Salta al contenuto

Germania, 2006
III. I portoghesi alla battaglia di Norimberga

Le nazionali di Portogallo e Olanda scendono in campo la sera di domenica 25 giugno 2006 al Frankenstadion di Norimberga per giocarsi l’accesso ai quarti di finale della Coppa. Fra di loro, oltre alla legittima aspirazione di avanzare nella competizione, non c’è in ballo alcuna particolare forma di rivalità. “Le due nazioni sono sufficientemente distanti in termini geografici da non infastidire la libertà dell’altra. Il loro ultimo conflitto armato risale al diciassettesimo secolo1)Will Sharp, The battle of Nuremberg at World Cup 2006, These Football Times. Neppure sotto l’ottica calcistica si ha memoria un incontro passato che abbia lasciato strascichi irrisolti eppure, nonostante tutto ciò – e senza rabbia, senza cattiveria applicata – la partita si trasforma in uno scontro campale: giusto per darsele di santa ragione più o meno dall’inizio alla fine. È quasi una nuova forma di interpretazione del gioco, questa sfida dove accade di tutto, ma che nel complesso si può definire anche una bella sfida.

Allenata da Marco van Basten, l’Olanda schiera giocatori di sicuro pregio come van Bronckhorst in difesa, van Bommel a centrocampo e – sempre in mediana – Phillip Cocu, ora un po’ avanti con gli anni ma per molto tempo colonna inamovibile del Barcellona. Più di tutto compaiono davanti già come titolari dei giovani i cui nomi torneranno spesso negli anni a venire: Sneijder; van Persie; Robben. In attacco incontriamo anche van Nistelrooy, una punta veloce e dal fisico massiccio, da molti anni al Manchester United e in procinto di passare, nel 2007, al Real Madrid: nonostante molti riscontrino una forte somiglianza calcistica tra i due, van Basten lo sostituisce in ogni incontro prima di lasciarlo in panchina proprio nell’ottavo di finale decisivo. È una bella squadra quella che l’Olanda porta nell’attigua Germania, dopo la mancata qualificazione al campionato di quattro anni prima: ma resta inespressa e forse la nuova generazione è ancora troppo acerba. Chiude il torneo con soli tre gol all’attivo, non sfruttando quindi, oltre alla tradizionale vena offensiva, un pacchetto avanzato di valore assoluto.

La riconquistata potenza degli orange è già emersa nel corso degli Europei 2004, quando l’Olanda è stata sconfitta in semifinale proprio dal Portogallo. Domina il girone di qualificazione mondiale, segnando – lì sì – una caterva di gol (ventisette) e incassandone solo tre. La prima fase della Coppa riserva agli olandesi l’unico girone dal pronostico all’apparenza davvero difficile. Scesa in campo all’esordio contro la nazionale di Serbia e Montenegro, l’Olanda risolve la pratica con il minimo scarto: il gol è frutto di un lancio smarcante di van Persie per Robben, che davanti al portiere avversario infila in rete (non otterrà lo stesso esito quattro anni dopo, ma in un contesto ben più importante). Robben è molto attivo e sfiora il gol in almeno altre due occasioni.

È decisiva la seconda sfida del girone che vede i Paesi Bassi opposti alla nazionale della Costa d’Avorio. Gli africani schierano diversi talenti tra le proprie fila: Eboue e Kolo Toure dell’Arsenal in difesa; Yaya Toure e Zokora, che ha il record presenze in nazionale, a metà campo; Drogba in attacco. Sono passati attraverso un girone di qualificazione molto difficile che li ha visti imporsi su Camerun ed Egitto, in un finale palmo a palmo: i camerunensi li hanno sorpassati alla penultima giornata vincendo tre a due ad Abidjan; ma nell’ultimo turno il Camerun ha pareggiato in casa con l’Egitto mentre la Costa d’Avorio, vincendo in Sudan, ha operato il nuovo, definitivo sorpasso in classifica che l’ha proiettata dritto dritto in Germania.

