto però. Ma gli africani riprendono a spingere: Gyan è contrastato e quindi anticipato da Scotti al momento di calciare a rete; una rimessa laterale lunga giunge in area uruguagia, il tocco inopportuno di Fucile dirotta la sfera sulla testa di Boateng che colpisce e sfiora l’incrocio dei pali – era una grande opportunità.

La costante e crescente manovra offensiva degli africani giunge al suo esito naturale quando il tempo di gioco è già scaduto, dando vita a uno degli eventi topici del Mondiale sudafricano – forse il vero e proprio evento del torneo -, nonché a uno dei passaggi chiave nella storia del gioco e, ancora, a un momento di enorme, struggente, meraviglioso pathos. Fucile commette fallo, il Ghana usufruisce di una punizione che batte Pantsil dalla fascia destra della zona di attacco: la palla arriva in mezzo all’area, tira Appiah e Suarez appostato sulla linea di porta respinge di coscia, e allora colpisce di testa Adiyiah e sempre Suarez – che per nessuna ragione al mondo ha intenzione di permettere che quel pallone entri in rete – lo respinge un’altra volta… ma questa volta con la mano. L’arbitro assegna l’inevitabile calcio di rigore e alza il rosso davanti a Suarez, il quale tenta di giustificarsi, non si capacita di un’espulsione evidente a chiunque ed esce piangendo – ma più di qualsiasi altro sentimento, traspare in lui lo scoramento, l’angoscia per l’approssimarsi della sconfitta. I ghanesi incitano il pubblico poiché la semifinale mondiale è distante appena un gol dagli undici metri. Gyan afferra un pallone che pesa quanto il pianeta per calciare il rigore, ma come è stato scritto in proposito, “esistono fardelli troppo pesanti per un solo uomo1)Alberto Edjogo-Owono, Uruguay-Ghana, Panenaka n. 100: destro centrale e forte, traversa, fuori! Gyan ha le mani in faccia, si mangia la maglia, i compagni lo avvicinano per rincuorarlo; Suarez, che è rimasto a bordo campo davanti all’ingresso degli spogliatoi, salta ed esulta. Muslera tira colpi con la mano sulla traversa e le dice qualcosa – perché in certi frangenti di questo gioco, la tensione e il coinvolgimento, la paura e la gioia, assumono una tale forza che un essere umano arriva a parlare con un pezzo di legno davanti al mondo intero.

Tiri di rigore. Partono i leader delle due squadre: Forlan per l’Uruguay inizia la serie spiazzando il portiere ghanese, Gyan – che mostra un coraggio da leone nel presentarsi sul dischetto appena pochi minuti dopo il suo terribile errore – alza di nuovo la palla ma la mette sotto l’incrocio dei pali. Uno a uno. Victorino segna, così come Appiah, che poi urla verso gli spalti chiedendo altro sostegno ai tifosi africani. Il tiro di Scotti è centrale ma entra, a differenza del tiro di Mensah – mal eseguito, lento e poco angolato – che Muslera para sulla sua sinistra; ma Maxi Pereira, per l’Uruguay, calcia alto il successivo rigore. La partita sta diventando qualcosa di tremendo da reggere. Va sul dischetto il giocatore che si è visto negare il gol decisivo poco prima dalla mano di Suarez, ovvero Adiyiah: è ottimo il gesto tecnico di Muslera nello stendersi sulla sinistra e parare il tiro a mano aperta.

Se i sudamericani segnano il prossimo rigore sono in semifinale. L’impegnativo compito grava su Abreu, attaccante ed ennesimo el Loco del calcio latinoamericano. Il soprannome gli è stato affibbiato da due compagni che un giorno lo hanno visto ballare la cumbia alle otto del mattino nello spogliatoio2)Francesco Caligaris, Sebastian Abreu non ha ancora smesso di fare spettacolo, Rivista Undici e ormai se lo tiene, ma in realtà è un giocatore privo di particolari eccessi o tratti eccentrici, e oltre tutto è un uomo piuttosto pacato e intelligente. Ha segnato nel corso della partita casalinga valida per lo spareggio intercontinentale che ha portato l’Uruguay ai Mondiali 2010, è stato il gol del vantaggio e della tranquillità. Ovviamente lì in quel momento pochi lo sanno, incluso l’estremo difensore ghanese, ma una delle specialità di Abreu è calciare i rigori con un panenka: prende la rincorsa e di conseguenza, senza alcun timore o esitazione, esegue il panenka. La palla entra, l’Uruguay ha vinto.

