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Messico, 1986
VII. L’antifutbol in cima al mondo

La chiave di volta del Mondiale argentino è la decisione di passare al modulo 3-5-2 a partire dalla sfida con l’Inghilterra, e di non abbandonare tale scelta sino alla fine. Un 3-5-2 che all’occorrenza sa trasformarsi in 3-4-3 in fase offensiva, con Burruchaga che si spinge all’attacco e affianca così Valdano e Maradona. Il ruolo degli esterni di centrocampo è affidato quindi a Olarticoechea, che assume questa posizione in campo dai quarti di finale grazie alla squalifica di Garre, e al più offensivo Giusti. L’inserimento di Enrique garantisce invece l’uomo in più a centrocampo, a scapito della punta (Pasculli) o del centrocampista avanzato (Borghi) utilizzati nelle partite precedenti; inoltre consente maggiore libertà d’azione non solo a Burruchaga, ma altresì a Maradona, con i risultati già visti. Queste semplici mosse saranno decisive.

Nei primi quattro incontri del torneo la selezione argentina è infatti disposta in campo attraverso un 4-4-2 che funziona a momenti alterni. Il 3-5-2 era stato però già provato dal ct Bilardo, due anni prima, con esiti molto positivi; poi era stato abbandonato per strada, forse per eccessiva prudenza. Quel tentativo, fruttuoso ma senza seguito, era avvenuto nel corso della tournée europea del 1984, giocata dall’Argentina senza le colonne Passarella, Maradona e Valdano, già impegnati con i propri club nel vecchio continente. La serie di incontri era partita in realtà dalla Colombia, e piuttosto male: la seleccion aveva perso uno a zero, raccolto due cartellini rossi e scatenato una rissa in campo con successivo intervento della polizia, reazione furibonda dei tifosi locali e lancio di oggetti vari dagli spalti in direzione degli argentini. Poi l’albiceleste aveva inanellato una serie di prestigiose affermazioni: due a zero in Svizzera; due a zero in Belgio; tre a uno in Germania Ovest, prima di tornare in America e pareggiare uno a uno con il Messico.

La nazionale argentina della Coppa ’86 annovera tra le sua fila nove giocatori che militano in campionati stranieri. È una grossa novità per la seleccion, ma a breve saranno sempre di più i calciatori argentini di alto livello ad attraversare l’Atlantico per giocare nei più remunerativi campionati europei. Ad ogni modo, le squadre di club argentine a metà degli anni Ottanta sono ancora sulla cresta dell’onda. L’Indipendiente di Avellaneda conquista la Copa Libertadores nel 1984, seguita a ruota da Argentinos Juniors e River Plate. Queste ultime battono in finale l’America di Calì, formazione in ascesa grazie alla spinta dei cartelli del narcotraffico colombiano e al loro denaro, ma che perderà una terza finale consecutiva nel 1987 di fronte al Penarol. I club argentini sono protagonisti anche nella Coppa Intercontinentale con le vittorie di Indipendiente e River, mentre l’Argentinos Juniors è sconfitto dalla Juventus. La finale di Tokyo dell’otto dicembre 1985 è una delle più entusiasmanti sfide per l’assegnazione del trofeo tra le formazioni campioni d’Europa e del Sudamerica. Si contano in tutto quattro gol regolari e tre annullati, tra i quali quello fantastico di Platini; nell’ordine: gol annullato alla Juve, vantaggio Argentinos, raddoppio annullato ai sudamericani, pareggio Juventus su rigore, vantaggio italiano annullato, nuovo vantaggio argentino, pareggio Juve. Due a due – dopo regolamentari e supplementari – e vittoria bianconera ai rigori quando in Italia brillano le prime luci dell’alba.