Sconfitti all’esordio mondiale dall’Argentina, i nazionali ivoriani si giocano pertanto tutte le possibilità di qualificazione in questa sfida e sono consapevoli di avere i mezzi per farcela. All’inizio spingono, ma intorno alla metà del primo tempo gli olandesi esplodono i colpi decisivi. Ventesimo di gioco, azione personale di van Persie che subisce un fallo in prossimità dell’area di rigore avversaria: calcia lo stesso van Persie, sinistro sul palo lontano, rete; passano quattro minuti e Robben serve van Nistelrooy in area, altra rete, due a zero – l’Olanda fa meraviglie. La Costa d’Avorio però non molla, coglie un incrocio dei pali e poi accorcia con Kone al minuto trentotto. La partita resta intensa per tutta la ripresa e sino allo scadere, quando van Persie salva la propria porta deviando una pallone sulla linea, ma il risultato non cambia e l’Olanda passa il turno. L’ultimo incontro, un prestigioso quanto ininfluente Olanda – Argentina, si risolve in un pareggio zero a zero ma condito da molte opportunità di rete – come spesso accade in partite simili -, ma stranamente non realizzate.

Ottavo di finale mondiale, il Portogallo scende in campo con il seguente undici: Ricardo; Miguel, Fernando Meira, Ricardo Carvalho, Nuno Valente; Costinha, Maniche; Figo, Deco, Cristiano Ronaldo; Pauleta. Risponde l’Olanda: van der Sar; Boulahrouz, Oouer, Mathijsen, van Bronckhorst; van Bommel, Sneijder, Cocu; van Persie, Kuyt, Robben. Appena due minuti e iniziano le danze: van Bommel stende da dietro Cristiano Ronaldo, rimediando così il primo giallo dell’incontro. Contro ogni pronostico van Bommel riuscirà a restare in campo per quasi settanta minuti, quando sarà sostituito da Heitinga, e tra l’altro riuscendo a riempire di gialli gli avversari. Poco dopo l’ammonizione sfiora anche la rete con un tiro da fuori. È poi Boulahrouz a entrare duro di nuovo su Cristiano Ronaldo, che viene colpito sulla coscia poco sotto l’inguine dopo soli cinque minuti dal fallo precedente. Altro cartellino giallo, mentre il martoriato talento portoghese dovrà lasciare la partita intorno alla mezzora per i postumi di un altro intervento falloso; al suo posto entrerà Simao.

Al ventesimo Maniche colpisce da dietro van Bommel e viene ammonito; tre minuti dopo – perché nel frattempo si dovrebbe anche giocare a pallone – proprio Maniche porta in vantaggio il Portogallo con un bell’inserimento in area palla al piede concluso da un forte e preciso tiro a rete. Uno a zero e la partita prende quota. Van Persie semina il panico in area avversaria, conclude di esterno sinistro e la sfera lambisce il legno lontano, con Sneijder che, appostato nell’area piccola, impreca per non aver ricevuto il passaggio; Robben lamenta un fallo di rigore in seguito ad un’entrata kamikaze al volo di Nuno Valente. Dall’altra parte i lusitani sfiorano il raddoppio con una conclusione scoccata vicino alla porta da Pauleta e respinta di piede da van der Sar. Poi nel recupero il Portogallo diventa la prima delle due selezioni a fare a meno di un uomo: Costinha, già ammonito alla mezzora per un tackle su Cocu e in aggiunta reo poco dopo di un’entrata sulla caviglia di Ooijer che genera una mezza rissa in campo, ferma la palla con il braccio e riceve il secondo giallo.

