Spagna, 1982
I. Brave new worlds

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Spagna ’82 significa fase finale di un Mondiale aperto a ventiquattro nazionali, anziché le tradizionali sedici. È il primo rilevante obiettivo raggiunto dalla politica di Joao Havelange (presidente della FIFA dal 1974) volta ad allargare in termini geografici e soprattutto commerciali la diffusione del gioco. Il processo di mondializzazione del calcio vive quindi un passaggio cruciale in terra iberica; nel contempo Havelange restituisce ai paesi calcisticamente meno evoluti il favore dagli stessi ricevuto quando è stato eletto al vertice della federazione internazionale. Ma più squadre al Mondiale vuol dire anche più spazio per le formazioni dominanti, provenienti da Europa e Sudamerica, e quindi nessuno è scontento.

Per la prima volta tutti e cinque i continenti del globo terracqueo sono rappresentati nell’ultimo atto della Coppa del Mondo. Anzi, volendo essere più precisi, ci sono nazionali provenienti dalle sei confederazioni calcistiche mondiali: UEFA (Europa), CONMEBOL (America del Sud), CONCACAF (America Settentrionale, Centrale e Caraibi), CAF (Africa), AFC (Asia) e OFC (Oceania). I nuovi mondi calcistici attraversano il palcoscenico del campionato tra alterne fortune, alti e bassi, ottimi risultati e sconfitte pesanti. Escono tutti al primo turno, ma lasciano in dote alcune storie degne di essere raccontate.

L’America del Nord e del Centro qualifica al Mondiale ’82 le nazionali di due piccoli paesi: Honduras ed El Salvador. È una sorpresa l’assenza del Messico, la squadra che solitamente rappresenta la CONCACAF al Mondiale, e che schiera il giovane talento dell’Atletico Madrid Hugo Sanchez. Nel 1981 il torneo di qualificazione viene organizzato in Honduras ed è altresì valido per l’assegnazione del titolo continentale. Il torneo si disputa tramite un girone all’italiana. La squadra di casa vince il titolo, mentre il Salvador sconfigge i messicani uno a zero, al termine di un incontro stracolmo di falli e aggressività. El Salvador gioca un partita difensiva e a dieci dal termine, in contropiede, conquista la vittoria con un gol di Hernandez. Salvadoregni secondi e al Mondiale, quindi. Ricorda il centrocampista del Salvador Miguel Diaz Arvelao come in quel frangente il Messico sottovalutò ampiamente la sua squadra, ritenendola una formazione di poco conto. Per loro fu un colpo tremendo: a causa della sconfitta, alcuni tifosi messicani giunsero addirittura al suicidio1)Martin Mazur, Two men down, The Blizzard n. 13.

Non è però un prima assoluta per la nazionale salvadoregna alla fase finale della Coppa. Vi ha partecipato già nel 1970, senza brillare particolarmente. Di quel passaggio si ricorda soprattutto la sfida nella fase di qualificazione proprio contro Honduras, che divenne la causa – in realtà un mero pretesto – di una guerra tra i due paesi, detta appunto la prima Guerra del Calcio.

El Salvador e Honduras lasciano la competizione dopo tre incontri e senza conseguire neanche una vittoria. La formazione honduregna non sfigura e raccoglie due prestigiosi pareggi contro Spagna e Irlanda del Nord. Invece i salvadoregni entrano nelle statistiche del torneo a causa di una sconfitta eclatante e mai vista alla fase finale di un Mondiale: dieci (dicasi dieci) a uno subito dall’Ungheria nella gara di esordio. Dunque – parlando sempre in ambito sportivo – qualcosa di umiliante? Non proprio. In realtà per El Salvador è già un evento straordinario essere riusciti a raggiungere i campi spagnoli per giocarvi il campionato del Mondo di calcio.