In Messico tutti i convocati argentini, tranne i portieri di riserva, scendono in campo. Fra i ventidue c’è anche Passarella, colonna della squadra da anni e capitano durante il trionfo casalingo di otto anni prima, il quale però resta fuori dal torneo per un’intossicazione intestinale (la maledizione di Montezuma) o un’ulcera al colon, comunque qualcosa del genere. O almeno questa è la versione ufficiale. Si narra che in realtà Passarella abbia preferito lasciare volontariamente la nazionale dopo profondi dissidi, accompagnati da un esplicito scambio di accuse, occorsi con una fetta della squadra capeggiata da Maradona1)Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016. Non serve spiegare come l’evento abbia giocato a favore del ruolo di guida indiscussa in capo al numero dieci. Il posto di Passarella in campo è preso da Josè Luis Brown, detto Tata, un libero decisamente più tradizionale rispetto all’uomo che sostituisce, ma che gioca un notevole Mondiale – e dire che Brown nell’anno e mezzo che precede il torneo iridato è rimasto per un bel po’ senza squadra e ha giocato pochissime partite ufficiali. Gli altri difensori del 3-5-2 sono Cuciuffo, Ruggeri (in forza al River Plate, una lunga carriera in nazionale la sua, costellata da tre fasi finali della Coppa), oltre a Garre, titolare nella difesa a quattro, e Clausen, che gioca dall’inizio solo la partita di esordio. Il portiere titolare è Pumpido.

L’attaccante che fa coppia con Maradona, quando questi è spostato più avanti nel 3-5-2, è Valdano. Il suo torneo è ottimo: le realizzazioni sono quattro, oltre a un assist. Valdano trascorre quasi tutta la carriera in Spagna, all’Alaves, al Real Zaragoza e infine al Real Madrid, dove gioca gli ultimi tre anni da professionista e ottiene le affermazioni più prestigiose. Poi diventa allenatore (conquista la Liga sulla panchina del Real Madrid nel ’95) e anche dirigente, sempre dei blancos. Jorge Valdano è riuscito a diventare nel corso degli anni un personaggio di particolare spessore intellettuale, molto apprezzato, uno scrittore e un misto tra un poeta e un filosofo del calcio – è ormai evidente come Messico ’86 sia un Mondiale di intellettuali e filosofi.

Il centrocampo, la zona chiave della squadra albiceleste, si giova dello stato di forma smagliante di Burruchaga (che gioca in Francia, nel Nantes, e in carriera non vincerà molto), di Giusti (Indipendiente) e di Batista (Argentinos Juniors), un centrale di ordine e sostanza che nell’aspetto sembra un contestatore dei Settanta. Vi è poi la sorpresa Hector Enrique, un mediano di rottura il cui apporto assume una particolare importanza nelle sfide decisive del campionato. Enrique è l’ultimo umano a toccare la sfera prima di Maradona nel gol del secolo agli inglesi, e diventa celebre la sua battuta a Diego: con un passaggio come quello che ti ho fatto, non potevi sbagliare il gol. L’Argentina del 1986 non è solo Maradona e dieci comprimari, come spesso si narra; è Maradona e dieci discreti/ottimi giocatori, il cui ruolo può passare momentaneamente in secondo piano soltanto se posto a fronte delle prestazioni stellari inanellate dal Pibe de oro.

Carlos Bilardo – thesefootballtimes.co

Carlos Salvador Bilardo è il commissario tecnico dell’Argentina. È un uomo scaramantico, rituale, ossessionato dal rischio di arrivare tardi allo stadio per la partita, ma allo stesso tempo è un uomo di scienza: ha una laurea in medicina ed è specializzato in ginecologia, professione che esercita per un certo periodo prima di intraprendere la carriera di allenatore. Un altro intellettuale al servizio del calcio. Ha giocato tutta la vita nell’Estudiantes, formazione di La Plata i cui calciatori sono detti scherzosamente pincharratas (qualcosa come seziona-cavie) perché era stata fondata, guarda caso, proprio da studenti di medicina. Lì ci sono le basi del Bilardo futuro allenatore.