La gioia incontenibile degli uruguagi fa il paio con l’immagine di Gyan che non smette di piangere, e il suo dolore induce alle lacrime chi lo guarda anche solo dallo schermo. Il fallo di Suarez, l’intervento di mano che ha deviato il pallone indirizzato in rete a partita ormai conclusa, verrà discusso e stigmatizzato come un comportamento anti-sportivo, una truffa, un affronto – l’ennesimo – all’Africa: per me è stata soltanto la volontà di un uomo di non vedere crollare il suo sogno espressa in un gesto, il più istintivo, senza dubbio scorretto se non anche vigliacco a conti fatti, ma rivestito dell’innocenza figlia della disperazione, aggrappato così com’era all’unica possibilità rimasta a sua disposizione. Di certo un atto non ragionato e senza malizia. E poi comunque il rigore doveva essere realizzato – questo è il reale rammarico che i ghanesi porteranno con sé. Dirà Tabarez, ct della celeste, sull’episodio: “Chi vince deve avere anche fortuna, e più di questo non so che dire3)Paul Wilson, World Cup 2010: Uruguay make Gyan and Ghana pay the penalty, The Guardian, e davvero non c’è nient’altro da aggiungere su questo nuovo, fantastico pezzo di calcio.

E dire invece che l’Uruguay ha seriamente rischiato di non giocarlo nemmeno il Mondiale del 2010. Prima dell’ultima giornata del girone unico Conmebol, con due soli posti a disposizione e uno dei quali destinato al playoff inter-confederazioni, la celeste ha 24 punti ed è preceduta di una lunghezza dagli argentini: le due squadre si incontrano a Montevideo e prevale l’Argentina uno a zero grazie a un gol di Bolatti. Per fortuna degli uruguaiani chi non ne approfitta è l’Ecuador (anch’esso a 23 punti) che viene sconfitto in casa dal Cile, per di più già qualificato. Un girone complicato quello condotto a termine dall’Uruguay, nel quale rimedia anche un pesante quattro a zero a domicilio per mano del Brasile, e risolto in realtà con caparbia e fortuna nella penultima partita. A Quito, il 10 ottobre 2009, mancano venti minuti alla fine e l’Ecuador passa in vantaggio; subito dopo pareggia Suarez e poi, nei minuti di recupero, il portiere ecuadoregno stende in area Cavani lanciato a rete: calcio di rigore, va sul dischetto Forlan e segna la rete che a conti fatti sarà determinante.

Nel terzo spareggio intercontinentale di fila che l’Uruguay deve affrontare per raggiungere la fase finale del Mondiale (e quattro anni dopo ne giocherà un quarto), l’avversario è la quarta qualificata nel raggruppamento Concacaf, ovvero la selezione della Costa Rica. La pratica è risolta in modo tutto sommato agevole: all’andata in trasferta gli uruguaiani si impongono uno a zero e poi pareggiano uno a uno il ritorno. Fra le sfide di playoff e il torneo in Sudafrica, l’Uruguay disputa appena due amichevoli, ma sono due vittorie, su Svizzera e Israele. Quindi è una squadra in crescita.

