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Sudafrica, 2010
I. Il nuovo calcio e i suoi profeti

Ha scritto Jean-Paul Sartre che nel calcio tutto è complicato dalla presenza di un avversario1)Alberto Piccinini, Sartre tifava Mourinho?, il manifesto 26/5/2010. Per questa ragione la tattica conserva sempre evidenti limiti intrinseci e consente di risolvere un numero limitato di problemi del gioco. Però mai come nei primi due decenni del secolo, periodo in cui il Mondiale dell’anno 2010 funge da momento cronologicamente centrale, le questioni tattiche hanno assunto un peso così intenso nel dibattito calcistico, avviando una tendenza forse irreversibile, e mai la tattica è stata tanto studiata – complice anche il fiorire di pubblicazioni dedicate al tema, soprattutto sul web. Il processo è così sfociato in una nuova interpretazione del gioco: provenienti da anni di calcio muscolare e schemi rigidi, il nuovo calcio inizia a sbocciare a livello di club, si impone nella Coppa del Mondo attraverso le squadre campioni nelle edizioni 2010 e 2014, detta i termini dell’espressione calcistica per chissà quanti anni a venire.

Si possono soltanto accennare in queste righe i tratti essenziali che contraddistinguono la rivoluzione calcistica del ventunesimo secolo, una trattazione però indispensabile per capire in quali acque navigano i campionati del Mondo dall’anno ’10 in avanti. Un primo aspetto che balza agli occhi è la progressiva tendenza delle squadra a restringersi in lunghezza e ad ampliarsi in larghezza: si presentano in campo come un blocco compatto, almeno sino a quando hanno la forza di farlo nel corso dei novanta minuti, e come un blocco si muovono, facilitando in tal modo la circolazione della sfera in fase di attacco e l’interdizione in fase difensiva. Ciò avviene soprattutto grazie al massiccio utilizzo del pressing in fase avanzata e sempre più a ridosso dell’area avversaria, ed altresì del contro-pressing non appena il possesso della palla è perduto, affinché la sfera sia riconquistata in zona d’attacco oppure sia frenata la ripartenza avversaria. È la definitiva realizzazione del concetto sacchiano di difendere attaccando. Necessariamente le squadre giocano più avanti sul terreno di gioco e nel contempo crescono le azioni da rete e i gol.

Da tali premesse emerge in tutta evidenza che il possesso palla è diventato l’elemento chiave per cercare di imporsi nelle partite: le statistiche sottolineano come negli anni dieci quasi tutte le squadre vincenti nei principali campionati europei abbiano mantenuto il predominio nel possesso e quindi nel numero di passaggi effettuati. Si è giunti a sostenere – forse con enfasi eccessiva – che il possesso palla sia la grande realtà tattica del gioco contemporaneo in termini assoluti, “l’unica verità possibile del calcio moderno2)Alfonso Fasano, Il possesso palla è l’anima del calcio moderno, Rivista Undici. L’obiettivo di mantenere il pallone tra i piedi assume però sfaccettature non del tutto omologabili: può essere utilizzato ad esempio per scardinare l’altra squadra e trovare spazi (è il caso delle squadre di Guardiola), oppure può servire soprattutto a logorare gli avversari e nel contempo a risparmiare energie (il Chelsea di Mourinho, ma anche la Spagna di Del Bosque).