Nel 1982 il paese è infatti già da tempo devastato da una cruenta guerra civile che durerà per tutto il decennio. Il quadro è, in breve, quello tipico del Centro e Sud America: da una parte l’esercito, appoggiato dai latifondisti, dalla borghesia locale, e foraggiato dagli Stati Uniti; dall’altra le forze rivoluzionarie. Due anni prima l’arcivescovo di San Salvador, Oscar Romero, che denunciava pubblicamente il dilagante terrore di Stato, è stato assassinato dai sicari del regime mentre diceva messa. Nel 1983 Marianella Garcia Villas, nota attivista per i diritti umani, è brutalmente uccisa dai militari salvadoregni. L’amministrazione Reagan non va molto per il sottile in quegli anni in Centroamerica. Nicaragua, Guatemala e Salvador sono attraversati da violenze e massacri che marcheranno il loro tessuto sociale e le coscienze delle persone per decenni.

Se qualcuno di noi arrivava in ritardo agli allenamenti, era poiché aveva dovuto assistere un ferito abbandonato lungo la strada”, ricorda il difensore Francisco Jovel2)Martin Mazur, 82: Ten of the best for Hungary as El Salvador suffer day of shame, FourFourTwo. Mauricio Alfaro, centrocampista della nazionale, spiega come gli scontri cessassero non appena loro scendevano in campo, e per tale motivo, vincendo, sentivano di poter fare un autentico regalo al popolo in un momento così difficile3)Ibidem. È evidente che con tali premesse, accompagnate dall’endemica povertà del paese, la spedizione salvadoregna in Spagna non possa essere un esempio di organizzazione.

La nazionale del Salvador giunge in Spagna appena settantadue ore prima dell’esordio ufficiale, previsto contro l’Ungheria. Ha viaggiato per tre giorni di fila facendo tappa in Guatemala, Costa Rica, Repubblica Dominicana e Madrid, prima di raggiungere Alicante. I giocatori e lo staff alloggiano in un albergo di terz’ordine, in una zona semi desertica, quasi fossero giovani turisti squattrinati. Mancano anche i palloni per allenarsi. Per risparmiare qualcosa, la squadra salvadoregna porta ai Mondiali appena venti giocatori, anziché i ventidue di cui ha diritto.

Come se non bastasse, ci pensa l’allenatore, Mauricio Pipo Rodríguez, a rendere la situazione ancora più complicata. Rodriguez è piuttosto giovane come ct – ha infatti trentasei anni. Una volta terminato il torneo, lascerà la panchina per sempre e si dedicherà al lavoro di ingegnere. Contro i magiari adotta una tattica sbagliata, troppo offensiva, che concede agli avversari delle autentiche autostrade senza traffico sulle fasce. Intorno al ventesimo gli ungheresi sono già sul tre a zero. Non contento, l’allenatore salvadoregno toglie un centrocampista per inserire un altro attaccante, che a questo punto sono nel complesso quattro.

Comunque il primo tempo si chiude sul tre a zero, e il Salvador non è stato poi così tremendo. Al quinto della ripresa arriva però il quarto gol al passivo. Secondo il giocatore salvadoregno Diaz Arvelao, quel giorno in tribuna per un infortunio, è lì che i salvadoregni cominciano a perdere la testa e a non controllare più il gioco4)Ibidem. Sul cinque a zero c’è l’unico gol salvadoregno, segnato da Luis Ramires Zapata, detto Pelè. Esulta come un matto – è anche comprensibile – ma alcuni compagni lo invitano a placarsi, per non irritare troppo gli avversari. Che infatti ne realizzano altre cinque di marcature. Tre di queste sono di Kiss, e rappresentano un doppio record ai Mondiali: tripletta più veloce di sempre, e la prima realizzata da un giocatore subentrato dalla panchina. Ricorderà il selezionatore Rodriguez nel documentario Uno – La historia de un gol (2010): “Fu una psicosi generale, nella quale nessuno sapeva più dove stare, né cosa fare”.