A seguito di un girone della prima fase impegnativo e vinto, l’ottavo di finale che attende l’Uruguay al Mondiale è al cospetto della Corea del Sud. La Coppa del 2010 segna infatti una parziale rinascita del calcio asiatico, dopo i fasti del 2002 e il passaggio a vuoto di quattro anni prima, con due selezioni che raggiungono la fase a eliminazione diretta. I coreani, ancora guidati in campo da Park Ji Sung al suo terzo e ultimo campionato del Mondo, paiono in gran spolvero e superano all’esordio la Grecia con un gol per tempo (Lee e Park). La dura sconfitta patita dall’Argentina ridimensiona le loro ambizioni e i coreani devono quindi passare indenni attraverso una difficile sfida con la Nigeria per qualificarsi. Corea del Sud – Nigeria finisce due a due ed ha un andamento altalenante: avanti i nigeriani, i coreani ribaltano il punteggio e poi sono raggiunti su rigore, regalato dagli asiatici e marcato da Yakubu; nella fase finale dall’incontro il nigeriano Martins ha una grande occasione che non concretizza quando si trova solo, palla al piede, davanti al portiere coreano, e la realizzazione avrebbe significato per i suoi il passaggio del turno grazie alla migliore differenza reti.

Però nell’ottavo fra uruguaiani e coreani, giocato sotto una fredda e persistente pioggia, gli asiatici non sfigurano e lottano sino all’ultimo rendendo l’incontro combattuto, equilibrato, a lungo in bilico. Passano appena cinque minuti e Park Chu Young timbra il palo dei sudamericani su punizione; poco dopo però l’Uruguay passa in vantaggio: cross di Forlan da sinistra, basso, il portiere Jung è sulla palla ma non la blocca, e pertanto Suarez – defilato ma senza avversari – insacca in rete. La Corea spinge per il pareggio e lo raggiunge con merito a metà della ripresa con un gol di Lee Chung Yong su uscita errata di Muslera. A dieci dal termine il protagonista è ancora Suarez: splendido il suo dribbling in area e splendido il destro a giro che tocca il palo ed entra in porta, marcando il definitivo due a uno. In verità la Corea del Sud potrebbe ancora pareggiare quando, con il tempo agli sgoccioli, Lee Dong Gook ha la palla buona davanti al portiere uruguagio ma spreca tirandogli addosso. E così l’Uruguay spicca il volo.

La celeste edizione 2010 è una formazione con una precisa fisionomia composta da un asse centrale portante e da un prodigioso reparto offensivo. A parte l’attacco, i nomi degli uomini chiave appartengono a buoni giocatori, ma non di primissimo piano nel panorama calcistico internazionale: il centrale di difesa Lugano del Fenerbace (affiancato da Godin, costui destinato a una poderosa crescita negli anni successivi); i centrali di metà campo Arvelao del Penarol e Perez del Monaco. Davanti incontriamo il leader della squadra, grande protagonista del Mondiale con cinque gol e un assist, nonché miglior giocatore del torneo: Diego Forlan. Milita nell’Atletico Madrid, l’anno prima è stato Pichichi (capocannoniere) in Spagna, come già nel 2005, ma all’epoca con la maglia del Villareal; è un giocatore completo e qui in Sudafrica staziona spesso alle spalle dell’unica vera punta, quindi assolve il ruolo sia di attaccante che di regista, senza disdegnare la proiezione sulle fasce. È figlio d’arte poiché il padre, il difensore Pablo Forlan, fu nazionale e membro del grande Penarol anni sessanta.

Come detto, Forlan compone l’attacco rivelazione del torneo, una fortunata combinazione generazionale che regala alla nazionale uruguagia il valido trio completato da Cavani e Suarez. I due hanno solo ventitré anni nel 2010, cresceranno calcisticamente ancora molto nel corso del tempo e, oltre a essere coetanei, hanno in comune il luogo di origine: Salto, una città dell’interno seconda per grandezza nel paese solo a Montevideo – benché molto lontana dalle dimensioni della capitale – con la triste peculiarità di non avere al proprio interno neanche una squadra professionistica di calcio. Non a caso tutti i campionati della storia uruguaiana sono stati vinti da club con sede a Montevideo. Edison Cavani del Palermo parte come esterno di centrocampo e scala avanti in fase offensiva, trasformando l’Uruguay in un 4-3-3. È forte nel gioco acrobatico, ha un tiro potente ed è secondo solo a Suarez come numero di reti segnate in nazionale; è il miglior marcatore in Italia nella stagione 2012/13 con la maglia del Napoli e poi due volte capocannoniere in Francia mentre è in forza al Paris Saint-Germain.