La seconda frazione di gioco si apre con una gigantesca occasione non capitalizzata dall’Olanda: la palla giunge fortuitamente sui piedi di Cocu, tutto solo a pochi metri dalla porta avversaria, che calcia forte al volo cogliendo in pieno la traversa – ma ancor più della sfortuna è evidente l’errore. L’unica ammonizione nel primo quarto d’ora della ripresa viene comminata a Petit per una spinta su van Bommel. È la quiete prima della tempesta poiché da lì al fischio finale sul prato del Frankenstadion va in scena il delirio. Al minuto sessanta di gioco van Bronckhorst entra sulle caviglie di Deco, poi durante l’ammucchiata che ne scaturisce Figo accenna una testata verso van Bommel: giallo per van Bronckhorst e Figo. Passano quattro minuti e Boulahrouz rimedia la seconda ammonizione per una gomitata sul volto di Figo, il quale esagera platealmente. Nuovo accenno di rissa e squadre tornate in parità numerica. Minuto settantasette ed entrata di Deco su Heitinga: i portoghesi circondano l’avversario a terra accusandolo di recitare, ma in realtà il fallo è stato bello netto e il portoghese rimedierà l’ammonizione. Però nel frattempo intervengono nei tafferugli Sneijder, che spinge Petit a terra, e van der Vaart: morale della favola, ammoniti pure loro. Poi il cartellino giallo, si presume ormai parecchio consunto, è sventolato nell’ordine a: Ricardo per perdita di tempo; Nuno Valente per intervento falloso; Deco per fallo di mano, ed è la seconda ammonizione, per cui anch’egli prende anzitempo al via degli spogliatoi.

Il tecnico dei portoghesi Scolari è agitatissimo; van Basten, tra l’altro in splendida forma, guarda l’incontro con preoccupazione. L’ultima grande occasione da rete è per gli olandesi, nella fattispecie per Kuyt ma Ricardo, uscito poco oltre il limite dell’area, riesce a respingere, o forse a dirla tutta è l’olandese a tiragli addosso. I rimpianti in casa orange non mancheranno. Un fallo su Tiago al quinto di recupero conduce all’ultima sanzione disciplinare della gara, il rosso per doppia ammonizione mostrato a van Bronckhorst: l’olandese va a sedersi da qualche parte a bordo campo vicino a Deco, suo compagno nel Barcellona campione d’Europa, e da lì seguono la fine della partita, quasi a sottolineare che non c’era nulla di personale fra le due squadre, solo un agonismo e un vigore vagamente accentuati.

Se qualcuno si ricorda ancora del punteggio, la partita termina uno a zero per il Portogallo. Passerà ai posteri come la battaglia di Norimberga, un incontro che eguaglia il record di cartellini gialli ai Mondiali, sedici, accompagnati in aggiunta da quattro espulsioni per doppia ammonizione. L’arbitro russo Ivanov è criticato e rispedito a casa in base ai venticinque falli in complesso fischiati che renderebbero spropositato il numero di sanzioni; c’è da dire però che la natura degli interventi, e ancor più la loro cadenza, hanno giustificato le sanzioni disciplinari, senza le quali gli esagitati giocatori in campo con ogni probabilità avrebbero portato l’incontro a una fine prematura. È un Mondiale che comunque fa segnare il record di cartellini: alla fine i gialli saranno 326, diciannove i rossi indiretti e nove quelli diretti. Probabilmente memori dei disastri arbitrali realizzati nella passata edizione, in Germania per la prima volta la FIFA garantisce ai direttori di gara un supporto mentale (oltre a quello tradizionale di carattere atletico) consistente nella presenza di due psicologi2)Refereeing, Report and Statistics 2006 FIFA World Cup Germany, ma in generale il lavoro degli arbitri nel corso del torneo potrà ritenersi soddisfacente. La battaglia di Norimberga non sarà però né l’unico, né l’ultimo episodio eccessivamente violento a marcare il ricordo di Germania 2006.

Chi sono i migliori uomini che il Portogallo schiera nella battaglia di Norimberga e nell’intera spedizione tedesca? Intanto Luis Figo, il capitano della squadra e fra i tre migliori calciatori portoghesi di sempre, con Eusebio e Cristiano Ronaldo. Grande interprete del gioco, con doti da leader e autore di un bel Mondiale, Figo è un’ala che sul finire della carriera, quando il fiato comincia a venir meno, si accentra in posizione di regista.