L’Estudiantes di fine Sessanta è una squadra che ha fatto la storia: tre Coppe Libertardores di fila (oltre a una quarta finale, persa) messe in bacheca, insieme a una Coppa Intercontinentale. In panchina sedeva Osvaldo Zubeldía, maestro e nume tutelare di Bilardo, tanto che il futuro ct argentino gli dedicherà il trionfo mondiale – Zubeldía era morto solo quattro anni prima della Coppa in Messico, a cinquantaquattro anni. Zubeldía è stato un personaggio molto importante nella storia del calcio argentino, un autentico innovatore. Imponeva allenamenti metodici e un’attenta preparazione degli incontri, basata sulla valutazione dell’avversario. Era un maniaco della tattica, predicava l’uso del pressing e mostrava un’interpretazione all’avanguardia del fuorigioco, in netto anticipo sui tempi. Analizzava le regole del gioco per diffonderle fra i giocatori e così li invitava a sfruttarle a proprio vantaggio. Scrisse anche un libro che dal titolo pare un manuale militare, o di guerriglia, Táctica y estrategia del fútbol, apprezzato ancora oggi.

Non si arriva alla gloria attraverso un sentiero cosparso di rose”, sosteneva Zubeldía2)Callum Rice-Coates, Carlos Bilardo, anti-futbol and the pragmatic heart of Argentina, These Football Times – qualcosa di abbastanza simile lo aveva detto in un altro contesto Mao Zedong, “La rivoluzione non è un pranzo di gala”. L’Estudiantes di quegli anni, organizzato, compatto e grintoso, aveva nel regista Bilardo il cervello – mentre il talento era Juan Ramon Veron (il padre di Juan Sebastian). Sempre più allenatore in campo, Bilardo assume la posizione di vice di Zubeldía e poi di tecnico vero e proprio dell’Estudiantes. Con la squadra di La Plata conquista la sua unica affermazione, il metropolitano del 1982; siede su varie panchine – Deportivo Calì, San Lorenzo, nazionale colombiana – prima di raggiungere il prestigioso ruolo di commissario tecnico della seleccion argentina dopo i Mondiali di Spagna.

Bilardo come allenatore è pragmatico e prudente, molto abile nello scegliere gli uomini e nel dare loro le idonee motivazioni, che a lui di sicuro non mancano: “Vincere è tutto, tutto3)Ignacio Fusco, “Ganar es todo, todo!”, Revista Libero n. 17, sostiene apertamente. “Il calcio viene giocato per vincere… Gli spettacoli vanno bene per i teatri, per i cinema. Il calcio è tutta un’altra cosa. Qualcuno non ha le idee molto chiare in questo senso4)Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012. Nulla da aggiungere. Tre attaccano e sette difendono, è la sua idea fondamentale di gioco – semplice, poco entusiasmante se vogliamo, ma incredibilmente efficace se quattro anni dopo in Messico arriva a un passo da un straordinaria doppietta, sinora riuscita soltanto a Vittorio Pozzo negli anni Trenta.

Le scelte, i metodi, la filosofia calcistica di Bilardo si ineriscono all’interno di un filone noto in Argentina come antifutbol. Il termine è sinonimo di calcio esclusivamente di rottura, è spregiativo e immeritato; è probabile sia stato coniato da chi sosteneva un differente stile di gioco. Nasce dopo la pesante e umiliante sconfitta patita dalla nazionale albiceleste nei Mondiali del 1958, quando prende forza l’idea che il calcio argentino possa risollevarsi soltanto copiando le più avanzate e vincenti esperienze europee. Pertanto, si inizia a puntare sull’organizzazione, sulla preparazione fisica e sulla cura della fase difensiva, rafforzata anche attraverso l’aggiunta di un uomo dietro e quindi con l’impostazione della difesa a quattro. Il cambio di rotta è rappresentato in prima battuta da tecnici quali José Della Torre, José Barreiro e Victorio Spinetto, soprattutto quest’ultimo. I tre raggiungono subito risultati di livello conquistando, congiuntamente alla guida della seleccion, la Copa America del 1959. Poi la nuova idea di gioco si diffonde sempre con successo a livello di squadre di club: ne sono un valido esempio il Boca Juniors di Pedernera, l’Indipendiente di Giudice, in due occasioni campione del Sudamerica, il Racing Club di Pizzuti (campione del Mondo nel 1967) e altresì l’Estudiantes di Zubeldia.