Ma dei tre il più forte, in prospettiva, sarà Luis Suarez. Chiude il torneo che lo consacra fra i migliori talenti del panorama calcistico con tre gol e due assist. Gioca nell’Ajax, ma già a gennaio passa al Liverpool e poi più avanti al Barcellona, dove sarà campione d’Europa nel 2015; capocannoniere sia in Premier che in Liga, nella stagione 2015/16 i suoi gol nel campionato spagnolo raggiungeranno la grandiosa cifra di quaranta. Mentre scrivo Suarez detiene il record di sessantaquattro gol in 123 incontri con la maglia celeste ed è stato eletto miglior giocatore nella Coppa America 2011. L’eccellente senso del gol non basta a descriverlo: il suo tratto distintivo è stato opportunamente scovato in una voglia animalesca, feroce, di arrivare prima dell’avversario, di fare gol4)I migliori finalizzatori (2000-2020), l’Ultimo Uomo. Suarez segna reti per volontà di potenza.

Alcuni episodi poco edificanti hanno contraddistinto la sua carriera, fra i quali un’insana tendenza a mordere – letteralmente – gli avversari che richiederebbe l’intervento di un bravo psichiatra: morde Bakkal del PSV quando è all’Ajax, morde Ivanovic del Chelsea mentre veste la maglia del Liverpool, ricevendo per il gesto dieci giornate di squalifica, e siccome non c’è due senza tre, troverà il modo di azzannare un avversario anche nel corso del Mondiale successivo. La furia di Suarez, l’abnegazione ai più incomprensibile che rovescia in campo, hanno fatto sorgere un giusto paragone con la figura del pugile Jack La Motta5)Ryan Paton, Deciphering Luis Suarez, modern’s football raging bull, These Football Times, reso immortale da Scorsese e De Niro in Raging Bull (1980), ma il tutto è contrapposto a una vita privata e famigliare serena, appagante e pertanto felice. Ha avuto una gioventù difficile fatta di povertà e incomprensione, Suarez, con tutta evidenza ha fatto sua quella rabbia e l’ha trascinata con successo al servizio del gioco.

Detto il Maestro sia perché in passato ha lavorato come insegnante, sia perché gli viene riconosciuta dai più saggezza professionale e non solo, il ct Oscar Washington Tabarez assume un ruolo predominante nei successi uruguagi del periodo. Occupa la panchina della nazionale dal 2006 ad ora, dopo un primo passaggio tra il 1988 e il 1990, e nel corso di tre Mondiali consecutivi ottiene risultati di tutto rispetto: semifinale, ottavi, quarti. Soprattutto allontana definitivamente dalla celeste quel marchio di squadra brutta e violenta che nei decenni precedenti le era rimasto appiccicato addosso. Dal 2016 è colpito da una grave neuropatia e pertanto è spesso costretto a recarsi in panchina appoggiandosi sulle stampelle o seduto su di una carrozzina.

Tabarez è colto, di sinistra – in casa sua campeggia una scritta mutata da una frase di Ernesto Che Guevara, “bisogna essere inflessibili, ma senza perdere la tenerezza”6)Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016 -, è tranquillo, profondo, amato dai suoi nazionali e dal suo popolo. Quando torna a Montevideo dopo il Mondiale sudafricano, parla alla folla accorsa a festeggiare lui e i suoi uomini, con a fianco Pepe Mujica, ex guerrigliero marxista scampato a una tremenda prigionia sotto la dittatura ed eletto presidente nel 2009. E in quella occasione Tabarez si esprime così: “Il successo non è rappresentato soltanto dalla vittoria, ma anche dalle difficoltà che si incontrano per ottenerla e dalla lotta di tutti i giorni, dallo spirito che serve per porsi nuove sfide e poterle superare. Il cammino è la ricompensa7)Marco Gaetani, Tabarez ci insegna il valore dell’utopia, l’Ultimo Uomo. È qualcosa di simile a quanto disse un uomo altrettanto profondo, Pietro Mennea: “La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni”.