Nasce ad Almada, una città operaia dell’area metropolitana di Lisbona collegata con la capitale portoghese dal ponte 25 Aprile che scavalca l’estuario del Tago, Figo cresce nello Sporting Lisbona, dal 1995 al 2000 è al Barcellona per poi passare ai rivali del Real Madrid ad un costo enorme: il portoghese è la promessa elettorale di Florentino Perez, che viene quindi eletto alla presidenza dei madridisti e ci rimane per gran parte dei successivi vent’anni, diversi dei quali risulteranno trionfali. Il primo anno al Real Figo realizza quattordici gol e quasi il doppio di assist, ma il trasferimento non è preso alla leggera dai tifosi blaugrana. Quando mette piede Camp Nou lo fischiano e lo insultano pesantemente; nel novembre 2002 un fitto lancio di oggetti mentre Figo sta battendo un corner conduce alla sospensione dell’incontro, durante la quale – con un gesto macabro e incivile – viene lanciata in campo una testa di maiale. Figo chiude la carriera all’Inter e fa bene anche con i nerazzurri, come in tutte le squadre in cui ha giocato. Germania 2006 è la sua ultima esperienza con la maglia della nazionale portoghese, indossata nel complesso per centoventisette volte.

Ha ventun’anni ed esordisce ai campionati del Mondo Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro, passato alla storia come Cristiano Ronaldo (il primo nome è scelto dalla made per evidenti ragioni religiose, il secondo dal padre in onore del suo attore preferito, nonché presidente degli Stati Uniti al momento della nascita del figlio, Ronald Regan). Le sue potenzialità cominciano a essere piuttosto evidenti, tanto che a soli diciott’anni il Manchester United lo ha acquistato dallo Sporting Lisbona. Nello stesso anno, il 2003, ha giocato il suo primo incontro in nazionale.

Il 4-2-3-1 dei portoghesi prevede Figo e Cristiano Ronaldo ai fianchi del regista, Deco, con Pauleta quale unica punta. Deco è un brasiliano naturalizzato portoghese benché nato e cresciuto in Brasile e oltre tutto privo di ascendenti lusitani conosciuti: la sua inclusione in nazionale fa ovviamente discutere e lo stesso Figo, in occasione degli Europei del 2004, si esprimerà sulla questione in maniera abbastanza chiara, “Se sei cinese, bé, giochi per la Cina3)Cristopher Weir, An ode to Deco, These Football Times. È protagonista con il Porto vincitore nella Coppa UEFA 2003, ma soprattutto nella Champions League 2004, l’ultima volta (di sempre?) in cui il massimo trofeo per club è conquistato da un outsider. In quel Porto militano anche altre colonne portanti della selezione portoghese: Ricardo Carvalho, ottimo difensore centrale passato al Chelsea; Costinha e Maniche, la preziosa coppia di centrocampisti posizionati dietro il reparto avanzato. Aggiungiamo poi un portiere capace di esaltarsi in nazionale, Ricardo, nonché il commissario tecnico campione del Mondo in carica, Felipe Scolari, e il Portogallo edizione 2006 è fatto.

I lusitani in quegli anni assemblano la loro migliore selezione di sempre e si ritrovano fra le mani l’occasione di mettere in bacheca il primo importante trofeo internazionale quando, nel 2004, organizzano il campionato europeo. È un’edizione davvero sorprendente del torneo. Guidati già da un anno da Scolari, i padroni casa perdono contro ogni pronostico la prima partita, contro la Grecia; poi però eliminano in sequenza Spagna, Inghilterra e Olanda – è da vedere, in questo incontro, lo strepitoso gol del raddoppio di Maniche. Con questi cadaveri eccellenti lasciati alle spalle, e l’entusiasmo di un popolo al proprio fianco, sembra fatta per i portoghesi; anche perché in finale a Lisbona non li aspetta uno dei poteri forti continentali, bensì di nuovo la nazionale greca. E sarà mai possibile che si facciano sorprendere un’altra volta, e in finale?

Prima di questi Europei, i greci hanno giocato nella loro storia solo due fasi finali di un grande torneo tra nazionali (Euro ’80, Mondiali ’94), pareggiando una partita e perdendone cinque. Crescono nel corso del torneo, eliminano la Francia campione in carica e la Repubblica Ceca in semifinale in virtù del silver gol, una diavoleria all’apparenza senza senso applicata dall’UEFA tra il 2003 e il 2004, e poi abbandonata (come il golden gol): se una squadra è in vantaggio all’intervallo dei supplementari, vince la partita. In finale i greci come prima mossa imbrigliano le velleità dei portoghesi che, forti dello stesso attacco schierato al Mondiale tedesco, non riescono a passare, né a rendersi realmente pericolosi; poi infilano il decisivo uno a zero nella ripresa, grazie a un colpo di testa di Charisteas su calcio d’angolo. A pochi istanti dalla fine un tipo entra in campo e getta una sciarpa del Barcellona addosso a Figo la cui espressione facciale, ormai in prossimità della sconfitta, esprime tutta quella tristezza oceanica che solo i portoghesi sanno avere.