Ma le critiche non mancano. I detrattori descrivono queste squadre come incapaci di costruire un proprio gioco e in grado soltanto di bloccare quello avversario, il tutto a discapito dell’armonia, della bellezza. Le critiche sono eccessive – Zubeldia è all’avanguardia nel suo concetto di calcio, lo stesso si può dire per Pizzutti che anticipa alcuni aspetti del calcio totale nella tendenza ad andare oltre i ruoli fissi. Soprattutto, l’Esudiantes è accusato di affermarsi anche attraverso l’uso di atteggiamenti poco sportivi, astuzie, provocazioni, trucchi di vario tipo, nonché una dose massiccia di violenza. Quale simbolo a livello internazionale di un atteggiamento in campo rude e scorretto, rimangono quattro finali di Coppa Intercontinentale disputate dal ’67 al ’70 e passate alla storia fra le sfide più violente di sempre, ovvero nell’ordine: Racing – Celtic Galsgow, Estudiantes – Manchester United, Milan – Estudiantes, Feyenoord – Estudiantes5)Andrea Tavano, La guerra dei due mondi, Rivista Contrasti.

Le cronache di quegli incontri portano alla mente un approccio al gioco che il professionismo imperante stava lentamente offuscando – il calcio polveroso dei cortili nei rioni popolari delle grandi metropoli, o ai loro margini, in cui le difficoltà e le miserie della vita quotidiana trovavano sfogo nell’aggressività dei giocatori, ma anche nella grinta e nella voglia di riscatto. È una visione romantica egli eventi, si capisce. Il culmine è toccato il 22 ottobre del 1969 durante la finale di ritorno tra Estudiantes e Milan. I rossoneri portano a casa la Coppa ma subiscono intimidazioni e botte variamente assortite. Lo scandalo è grande, tanto da provocare l’intervento diretto del governo argentino (tanto per cambiare una giunta militare) che imporrà squalifiche pesanti in capo ai giocatori rei dei peggiori comportamenti; alcuni di essi trascorreranno anche un mese in galera.

I teorici dell’antifutbol sbarcano in forze anche in nazionale: Spinetto allena l’albiceleste nel ’60 e ’61, Lorenzo nel ’62 e ’63, Minella tra il ’64 e il ’68, e quindi è commissario tecnico nel corso della valida ma sfortunata esperienza dei Mondiali inglesi, Pizzuti dal ’69 al ’72. Poi inizierà l’epoca di Menotti, fautore vincente di un calcio offensivo ed erede della tradizione argentina detta la nuestra. Con Bilardo si è dunque prodotto un ritorno al recente passato nel calcio argentino, e pertanto la contrapposizione e il paragone con Menotti diventeranno la regola nelle analisi sul gioco della nazionale. Poi i due personaggi, che non si amano e non lo nascondono, sono agli antipodi su tutto. Affascinante, elegante, colto, progressista, comunista, Cesar Luis Menotti sembra una sorta di playboy da Costa Azzurra; Bilardo, invece, con i suoi trascorsi nel cattivissimo Estudiantes, è bruttarello, anonimo, pare un po’ la versione allungata di Alvaro Vitali. Ma Menotti ha vinto la Coppa sotto una dittatura, Bilardo in una democrazia, per quanto labile e limitata. È un particolare non da poco.

L’Argentina prende l’aereo per il Messico al termine di un girone di qualificazione prima condotto con autorevolezza, poi pericolosamente messo in discussione. Si contano quattro vittorie ai danni di Colombia e Venezuela e una sconfitta, patita in casa del Perù. Nell’incontro decisivo con i peruviani, in programma il 30 giugno 1985 a Buenos Aires, l’Argentina ha due risultati su tre a disposizione. Passa in vantaggio, ma subisce il ritorno dei peruviani che già nel primo tempo si portano sul due a uno. Il pareggio di Passarella a pochi minuti dalla fine consente all’albiceleste di raggiungere direttamente la fase finale del Mondiale ed evitare così gli ulteriori e poco agevoli spareggi, ai quali invece è destinata la nazionale andina. In questi spareggi sarà il Paraguay a imporsi su Cile, Colombia e appunto Perù.