A livello di ruoli, si nota l’evoluzione nei movimenti del centravanti che arretra sempre più spesso per dettare le linee di passaggio o per collegare attacco e centrocampo; le ali invece spesso attaccano la profondità centrale, e insieme tutti questi movimenti consentono di variare il gioco offensivo. Gli esterni di difesa (o di centrocampo, con la difesa a tre) sono sempre più importanti nel loro compito di interpretare al meglio entrambe le fasi del gioco e in particolare i momenti di transizione tra fase d’attacco e fase di difesa. A tutta la linea difensiva è domandato un crescente livello tecnico perché l’azione di gioco parte sempre più spesso dal basso: pertanto la figura del centrale di difesa buono solo a contrastare va a scomparire e cresce progressivamente la necessità di schierare portieri abili palla al piede – proprio per avere un uomo in più in fase di impostazione. È un mutamento genetico quello che coinvolge i difensori, inserito nel percorso storico – ora esaurito – che ha visto un continuo aumento del loro numero (cento anni prima erano solo due): è il cambiamento qualitativo che ha seguito il quantitativo. In generale i giocatori in campo diventano più tecnici, come fossero tutti dei centrocampisti. Si teorizza in prospettiva addirittura una modifica del concetto stesso di ruolo, non più legato a una posizione – difesa, centrocampo, attacco – ma connesso alla funzione, o alle funzioni, che il giocatore deve svolgere sul terreno di gioco3)Fabio Barcellona, Storia tattica del decennio, l’Ultimo Uomo.

E poi tra fase offensiva e fase difensiva cambiano i moduli in modo automatico. Si procede forse verso la realtà del football americano, nel quale le due fasi di gioco comportano il lavoro di staff tecnici diversi? Possibile. Assistiamo ai passaggi più scontati – dal 4-3-3 al 4-5-1, oppure dal 3-5-2 al 5-3-2 se non al 5-4-1 -, ma talvolta il cambio di modulo ha assunto forme ben più innovative: spesso il Bayern Monaco di Guardiola, schierato in fase di non possesso con l’ormai canonico 4-2-3-1, è transitato in fase d’attacco disponendosi tramite il 3-2-5 o il 2-3-5. Sì, le sperimentazioni di questi anni hanno condotto incredibilmente anche al ritorno – seppur su basi atletiche e di movimento assolutamente diverse e superiori – della piramide di Cambridge!

È chiaro che la nuova interpretazione del gioco richiede fra le altre cose concentrazione, abitudine, meccanismi oliati, quindi allenamenti intensi, e pertanto il calcio giocato a livello di club offre le prestazioni di squadra migliori. È vero, la distanza tra il gioco espresso nei club e quello in nazionale si allarga. Ma il Mondiale – e quindi il calcio giocato dalle selezioni nazionali – resta l’evento ricorrente non solo calcistico o sportivo, ma umano, più seguito al mondo. Sarebbe allora necessario valutare una carriera, un modulo o un’idea, anche attraverso il riscontro che ha, o dovrebbe avere, nell’arena della Coppa del Mondo, ma questo non sempre accade. In ogni caso, gli anni in oggetto rappresentano anche il periodo d’oro degli allenatori che diventano personaggi di primo piano come mai prima, aumentano smisuratamente i propri guadagni, contendono ai giocatori la stima dei tifosi e secondo alcune narrazioni calcistiche rivestono un peso determinate negli esiti delle competizioni. Alcuni di loro poi emergono sugli altri, marcando davvero con il proprio nome tutto un periodo storico del gioco.

Carlo Ancelotti e Alex Feguson

Senza dubbio il maggior interprete del nuovo gioco è lo spagnolo e catalano Pep Guardiola. Secondo Arrigo Sacchi il suo Barcellona segna un prima e un dopo nella storia del calcio4)Miguel Delaney, How Pep Guardiola’s 2008 Barcelona appointment changed football forever, The Indipendent 9/11/2018. Assieme a Rinus Michels e allo stesso Sacchi – e con Cruyff, suo maestro, come tratto di unione – Guardiola compone il trio che ha modellato il calcio degli ultimi cinquant’anni. Ingaggiato dal Barcellona nell’estate del 2008 con una certa percentuale di rischio poiché sino ad allora aveva allenato soltanto la formazione B dei blaugrana, Guardiola conquista due Champions League con un gioco strabiliante, dominante, talvolta insuperabile. Quelle formazioni del Barcellona meritano la citazione; nel 2009: Valdes; Alves, Piqué, Puyol, Abidal; Xavi, Busquets (Touré), Iniesta; Messi, Eto’o, Henry; nel 2011 Mascherano è al centro della difesa, davanti Villa e Pedro operano al fianco di Messi. Poi vince anche in Germania e in Inghilterra, ma non più in Europa, e le sue squadre mostrano un preoccupante e ripetuto calo sul finire delle stagioni. Ma ormai il solco è tracciato. “Le migliori squadre del continente entrano in campo per riprodurre ciò che Guardiola ha dimostrato essere possibile: tenere il possesso, pressare gli avversari, vincere le partite5)Jonathan Wilson, Tactical review of 2017: Pep Guardiola reasserts his version of post-Cruyffianism, The Guardian.