Ma la nazionale salvadoregna non è poi così scarsa come il passivo finale incassato dai magiari (formazione che tra l’altro non passerà il turno) potrebbe far pensare. Fra gli altri c’è un attaccante, unico professionista della formazione, che giocherà per diversi anni in Spagna dopo la Coppa del Mondo. Si chiama Gonzales, detto el Magico – a quanto pare i soprannomi vanno forte in Salvador. Lascia un bel ricordo di sé a Cadice (milita nella squadra della città) sul campo di calcio, certo, e un po’ anche nelle sale da ballo e nei bar. Dopo la partita di esordio, tre giocatori – Jovel, Huezo e Fagoaga – esautorano di fatto l’allenatore e impostano la squadra in maniera più cauta e difensiva5)Paul Doyle, World Cup: 25 stunning moments… No18: El Salvador humiliated in Spain, The Guardian, come d’altronde è d’obbligo per le formazioni meno dotate. La scelta dà i suoi frutti. El Salvador perde uno a zero contro i Belgio e due zero contro l’Argentina. Sono ancora due sconfitte, ma di ben altro tenore.

Ad ogni modo, il secondo e sinora ultimo passaggio di El Salvador ai Mondiali verrà associato sempre ai dieci gol incassati dall’Ungheria. È un ricordo dal retro gusto amaro, però. Perché sarebbe bello poter vedere in esso solo una semplice partita di calcio. E invece, dietro la palla che rotola, è inevitabile scorgere la tragica vicenda che l’accompagna e la circonda, il dolore del popolo salvadoregno e le innumerevoli esistenze umane distrutte dalla guerra.

La nazionale neozelandese durante le qualificazioni mondiali - nzhistory.net.nz
La nazionale neozelandese durante le qualificazioni mondiali – nzhistory.net.nz

La federazione calcistica neozelandese viene fondata già nel lontano 1891. Il calcio è popolare soprattutto tra la classe operaia e quindi nelle zone minerarie e industriali del paese. Nel corso del Ventesimo secolo, però, la popolarità del calcio viene ampiamente soppiantata dalla fama di un altro gioco di squadra, nel quale i neozelandesi eccellono: il rugby. La contrapposizione fra i due giochi emerge anche a livello cromatico. Mentre i celeberrimi componenti della nazionale di rugby vestono in completo nero, e sono universalmente conosciuti come all-blacks, i meno noti giocatori di calcio sono tutti in bianco. E si chiamano quindi all-withes.

La prima e all’epoca unica nazionale oceanica a giocare la fase finale del Mondiale è stata l’Australia, nel 1974. I neozelandesi ci provano invano da circa un decennio. Hanno una squadra composta di giocatori che militano in patria o nel vicino campionato australiano, e in panchina siedono due tecnici inglesi, Adshead e Fallon. In occasione della Coppa del Mondo 1982, le nazionali del nuovissimo continente sono inserite nello stesso raggruppamento di qualificazione in cui si trovano le squadre asiatiche. Due sono le selezioni che andranno in Spagna. Una di queste sarà a sorpresa proprio la Nuova Zelanda.

Per i neozelandesi la fase di qualificazione risulta probabilmente più avvincente e memorabile del Mondiale stesso. Giocano nel complesso quindici partite e macinano un numero spropositato di chilometri. Innanzitutto, c’è da disputare un primo girone, all’italiana, con partite di andata e ritorno. La Nuova Zelanda batte a Sidney i favoriti australiani; si impone anche a Jakarta, due a zero sull’Indonesia, di fronte a centomila tifosi esagitati e minacciosi6)1982 Football World Cup – Qualifying rounds, New Zealand history. Vinto il primo girone, ce n’è un secondo, e le prime due vanno al Mondiale. Le squadre che si sfidano sono, oltre alla Nuova Zelanda, il Kuwait, l’Arabia Saudita, e la Cina. È la prima volta che la nazionale cinese partecipa al campionato mondiale di calcio e l’entusiasmo popolare è immediatamente alle stelle. Dopo una vittoria della nazionale a scapito dei kuwaitiani, centinaia di migliaia di persone scendono nelle strade delle principali metropoli cinesi per festeggiare7)David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007. Può sorprendere, ma a uno sguardo attento si può notare come nella Repubblica Popolare l’orgoglio nazionale sia sempre rimasto un elemento centrale nella retorica politica ufficiale e nella società stessa.