Il capolavoro di Tabarez, il “suo torneo8)Jonathan Wilson, Oscar Bravo, The Blizzard n. 2, è la Copa America disputata l’anno dopo il Mondiale. La nazionale dell’Uruguay, che ha vinto le prime due edizioni del torneo e ha perso la terza nel 1919 soltanto all’ultimo minuto dei supplementari contro il Brasile, nel 2011 mette in bacheca il quindicesimo titolo, un record, superando così l’Argentina nella classifica assoluta. È proprio la selezione biancoceleste e padrona di casa ad essere superata dagli uruguagi nei quarti di finale dopo i calci di rigore; poi la vittoria sul Perù vale l’accesso in finale. Qui il confronto è con il Paraguay, giunto all’ultimo atto del torneo attraverso un percorso a dir poco singolare: tutti risultati di parità, sin dall’inizio, e quarti e semifinale vinti ai rigori ma senza segnare nemmeno un gol. La finale di una Coppa che rispecchia i valori emersi al Mondiale sudafricano e conferma le nazionali di Uruguay e Paraguay come le due migliori selezioni sudamericane del periodo, non ha storia: tre a zero per la celeste – Suarez, poi doppio Forlan – e trofeo a Montevideo.

In quei giorni la sconfitta di un’africana arrivata nuovamente a un passo delle semifinali mondiali, e oltre tutto in terra africana, mette un poco in ombra un altro evento pregno di rilevanza storica, cioè la splendida, inattesa rinascita della nazionale uruguaiana. Questo piccolo paese schiacciato dai giganti Argentina e Brasile, adagiato sull’estuario del Rio de la Plata e con di fronte a sé soltanto l’Oceano Atlantico, composto attualmente da appena tre milioni e mezzo di anime, è da considerarsi senza alcun dubbio la più grande nazione calcistica al mondo pound to pound, ovvero se si valutano i successi in rapporto alla dimensione, alla popolazione, mutando in tal modo un termine boxistico utilizzato per confrontare pugili di stazza differente. La passione di massa per il gioco si è sviluppata in parallelo a una pregevole scuola calcistica, analogamente a quanto avvenuto nei grandi paesi che lo circondano, ma si narra che il segreto del successo uruguaiano sia nascosto in due paroline: Garra Charrua. Letteralmente indica l’artiglio (garra) di una tribù di amerindi che resistette tenacemente ai conquistadores (i Charrua). Lugano la presenta come l’istante in cui “ti manca l’ultimo respiro, ma vuoi dare lo stesso sempre di più9)Aidan Williams, Garra Charrua, Philosophies magazine – These Football Times. È l’orgoglio nazionale di un popolo che erompe su di un campo di calcio, anziché su di un campo di battaglia.

Quattro stelle adornano la maglietta celeste della selezione uruguagia, anche se in realtà i titoli mondiali conquistati sono due, ma per loro sono e rimangono quattro. L’Uruguay vince infatti la medaglia d’oro del torneo calcistico in due edizioni delle Olimpiadi la cui importanza indusse la Fifa a riconoscerle come antesignane dei campionati del Mondo: nel 1924 a Parigi la competizione si trasformò in un autentico successo di pubblico capace di oscurare tutti gli altri sport in cartellone, e anche in un successo di partecipazione, con ventidue selezioni in campo; nel 1928 ad Amsterdam le squadre furono un po’ meno, diciassette – ma con tre sudamericane -, e il torneo segnò una prima, parziale e importante apertura al professionismo grazie all’accordo tra federazione internazionale e comitato olimpico sulla concessione di un rimborso ai datori lavoro dei giocatori. L’impressione in patria fu tale che dopo l’oro Amsterdam, il parlamento uruguaiano decretò una giornata di festa nazionale per commemorare l’impresa10)Riccardo Brizzi, Nicola Sbetti, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018), Le Monnier, 2018. Poco dopo arrivarono anche i Mondiali.