Guardiola è spesso definito il profeta del tiqui-taca, ma è una definizione impropria e utilizzata in modo onnicomprensivo per il calcio spagnolo vincente a cavallo del decennio, e quindi dai contorni vaghi; al massimo è un termine maggiormente adattabile al gioco di Del Bosque. In realtà il tecnico catalano ha costantemente sviluppato e innovato una tattica detta gioco di posizione6)Adin Osmanbasic, Juego de Posicion under Pep Guardiola, Spielverlagerung. Cosa si intende? In breve è la ricerca della superiorità in determinate zone del campo attraverso questi mezzi: il controllo della palla; il pressing e il contro-pressing (riaggressione immediata in caso di perdita del possesso, massimo cinque/sei secondi per la riconquista della sfera, altrimenti ricollocazione in posizione difensiva); la circolazione della palla per manipolare l’avversario, creargli un lato debole e colpirlo; l’utilizzo di giocatori liberi tra le linee immaginarie del campo, non solo orizzontali, e dunque alle spalle delle linee avversarie, ma anche verticali (i cosiddetti half spaces). Il tutto è stato efficacemente definito come una“sofisticata combinazione di possesso e pressing, sincronizzati attraverso un elaborato gioco di posizione7)Delanay, cit..

Dal calcio totale olandese Guardiola ricava e innova la capacità di ricercare e formare giocatori universali, di modificare schemi e ruoli in campo. Dall’Ungheria degli anni cinquanta e dai successivi adattamenti mutua una delle sue idee più celebri e copiate, ovvero la scelta di lasciare libera la posizione del centravanti. Passa alla storia con il nome di falso nueve. Guardiola applica la novità per la prima volta il 2 maggio 2009 nel corso di una sfida con il Real Madrid al Bernabeu, quando scambia di posto Eto’o e Messi, schierando il primo sulla fascia e invitando il secondo a rendersi libero, arretrando, non appena la palla è in possesso delle due mezzali Iniesta e Xavi, per creare così superiorità numerica a centrocampo. L’esito è travolgente – sei a due per il Barcellona. Esprimendo appieno tutto il suo spirito visionario, Guardiola dirà: “Non abbiamo bisogno di centravanti. Il nostro centravanti è lo spazio”.

Alex Ferguson è un mito per il Manchester United e per l’intera Gran Bretagna. Scozzese, di estrazione operaia e pensiero socialista, cresce nei pressi dei cantieri navali di Glasgow e assume il carattere duro del luogo di origine. Conquista una sorprendente Coppa delle Coppe alla guida dell’Aberdeen nel 1983 superando in finale il Real; per un breve periodo è ct della Scozia, che guida senza troppa gloria ai Mondiali messicani del 1986 (e fra i tecnici qui citati è l’unico ad aver allenato anche una nazionale). Poi siede sulla panchina dei red devils per ventisette anni.

Molto amato dai suoi uomini, gran motivatore, Ferguson non innova il gioco: il suo è un calcio che parte dal campionato scozzese degli anni Settanta e approda alle nuove interpretazioni del terzo millennio, adattandosi e traendo il meglio da quanto lo circonda. Non c’è molto da raccontare sul 4-4-2 da lui quasi sempre utilizzato, né sul suo pensiero, che non offre spunti ulteriori rispetto all’assunto: “Ho sempre creduto nel possesso8)Philippe Auclair, Alex Ferguson, The Blizzard n. 4. Ferguson è più pragmatico che teorico, per lui i principi di vita prevalgono sempre sui principi di gioco9)Marc Beaugé, Ronan Bascher, Furious Fergie, So Foot n. 107; ma scopre tanti talenti, riempie di trofei la bacheca del Manchester United ed è grandissimo protagonista del gioco.