Il tripudio della Grecia è incredibile: è stata definita la vittoria più inattesa della storia del calcio, festeggiata ogni anno come il giorno dell’indipendenza4)Konstantinos Lianos, Greece crisis: 11 years since their famous 2004 European Championship, Greece now cuts a shadow of its former self, Indipendent. Il ct Otto Reaghel (ottimi risultati alle spalle con il Werder Brema tra gli Ottanta e i Novanta) ha impostato una squadra solida, compatta, imperniata sulla difesa se non tendente al catenaccio, che crea e alimenta “una sorta di nuova cultura brutalista5)Alfonso Fasano, La vittoria della Grecia agli Europei 2004 è stata un evento irripetibile, Rivista Undici. Di fronte alle critiche per un gioco esteticamente deficitario, Reaghel risponderà così: “Il discorso sulla Grecia che giocava male non mi ha mai disturbato. Dove c’è scritto come si deve giocare a calcio? Io ho allenato la mia squadra in base alle caratteristiche dei calciatori che c’erano. Se avessi avuto Xavi, Iniesta e Messi, il nostro stile sarebbe stato sicuramente più offensivo6)Ibidem.

La nazionale ellenica però non si qualifica per il Mondiale e il fatto toglie un po’ di pregio all’impresa portata a termine in ambito continentale. Il girone di qualificazione è impegnativo e tiratissimo, chiuso con quattro squadre in quattro punti: l’Ucraina è prima e va direttamente in Germania, la Turchia gioca gli spareggi, Danimarca e Grecia sono fuori. Semifinalista quattro anni prima, la Turchia è impegnata nel play-off contro la Svizzera. Perde all’andata in terra elvetica, al ritorno va subito sotto ma avvia una clamorosa rimonta che la porta sul tre a uno all’inizio della ripresa: basterebbe solo un altro ai turchi per sovvertire il risultato ma non arriva, anzi la Svizzera accorcia nel finale. Poi i turchi segnano il definitivo quattro a due e al Mondiale ci vanno gli svizzeri grazie ai gol segnati in trasferta.

Il Portogallo invece, a differenza di chi ha annientato i suoi sogni nella finale europea, plana al Mondiale in scioltezza, rifilando anche un pesante sette a uno alla Russia. Imbattuti dal febbraio 2005, i portoghesi si presentano alla fase finale della Coppa con un bagaglio di quattro vittorie e un pareggio ottenuti in amichevole (ma contro avversarie non troppo impegnative), forti di una squadra esperta e consapevole dei propri mezzi che da lì in avanti, nelle edizioni del campionato mondiale, sarà sempre considerata come una potenziale protagonista. Sono attesi all’esordio da una loro ex colonia, l’Angola.

In questo incontro i portoghesi partono alla grande, Pauleta sfiora il gol dopo un minuto e poi dopo altri tre minuti mette in rete, ma gran merito del vantaggio va ascritto ad un imperioso Figo che penetra in area e serve un assist perfetto all’attaccante. Gli europei attaccano ancora nel resto della gara, Cristiano Ronaldo coglie una traversa di testa, l’uno a zero però dura sino al termine. Seppur sconfitti gli angolani non hanno sfigurato e confermano i segnali positivi nel secondo incontro del girone, fermando il Messico sullo zero a zero. Nella terza partita arriva anche il primo gol dell’Angola in Coppa del Mondo, marcato da Flavio; intanto il Messico sta perdendo, una vittoria con tre gol di scarto aprirebbe agli africani le porte degli ottavi, ma il pareggio dell’Iran dopo venti minuti chiude i conti.