Nel 1930, prima edizione della Coppa del Mondo e giocata in casa, l’Uruguay diventa campione con una squadra che riproduce la composizione di quella olimpica e nella quale brillano il difensore Nasazzi, la classe pura del centrocampista Andrade, l’attaccante Scarone. Il successo contribuisce alla costruzione di un’identità nazionale anche attraverso l’immagine di una compagine multietnica – Andrade era la Maravilla Negra. La Garra Charrua punta al raddoppio e fa centro grazie alla clamorosa, incredibile, superba rimonta sul Brasile a Rio nel 1950, e accompagna al trionfo una formazione colma di talento: il regista Schiaffino, che esalterà il Milan di quegli anni; Ghiggia sull’ala; Varela, non solo capitano ma vero proprio capo, detto appunto el Jefe; e Maspoli fra i pali. Nei vent’anni di mezzo però, oltre al periodo perso a causa della guerra, l’Uruguay sceglie di non competere nei campionati del Mondo giocati in Europa, e manca così negli annali del calcio un confronto con l’altro gigante del gioco nel periodo, la nazionale italiana. Pronto a un portentoso tris nei Mondiali svizzeri del 1954, l’Uruguay incrocia la mirabile nazionale ungherese in una grandiosa e storica battaglia di semifinale, ritenuta da Brera la più grande partita di sempre. Sembra un passaggio di consegne, ma in realtà l’ardore e la fatica di quella sfida forse costeranno ai magiari il titolo mondiale: sotto due a zero, gli uruguagi pareggiano, sfiorano la vittoria per poi soccombere quattro a due, ai tempi supplementari, in quella che risulta la prima sconfitta dell’Uruguay in Coppa del Mondo.

Seppur puntellato da diverse e talvolta sorprendenti affermazioni in Copa America, il periodo che va ad aprirsi con la fine dei Cinquanta è contraddistinto per la celeste da un triste quanto inesorabile declino nel calcio che conta, cioè nel campionato del Mondo. Ancora durante il torneo del 1970, esaltato da un portiere di valore assoluto di nome Mazurkievic, l’Uruguay si innalza sino alla semifinale dove è superato da un Brasile inarrivabile, ma diventa una sorta di canto del cigno, per taluni senza possibilità di appello. Nei decenni che separano Messico ’70 dal Mondiale del 2010, l’Uruguay gioca soltanto quattro campionati su nove. Quando qui in Sudafrica sconfigge i padroni di casa durante il girone, la vittoria in una fase finale finale del torneo manca dalla Coppa del ’90, dall’affermazione sui sudcoreani. Ora, passati quarant’anni, la risalita è finita e la celeste è di nuovo in una semifinale mondiale. Bentornato fra le grandi del calcio, Uruguay. Bentornato a casa tua.

imamgine in evidenza: Luis Suarez – fourfourfourtwo.com

References   [ + ]

1. Alberto Edjogo-Owono, Uruguay-Ghana, Panenaka n. 100
2. Francesco Caligaris, Sebastian Abreu non ha ancora smesso di fare spettacolo, Rivista Undici
3. Paul Wilson, World Cup 2010: Uruguay make Gyan and Ghana pay the penalty, The Guardian
4. I migliori finalizzatori (2000-2020), l’Ultimo Uomo
5. Ryan Paton, Deciphering Luis Suarez, modern’s football raging bull, These Football Times
6. Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016
7. Marco Gaetani, Tabarez ci insegna il valore dell’utopia, l’Ultimo Uomo
8. Jonathan Wilson, Oscar Bravo, The Blizzard n. 2
9. Aidan Williams, Garra Charrua, Philosophies magazine – These Football Times
10. Riccardo Brizzi, Nicola Sbetti, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018), Le Monnier, 2018