Il portoghese Josè Mourinho costruisce attorno a sé una figura di istrione, di guru, di attore sempre al centro della scena; catalizza le attenzioni mediatiche, crea nemici ad uso e consumo dei suoi giocatori, rafforza la coesione del gruppo. Il suo gioco pone una particolare attenzione a non scoprire la squadra, con la tendenza ad arretrare gli esterni avanzati affinché diano il loro apporto in fase difensiva: il 4-3-3 usato al Chelsea o il 4-2-3-1 adottato all’Inter diventano a tutti gli effetti un 4-5-1 sotto mentite spoglie. Sono diverse le squadre in cui lascia un segno indelebile: il Porto, dove vince una Coppa dei Campioni; il Chelsea (tre Premier League, in due riprese); l’Inter del famoso triplete, anno 2010.

Mourinho mostra altresì una spiccata capacità nel sapere dosare le forze dei giocatori, sia durante un incontro, sia nell’arco di una stagione. Il suo marchio di fabbrica consiste nell’applicare a dovere una metodologia di allenamento inventata a metà degli anni ottanta da un professore dell’Università di Porto, Vitor Prade, e utilizzata anche da Robson – mentore di Mourinho, da van Gaal – di cui è assistente al Barcellona, e da Heynckes – che da assistente Mourinho sostituisce alla guida del Benfica in quella che sarà la sua prima panchina. Si chiama periodizzazione tattica e dimostra che il gioco sta iniziando a essere una faccenda davvero complessa. Si parte dall’ideazione di un modello di gioco (determinato da vari fattori, non solo dalle idee dell’allenatore e dalle qualità dei giocatori a disposizione, ma anche dal contesto e dalla storia del club, oppure dalla realtà calcistica del paese); si definiscono i principi ed i sotto-principi da attuare, più la loro gerarchizzazione nelle quattro fasi di gioco, ovvero attacco, difesa, transizione all’attacco, transizione alla difesa; si scompongono e si analizzano i vari legami fra i reparti e fra i ruoli. Ecco perché la periodizzazione è detta tattica; ma una volta definita una tattica, questa deve comprendere al proprio interno le dimensioni fisica, tecnica e psicologica, che pertanto non sono separate, bensì integrate all’interno del modello10)Ridi Dauti, Understanding the Tactical Periodization Methodology, Spielverlagerung. Sono tutti aspetti da tenere in considerazione e da allenare assieme, e l’insieme sarà più grande della somma delle singole parti.

Non ha la fama di Ferguson, la profondità tattica di Guardiola o la notorietà mediatica di Mourinho; ma è il più vincente del gruppo, almeno mentre scrivo. Carlo Ancelotti appone il proprio nome su tre edizioni della Coppa dei Campioni, come Paisley in passato e Zidane in futuro, ed è il primo e al momento l’unico a raggiungere l’obiettivo con due squadre diverse, Milan e Real Madrid. Memorabili le lezioni di calcio impartite allo United di Ferguson (semifinale 2007) e al Bayern di Guardiola (semifinale 2014) – però nel 2010 è lui stesso, come tecnico del Chelsea, a subirla per mano dell’Inter di Mourinho.

Avvia la carriera di tecnico impostando un 4-4-2 (tratto dall’esempio del suo nume tutelare, Arrigo Sacchi) che pare indiscutibile. Con il tempo Ancelotti torna sui suoi passi, inizia a modificare la disposizione tattica originaria nelle varie squadre che è chiamato a dirigere, e lo fa sulla base degli uomini a disposizione11)Gian Marco Porcellini, Il romanzo del Milan di Ancelotti, Rivista Undici, dimostrando acume, intelligenza calcistica e un notevole grado di intuizione: ad esempio nel Milan utilizza il doppio play (in basso Pirlo, più avanti Rui Costa, e in mezzo due mezzali) a supporto di due attaccanti, ma spesso passa al 4-3-2-1, come nel 2007 quando dispone Seedorf e Kakà dietro l’unica punta; oppure schiera il 4-3-3, con il quale chiude trionfalmente la stagione 2013/14 del Real Madrid, arretrando Di Maria a metà campo, con Xabi Alonso o Khedira, e Modric. Una duttilità tattica che è il segreto del successo di Ancelotti.