Il girone della prima fase è concluso dal Portogallo a punteggio pieno. I lusitani regolano due a zero l’Iran con un gol di Deco dopo un’ora di gioco e un rigore – per fallo su Figo – trasformato da Cristiano Ronaldo, che in questa gara ha mostrato lampi del suo giovane e illimitato talento. Nella terza partita, dopo venticinque minuti di gioco il Portogallo – per altro già agli ottavi – è due a zero sul Messico grazie alle reti di Maniche e Simao dal dischetto. Accorciano i centroamericani con Fonseca, poi a trenta minuti dal termine si decide la partita del Messico: Bravo sbaglia un calcio di rigore; Perez, già ammonito, simula un fallo da rigore, prende un altro giallo e lascia i suoi in dieci; Bravo, da posizione favorevolissima in area di rigore, spreca calciando alto. Vincono i portoghesi due a uno.

Ferdinand, Pauleta, Cristiano Ronaldo, Rooney – goal.com

Per la terza volta in relativamente poche edizioni dei Mondiali (le altre sono datate 1982 e 1990), qui in Germania l’Inghilterra riesce ad essere eliminata come imbattuta, senza neppure arrivare in finale: e nonostante il fatto gli inglesi per lo meno sulla carta possano assemblare, nella Coppa del 2006 come negli altri casi, una selezione in grado di conquistare il titolo. La nazionale dei tre leoni presenta un attaccante emergente appena ventenne di nome Wayne Rooney che, seppur in dubbio sino all’ultimo per un problema al metatarso, giocherà un bel campionato (nonostante la topica finale). Gli inglesi hanno anche una solida difesa di valore certo, così composta: Gary Neville (in campo nella prima e nell’ultima partita, quelle in mezzo le salta per infortunio), Ferdinand, Terry – costui nominato fra i migliori difensori del torneo -, Cole. Soprattutto, inizia anche nel contesto della Coppa del Mondo l’era di Gerrard e Lampard, sublime coppia di centrali di metà campo dalla tecnica cristallina.

Steven Gerrard, bandiera del Liverpool, è un calciatore completo che sa giocare sia come interditore, sia come regista, sia a metà strada; sa altresì segnare, e davvero tanto per un uomo che staziona a centrocampo, cosicché realizzerà centoventi reti nel suo club di appartenenza e ventuno in nazionale. Una sua marcatura apre la storica rimonta che il Liverpool di Benitez realizza ai danni del Milan nella finale di Champions League 2005 giocata a Istanbul. Si sta parlando di una delle partite di calcio più incredibili di sempre: è difficile individuare un’altra sfida di alto livello così dominata da una contendente, e vinta invece dall’altra. I rossoneri chiudono il primo tempo avanti tre a zero; inizia la ripresa e pare procedere con identico copione quando all’improvviso, e in soli sei minuti, il Liverpool infila tre reti e pareggia. Si va avanti, il Milan ha innumerevoli occasioni che non sfrutta, fra le quali una doppia, enorme possibilità capitata sui piedi di Shevchenko nel secondo supplementare e sventata dal portiere polacco Dudek. Tiri di rigore, Dudek si produce in una serie di balletti sulla linea di porta come fece Grobbelaar nell’ultima finale vinta dal Liverpool ventuno anni prima, e i reds conquistano un’insperata Coppa dei Campioni.

Al suo secondo campionato del Mondo alla guida dell’Inghilterra, il ct Eriksson è da mesi in piena rotta di collisione con stampa, frange di tifosi e federazione, che poco prima del torneo tedesco individua in Steve McLaren il nuovo tecnico per il post-Mondiale. Senza dubbio non è il clima migliore per tentare di vincere la Coppa. L’Inghilterra supera agevolmente la prima fase ma senza lasciare particolari impressioni. Alla prima partita ad eliminazione diretta Eriksson sposta un centrocampista in posizione difensiva, dietro gli altri quattro, in conseguenza all’infortunio di Owen (che per altro stava giocando un campionato piuttosto sotto tono) e in generale per ovviare con un modulo diverso alle carenze complessive in attacco. I gol infatti arrivano dai centrocampisti, ma l’impostazione a una punta renderà il gioco offensivo ancora più sterile.