I mesi che precedono il campionato del Mondo sono avari di soddisfazioni per la nazionale argentina, che raccoglie due pareggi con il Messico, due sconfitte con Francia e Norvegia, e una sonora vittoria (sette a due) conseguita però sulla non irresistibile rappresentativa israeliana. Montano le critiche e si diffonde in patria un clima di aperta sfiducia. La casa di Bilardo subisce anche degli attacchi da parte di esagitati e incivili tifosi, tanto che il ct argentino racconta questo aneddoto: prima delle partite della nazionale, aveva iniziato ad affiggere davanti all’abitazione un cartello con la scritta “in vendita”, al fine di prevenire ulteriori problemi6)Martin Mazur, The moral pendulum, The Blizzard n. 13. Così, quando l’Argentina esordisce nel Mondiale contro la nazionale sudcoreana, come ricorda Maradona i sostenitori argentini seguono l’incontro con un solo occhio per il timore di quanto potrebbe accadere in campo7)Diego Armando Maradona, Io sono El Diego, Fandango Libri, 2002. Ma la Argentina risponde ai dubbi in modo tutto sommato soddisfacente: segnano subito Valdano e Ruggeri, poi di nuovo Valdano nella ripresa su assist di Maradona. C’è ancora un gran gol coreano su tiro da fuori area che fissa il definitivo tre a uno per i sudamericani.

Argentina – Italia è la seconda partita del girone. Le due grandi del calcio mondiale si incrociano per la quarta volta di fila i Mondiali – la sfida sta diventando un classico, sebbene recente. L’Italia inizia bene l’incontro e va in vantaggio su rigore (per la verità un po’ generoso) realizzato da Altobelli. Poi gli azzurri arretrano e nel contempo avanza l’Argentina, condotta per mano magistralmente dal suo fuoriclasse numero uno, Maradona. Proprio il Pibe de oro segna il gol del pareggio, fuggendo sulla sinistra e mettendo la palla in rete con un tocco beffardo quanto delizioso, paragonabile alla volée di un tennista. Ha già fatto in passato un gol simile con la maglia dell’Argenitnos Juniors, è qualcosa che ha nelle sue corde. Poi Valdano ha ancora una grande occasione di testa che non concretizza. Nella ripresa il gioco si fa duro, volano i calci ma col passare dei minuti le due formazioni paiono accontentarsi del pareggio (all’epoca la vittoria valeva ancora due punti). Il pubblico sugli spalti non apprezza molto e al novantesimo saluta le formazioni con una selva di fischi.

Gli argentini tornano alla vittoria nella terza partita del girone eliminatorio, imponendosi due a zero sulla Bulgaria: ancora in gol Valdano dopo appena tre minuti, di testa, in grande elevazione; raddoppio di Burruchaga nella ripresa, dopo una bella azione di Maradona sulla destra. Ottavi di finale, quindi, ma senza aver impressionato troppo sinora. Per la prima sfida a eliminazione diretta li aspetta una tradizionale e fiera avversaria: l’Uruguay.

La nazionale uruguaiana della seconda metà degli anni Ottanta è protagonista di percorsi senza dubbio originali. Raggiunge la fase finale dei Mondiali sia nel 1986 che nel ’90, esce in entrambi i casi agli ottavi di finale ma raccogliendo nel complesso un bottino piuttosto misero: un’affermazione su otto incontri. Però vince il titolo sudamericano nel 1983 e lo rivince quattro anni dopo, mentre nell’edizione del 1989 è comunque finalista. Indiscusso protagonista della nazionale celeste in quegli anni è Enzo Francescoli, giocatore di indubbia classe che però ha sempre evitato accuratamente di mostrare ai Mondiali; ha un’ottima tecnica benché lento, a tratti è geniale e a tratti indolente, ma è molto apprezzato fra i tifosi e non solo in patria, tanto che Zidane chiamerà il proprio figlio Enzo in omaggio al giocatore uruguaiano.