La Nuova Zelanda mette a repentaglio la qualificazione perdendo ad Auckland due a uno con il Kuwait. Il gol decisivo è realizzato su rigore, molto contestato. Mentre il giocatore sta per batterlo, un tifoso entra in campo e tira qualcosa – o finge di tirare, non si capisce – verso l’arbitro, un indonesiano, che prima si abbassa e poi gli fischia contro come se fosse un agente della municipale. L’invasore scappa verso gli spalti, ovvero delle terrazze d’erba, applaudito dagli altri tifosi. Nel finale la terna arbitrale deve essere scortata dalle forze dell’ordine per lasciare il campo. Evidentemente stanno cominciando ad appassionarsi al gioco anche a quelle latitudini.

Prima dell’ultimo incontro del girone, cioè Arabia Saudita e Nuova Zelanda, una nazionale è già qualificata ai Mondiali ed è quella kuwaitiana. Gli all-whites dovrebbero invece imporsi sui sauditi con almeno sei gol di scarto per superare in classifica la Cina e giungere pertanto secondi. Il primo tempo si chiude con la Nuova Zelanda avanti per cinque a zero. Incredibilmente, però, gli oceanici non riescono a incrementare il punteggio nel corso dei successivi quarantacinque minuti. Serve quindi uno spareggio con i cinesi. Si gioca a Singapore, in un clima umido e di aperto sostegno ai cinesi (che sono una forte componente della Città–Stato): la Nuova Zelanda sconfigge la Cina per due a zero e vola così in Spagna.

Il girone nel quale sono sorteggiati i neozelandesi è ovviamente ostico, se non impossibile. Ci sono le temibili Scozia e Unione Sovietica, oltre all’inarrivabile Brasile. Nel primo incontro gli scozzesi si portano sul tre a zero dopo mezzora. Al sessantesimo, però, la gara è riaperta: la Nuova Zelanda ha infatti sfruttato le disattenzioni difensive dei centrali britannici, segnando due gol. Dura poco, la Scozia realizza altre due reti e chiude sul cinque a due. Contro l’URSS, la Nuova Zelanda gioca un buon primo tempo, chiuso in svantaggio per un gol, mentre alla fine i gol al passivo saranno tre. L’ultima ininfluente partita si conclude quattro a zero per il Brasile.

Il Mondiale termina com’era prevedibile, con tre sconfitte – ma i neozelandesi la storia l’avevano già fatta qualificandosi. Sono riusciti insomma nel loro intento: dimostrare al mondo di cavarsela discretamente anche con il pallone sferico.

Come detto, a rappresentare il continente asiatico in Spagna è la nazionale kuwaitiana. È una selezione ambiziosa, allenata dal ’76 al ’78 da Mario Zagallo (già campione del mondo, sia in campo che in panchina) e poi da Carlos Alberto Parreira, il ct nell’anno mondiale. A sua volta Parreira vincerà il titolo dodici anni più tardi come commissario tecnico del Brasile.

Il Kuwait ha conquistato la Coppa d’Asia nel 1980. È il paese ospitante e ha sconfitto in semifinale la nazionale iraniana, ovvero la formazione che si era imposta nelle ultime tre edizioni del torneo e che aveva giocato i Mondiali in Argentina del ’78. A metà del torneo, l’Iraq di Saddam Hussein ha attaccato l’Iran, avviando un terribile conflitto che sarebbe durato otto anni. La televisione e il governo kuwaitiano sostengono apertamente gli iracheni; i calciatori iraniani subiscono il clima di ostilità che li circonda. A causa della guerra e della particolare situazione interna, l’Iran non parteciperà alle qualificazioni per il campionato mondiale.

L’esordio dei kuwaitiani nella Coppa del Mondo li vede opposti ai ben più accreditati cecoslovacchi. La formazione asiatica sin da subito impressiona positivamente. Mostra un buon calcio e va in svantaggio, senza meritarlo, su calcio di rigore tirato da Panenka (che non fa il panenka, ma tira rasoterra). Il Kuwait pareggia con un tiro da fuori che si infila sotto la traversa, e soprattutto sfiora in più occasioni il vantaggio, mettendo in seria difficoltà la retroguardia della Cecoslovacchia. Alla fine è un ottimo uno a uno.