E poi, per il quinto grande allenatore del periodo, bisogna arrivare alla fine del racconto del Mondiale 2010.

È la stagione post-mondiale africano che segna il culmine del confronto fra questi tecnici, un momento nel quale a tratti il loro nome oscura le gesta degli stessi calciatori. Guardiola (Barcellona) e Mourinho (Real Madrid) si incrociano per cinque volte durante pochi mesi (tra l’altro nel passato i due avevano condiviso un’esperienza comune all’interno del Barcellona – il primo come giocatore, il secondo nello staff tecnico – e a quanto pare con un rapporto di stima reciproca). L’anno prima Mourinho ha eliminato la squadra di Guardiola in semifinale di Champions. Nell’occasione, prima della partita di andata, è esploso un vulcano in Islanda che ha riempito i cieli d’Europa di cenere, impedito i voli aerei ed ha quindi obbliga i catalani a raggiungere Milano dopo quattordici ore di bus. Morale della favola, il Barcellona è sconfitto tre a uno dall’Inter. Forse conscio dell’inferiorità della sua squadra – all’andata, in campionato, ha subito un cinque a zero a domicilio – durante la stagione 2010/11 Mourinho provoca Guardiola a ripetizione e cerca di influenzarlo psicologicamente, come un pugile, come fece Duran nei confronti di Leonard alla vigilia del loro primo incontro a Montreal nel 1980, vinto infatti dal panamense12)Emanuela Audisio, L’uomo chiamato Sugar. “Pugni, molestie e cocaina, non sono un supereroe”, la Repubblica 15/11/2018. Il Real di Mourinho riesce allora a superare il Barca nella finale di Copa del Rey; poi però Guardiola surclassa il rivale – così come riuscì a Leonard su Duran nelle due sfide successive: il Barcellona vince la Liga e soprattutto elimina il Real Madrid dalla corsa al titolo europeo.

La finale dalla Champions League 2011 è Barcellona – Manchester United, ovvero Guardiola – Ferguson, il quale a sua volta ha eliminato nei quarti di finale il Chelsea di Ancelotti. Ferguson è alla terza finale europea in quattro anni, ma come avvenuto nel 2009, non c’è storia: tre a uno per il Barcellona, vittoria senza appello. La Champions degli allenatori è vinta da Guardiola.

immagine in evidenza: Josè Mourinho e Pep Guardiola

References   [ + ]

1. Alberto Piccinini, Sartre tifava Mourinho?, il manifesto 26/5/2010
2. Alfonso Fasano, Il possesso palla è l’anima del calcio moderno, Rivista Undici
3. Fabio Barcellona, Storia tattica del decennio, l’Ultimo Uomo
4. Miguel Delaney, How Pep Guardiola’s 2008 Barcelona appointment changed football forever, The Indipendent 9/11/2018
5. Jonathan Wilson, Tactical review of 2017: Pep Guardiola reasserts his version of post-Cruyffianism, The Guardian
6. Adin Osmanbasic, Juego de Posicion under Pep Guardiola, Spielverlagerung
7. Delanay, cit.
8. Philippe Auclair, Alex Ferguson, The Blizzard n. 4
9. Marc Beaugé, Ronan Bascher, Furious Fergie, So Foot n. 107
10. Ridi Dauti, Understanding the Tactical Periodization Methodology, Spielverlagerung
11. Gian Marco Porcellini, Il romanzo del Milan di Ancelotti, Rivista Undici
12. Emanuela Audisio, L’uomo chiamato Sugar. “Pugni, molestie e cocaina, non sono un supereroe”, la Repubblica 15/11/2018