Il torneo continentale sudamericano del 1983 è deciso da una finale tra brasiliani e uruguagi, lo spauracchio storico dei verdeoro. Il Brasile, allenato da Carlos Alberto Parreira e decisamente più difensivo e noioso rispetto a quello di Santana, supera l’Ecuador e l’Argentina in ricostruzione (che comunque vince uno a zero in casa) nel girone eliminatorio; sconfigge poi il Paraguay in semifinale. L’Uruguay si sbarazza di Venezuela, Cile e Perù in semifinale. L’ultimo atto della competizione, disputato su partite di andata e ritorno, vede la vittoria dell’Uruguay per due a zero al Centenario di Montevideo grazie alla reti di Francescoli e Diogo. Al ritorno, in un clima infuocato – il bus dell’Uruguay è assaltato con pietre e bastoni –, finisce uno a uno e gli uruguaiani possono festeggiare la conquista del trofeo. Sarà l’ultima edizione della Copa America con questa formula.

Nel corso del torneo del 1987 si ritorna al passato con la sede unica. È un’edizione storica, in grado di mostrare la rinnovata importanza della competizione e anche molti campioni (fra i quali, diverse e interessanti facce nuove): Maradona e Caniggia nell’Argentina; Romario e Careca nel Brasile; Higuita e Valderrama nella Colombia; Zamorano nel Cile; Francescoli e Ruben Sosa nell’Uruguay. C’è la semifinale delle sorprese, quella fra Cile e Colombia: i cileni hanno inflitto al Brasile nel girone eliminatorio una delle sconfitte più pesanti della sua storia (quattro a zero), la Colombia sta iniziando a emergere; vince il Cile due a uno ai supplementari, dopo essere andato in svantaggio. L’altra semifinale è il derby del Rio de la Plata tra uruguagi e argentini padroni di casa, fra i quali però mancano alcuni giocatori essenziali causa infortunio (Valdano, Burrchaga, Pumpido, Enrique). L’Uruguay si impone per uno a zero e con lo stesso risultato batte il Cile nel corso della finale, che risulta una partita parecchio violenta giocata per buona parte dalle due nazionali con un uomo in meno, e finita al novantesimo in nove contro nove.

L’Uruguay raggiunge quindi il Messico fregiandosi del titolo di campione dell’America Latina (come detto, quello del 1983), ma altresì accompagnato dalla nomea di squadra aggressiva al limite del consentito se non oltre, una reputazione che però a occhio e croce non sembra avere molto interesse a levarsi di dosso. Nella decisiva sfida della prima fase contro la Scozia, Batista riesce a farsi espellere dopo appena un minuto di gioco. La celeste arriva a chiudere l’incontro a reti inviolate, ma il pubblico dalle tribune non apprezza l’atteggiamento degli uruguaiani in campo, mentre il tecnico scozzese, Alex Ferguson, si esprime così: “L’Uruguay è una disgrazia. Non hanno alcun rispetto per la dignità altrui”. Durante l’ottavo di finale l’arbitro italiano Agnolin ammonirà in totale sette giocatori, dei quali tre argentini, che in fin dei conti la gamba indietro non la tirano.

L’Argentina scende in campo con un 4-4-2 che propone in attacco Valdano e Pasculli, mentre Garre è il terzino sinistro e Maradona, schierato più indietro, divide il centrocampo con Burruchaga, Batista e Giusti. L’Uruguay in terra messicana è lontana parente della squadra che solo un anno dopo si riconfermerà campione continentale: ha superato infatti il girone per il rotto della cuffia, ripescata fra le migliori terze, dopo aver pareggiato due incontri e perso in modo disastroso contro la Danimarca. La partita che li oppone agli argentini è comunque tesa e combattuta, come si addice a questo classico del calcio latinoamericano e mondiale, benché l’Argentina mostri un complessiva superiorità. Parte bene la nazionale biancoceleste con Valdano che, imbeccato da Maradona sulla sinistra, manca la porta di testa. Maradona timbra la traversa su punizione e ci prova anche Burruchaga, di testa. Poi Pasculli, sfruttando un rimpallo in area di rigore, segna l’uno a zero per l’Argentina. Subito dopo c’è una grande occasione a favore dell’Uruguay, con Francescoli che entra pericolosamente in area, ma Cabrera gli ruba il tiro e calcia fuori. Poteva essere uno a uno.