Ma è la seconda sfida del girone, contro la Francia, che lascerà il ricordo più indelebile della spedizione kuwaitiana al Mondiale spagnolo, e per ragioni del tutto particolari. I francesi hanno perso all’esordio e devono assolutamente vincere. Partono bene e nel primo tempo sono già avanti per due a zero, frutto di una punizione magistrale di Genghini e di un gol di Platini, su bell’assist di Giresse. Nella ripresa la Francia incrementa il vantaggio con Six, messo in condizioni di battere a rete da solo davanti al portiere da un lancio di Platini. Il Kuwait accorcia le distanze, e siamo quindi tre a uno. Si va verso il termine di una gara dall’esito piuttosto segnato, quando Platini passa a Giresse, che si invola verso la porta avversaria. Proprio sul lancio si sente distintamente un fischio. I giocatori asiatici si fermano, ma non è stato l’arbitro a fischiare: Giresse infatti è in gioco, e pertanto infila il portiere kuwaitiano.

A questo punto scoppia il finimondo. I giocatori del Kuwait protestano e si dirigono verso il bordo del campo. Alcuni componenti dello staff tecnico guardano verso la tribuna, gridano e gesticolano. Sulle tribune viene inquadrato dalla televisione un tipo vestito da sceicco che, rivolto verso il terreno di gioco, fa l’esplicito segno di uscire. Si tratta di Fahad Al-Ahmed Al-Jaber Al-Sabah, è proprio uno sceicco ed è il capo della federazione calcistica kuwaitiana, nonché fratello dell’emiro che governa, come un monarca assoluto, il piccolo Stato mediorientale. Nel frattempo la guardia civil tenta di mantenere l’ordine in campo con metodi piuttosto rudi – d’altronde il franchismo è terminato da appena sette anni. La situazione non si risolve e allora lo sceicco scende in campo. La polizia si apre al suo passaggio come il Mar Rosso di fronte a Mosè. Lo sceicco parlotta con i giocatori, i delegati FIFA e l’arbitro, minacciando esplicitamente il ritiro della squadra nel caso in cui il gol – ripeto, assolutamente regolare – non venga annullato. E incredibilmente l’arbitro, che si chiama Stupar, lo annulla. Una cosa mai vista – i giocatori francesi sono sconcertati.

Il gioco finalmente riprende e nei minuti che restano il Kuwait va vicinissimo al tre a due: un gol è infatti annullato per fuorigioco, stavolta reale, ma soltanto a causa dell’improvvida deviazione di un giocatore kuwaitiano, che calcia verso la porta un pallone già di per sé destinato a entrare in rete. Alla fine la Francia segna lo stesso con Bossis e ristabilisce il corretto e definitivo quattro a uno.

Francia-Kuwait, lo sceicco in campo - thenational.ae
Francia-Kuwait, lo sceicco in campo – thenational.ae

Il Kuwait conclude quello che, a conti fatti, è da considerare un buon Mondiale, con una sconfitta di misura patita dall’Inghilterra, e torna a casa. A casa ci va anche il protagonista del gol annullato dallo sceicco, l’arbitro sovietico Stupar, che pone fine in modo inglorioso alla propria carriera di internazionale.

Poi la storia prosegue lungo i suoi percorsi. Nel 1990 Saddam Hussein indirizza le truppe irachene dalla parte opposta rispetto dieci anni prima, verso sud-ovest, e invade l’emirato del Kuwait. È l’atto che scatena la prima Guerra del Golfo. In quei giorni convulsi, e in circostanze mai del tutto chiarite, una delle vittime kuwaitiane del conflitto è proprio lo sceicco Al-Sabah. L’unico uomo che sia mai riuscito ad annullare un gol ai Mondiali senza essere un arbitro.

References   [ + ]

1. Martin Mazur, Two men down, The Blizzard n. 13
2. Martin Mazur, 82: Ten of the best for Hungary as El Salvador suffer day of shame, FourFourTwo
3, 4. Ibidem
5. Paul Doyle, World Cup: 25 stunning moments… No18: El Salvador humiliated in Spain, The Guardian
6. 1982 Football World Cup – Qualifying rounds, New Zealand history
7. David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007