Nella ripresa un’Argentina sempre più convincente e autorevole sfiora il raddoppio in varie occasioni. Si assiste ancora a una grandissima azione di Maradona sulla fascia destra, ma Pasculli non arriva in tempo per la deviazione sotto porta; una splendida azione Maradona – Pasculli – Burruchaga è salvata sulla linea; Maradona si vede annullare un gol per fuorigioco (se c’è, è davvero di poco), mentre Pasculli manca la doppietta personale da solo davanti al portiere avversario. Prima del fischio finale, ecco l’immancabile rissa fra giocatori in campo – breve ma intensa – causata da uno scontro involontario tra Francescoli e Pumpido in uscita.

Argentina-Belgio, fase di gioco – bleacherreport.com

Dunque l’affermazione sull’Uruguay, e poi quella sull’Inghilterra, spalancano alla nazionale argentina le porte della semifinale. Qui i sudamericani sono attesi dal Belgio, la squadra meno accreditata e spettacolare venuta fuori dal nugolo di europee, ambiziose ed emergenti, composto anche da Danimarca, Unione Sovietica e Spagna. Proprio gli spagnoli sono gli avversari dei belgi nel quarto di finale che si gioca a Puebla il 22 giugno 1986.

Nelle furie rosse (Spagna) manca Goicoechea, sostituito da Chendo. I diavoli rossi (Belgio) ripropongono la stessa formazione che ha avuto la meglio sui sovietici nel drammatico ottavo di Leon. Il Belgio va in vantaggio durate la prima frazione di gioco grazie a Ceulemans, dopo aver rischiato di subire gol da Butraguegno, nell’occasione un po’ egoista (poteva dare al centro). Nel corso della ripresa i belgi hanno una grande occasione per raddoppiare sui piedi di Veyt, ma Zubizarreta salva. Poi la Spagna diventa arrembante e il Belgio appronta le barricate. Si vedono opportunità variamente assortite a favore degli spagnoli, non concretizzate oppure neutralizzate dalla difesa e dal portiere belga Pfaff, sino al gol del meritato pareggio siglato da Victor a cinque dal termine.

Nei supplementari la Spagna resta più intraprendente, ma le occasioni da rete si producono su entrambi i fronti: Caldere non realizza; Pfaff sventa un pericolo; Grun è fermato da Zubizzarreta. Quindi la sfida si decide ai calci rigore. L’unico a fallire è lo spagnolo Eloy, il cui tiro è neutralizzato da Pfaff. Ven der Elst infila il quinto penalty e iscrive la nazionale belga fra le quattro migliori nazionali di calcio al mondo.

L’Argentina, galvanizzata dalle importanti vittorie conseguite negli ottavi e (soprattutto) nei quarti, dispone i propri uomini con il 3-5-2 così composto: Pumpido; Cuciuffo, Brown, Ruggeri; Giusti, Burruchaga, Batista, Enrique, Olarticoechea; Maradona, Valdano. Belgio in campo con la formazione a quel punto titolare, ricordiamola: Pfaff; Gerets, Grun, Renquin, Vervoort; Scifo, Ceulemans (capitano), Demol, Vercauteren; Veyt, Claesen. I belgi probabilmente sono consumati dalle estenuanti maratone che hanno dovuto affrontare nelle due precedenti gare, e forse sono anche in qualche modo appagati per quanto fatto sinora. La partita quindi non ha molta storia e ricorda, nello svolgimento e nella superiorità di una contendente sull’altra, la semifinale tra Italia e Polonia di quattro anni prima. È inoltre il momento in cui Maradona è straripante come mai un giocatore a quei livelli: comanda il gioco, suggerisce, segna.

Nel primo tempo non accade molto. L’Argentina conduce il gioco – il Belgio ha ormai nella tattica di rimessa il proprio tratto distintivo. Un gran tiro al volo da fuori area di Maradona impegna severamente Pfaff, che però non trattiene e sulla sfera respinta interviene Valdano a mettere in rete. Ma di mano. Il gol questa volta viene annullato. Il Belgio ci prova in contropiede e alla mezzora tra Veyt e la porta avversaria c’è soltanto Pumpido, ma è fermato per fuorigioco (forse errato).

Ripresa, minuto cinquantadue: assist di Burruchaga in area, Maradona scatta, anticipa il difensore e l’uscita portiere, lo scavalca, e infila la palla in rete. Poco dopo Pfaff evita il raddoppio opponendosi a un tiro di Olarticoechea da fuori area, angolato, basso. Minuto sessantatré, Maradona omaggia i suoi tifosi e gli appassionati di un altro capolavoro: dalla trequarti salta quattro giocatori belgi e supera Pfaff con una parabola arcuata a fil di palo. Il dieci argentino, ormai incontenibile, sfiora poi un terzo gol di nuovo su azione prolungata e solitaria. È quindi il turno di Valdano – pescato da un assist indovinate di chi? Maradona, ovvio -, ma conclude alto con il portiere avversario fuori porta e un difensore sulla linea. C’è poi ancora il tempo di osservare un ottimo intervento di Pumpido su tiro di Grun.

Quando l’incontro sta volgendo verso il definitivo due a zero per i sudamericani, entra in campo nella seleccion Ricardo Bochini, l’idolo del Maradona bambino. Bochini ha alle spalle una pregevole carriera nell’Indipendiente, arricchita da quattro Coppe Libertadores, ma in nazionale ha giocato davvero poche volte, spesso per scelta tecnica (come nei Mondiali ’78), a volte per infortunio (Coppa del 1982). Tecnico, regista, dotato di un gran tocco (pase bochinesco è detto in Argentina il passaggio che mette l’attaccante di fronte al portiere) e maestro della pausa, cioèl’arte di arrestarsi con il pallone tra i piedi prima di produrre un dribbling o una giocata decisiva, Bochini è altresì un uomo tranquillo, riflessivo e riservato. Valdano dice che gli ricorda un filosofo greco8)Lea Ruiz, Avant Diego…, So Foot n. 108. I cinque minuti della semifinale saranno la sua unica apparizione alla fase finale di un Mondiale, e dirà di non sentire quel torneo come qualcosa che gli appartiene; ma, appena entrato in campo, Maradona lo accoglie con queste bellissime parole: “Maestro, ti stavamo aspettando9)Michael Yokhin, World Cup cameos, The Blizzard n. 13.

Argentina finalista ma il Belgio, autore di un Mondiale oltre ogni aspettativa, raggiunge il picco della sua storia calcistica, realizzando quanto non erano riusciti né la generazione di giocatori dei primi Settanta, né i vice campioni d’Europa del 1980; l’impresa sarà soltanto eguagliata da una nuova importante generazione di calciatori belgi diversi anni dopo. È un premio a una nazione di grande tradizione calcistica, capace di vincere la medaglia d’oro già alle Olimpiadi di Anversa nel lontano 1920 (nel corso di una finale a dire il vero un po’ movimentata, con la Cecoslovacchia che si ritira a metà gara lamentando favoritismi all’avversario da parte dell’arbitro e intimidazioni provenienti dai soldati belgi a bordo campo), uno dei tre tornei di calcio ai Giochi Olimpici considerati dalla FIFA come una sorta di anticipo della Coppa del Mondo.

23 febbraio 2019

References   [ + ]

1. Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016
2. Callum Rice-Coates, Carlos Bilardo, anti-futbol and the pragmatic heart of Argentina, These Football Times
3. Ignacio Fusco, “Ganar es todo, todo!”, Revista Libero n. 17
4. Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012
5. Andrea Tavano, La guerra dei due mondi, Rivista Contrasti
6. Martin Mazur, The moral pendulum, The Blizzard n. 13
7. Diego Armando Maradona, Io sono El Diego, Fandango Libri, 2002
8. Lea Ruiz, Avant Diego…, So Foot n. 108
9. Michael Yokhin, World Cup cameos, The Blizzard n. 13