Negli ottavi di finale l’Inghilterra è attesa dall’Ecuador che per la prima e al momento unica volta ha passato il primo turno ai Mondiali, tra l’altro con una partita di anticipo. Non è una squadra eccezionale, ma è pur sempre una sudamericana ed è arrivata sin lì. Infatti dopo dieci minuti l’Ecuador ha una chiarissima possibilità di passare in vantaggio: la difesa inglese è messa male, c’è uno svarione di testa di Terry e la sfera giunge a Carlos Tenorio, tutto solo in area di rigore; attende un po’ troppo a calciare e nel frattempo Cole opera un prodigioso recupero che gli permette di porre la propria gamba davanti al pallone e quindi di deviare il tiro sulla traversa. Poi Tenorio si fa il segno della croce – sarebbe bello capire con quale intento rispetto all’episodio. Comunque l’Inghilterra segna al sessantesimo su calcio di punizione con Beckham, che sempre su calcio da fermo era andato vicino al gol già nella prima frazione. Poi Valencia impegna Robinson con un tiro dalla distanza e Lampard spreca un ottimo assist di Rooney, sfornato dopo una grande azione personale sulla sinistra. Basta l’uno a zero e l’Inghilterra è ancora tra le prime otto nazionali al mondo.

Il quarto di finale tra Portogallo e Inghilterra promette bene ma consegna agli appassionati una sfida poco entusiasmante. Quale scusante a favore dei portoghesi si possono citare le assenze di Costinha e Deco per squalifica, sostituiti da Petit e Tiago. Nel primo tempo accade proprio poco degno di menzione: alcune conclusioni da fuori area fra le quali una, di Figo, avvicina l’incrocio dei pali avversario.

Il secondo tempo risulta la parte migliore dell’incontro. Gli inglesi paiono in palla e mettono in difficoltà la compagine portoghese. Un fallo di mano in area di Nuno Valente, che intercetta un tocco ravvicinato di Beckham, fa gridare gli inglesi al rigore: oggi la massima punizione sarebbe certa, all’epoca era un’opzione decisamente più rara, l’arbitro fa proseguire. Lampard ha un’ottima possibilità quando su calcio d’angolo si trova tutto solo in area, ma colpisce maluccio al volo la palla che rimbalza a terra e poi finisce alta. Beckham non è in forma e lascia il campo causa infortunio dopo dieci minuti di ripresa, per Lennon: questi si produce subito in una bella azione personale ed entra in area, passa a Rooney che svirgola, poi la palla giunge a Joe Cole che sbaglia concludendo alto.

Al minuto sessanta Ricardo Carvalho strattona Rooney a metà campo, il portoghese va a terra e Rooney, di spalle, pensa bene di rifilare all’avversario una tacchettata sulle parti basse. Con l’arbitro a circa un metro. L’espulsione è inevitabile, gli inglesi restano con un uomo in meno nel momento cruciale della gara. Cristiano Ronaldo è il più attivo nel reclamare la sanzione; poi una volta estratto il rosso schiaccia l’occhiolino in direzione della panchina portoghese (dirà di averlo fatto per altri motivi) e a causa di tale gesto subirà molte critiche al ritorno in Inghilterra.

La stupidaggine di Rooney non resterà nella memoria quanto il gesto che costò a Beckham l’espulsione otto anni prima, forse perché questa partita non resterà negli annali come invece è accaduto ad Argentina – Inghilterra, ottavo di finale della Coppa 1998. Ma il senso è più o meno lo stesso: cosa sarebbe accaduto se gli inglesi fossero rimasti in undici contro undici sino al termine? Perché l’Inghilterra stava giocando meglio. Lo prova il fatto che, salvo una gran conclusione di Figo che impegna severamente Robinson, il Portogallo non impensierisce gli avversari, mentre sono i britannici a sfiorare nuovamente il gol: calcio di punizione di Lampard, Ricardo non trattiene, sulla palla si avventa Lennon che però spreca un’occasione d’oro. E gli inglesi ci provano sino nel recupero, quando l’ottimo Hargreaves scende sulla fascia, mette in mezzo e i tiri di Terry e Lampard scoccati dall’area di rigore sono ribattuti dai portoghesi.

L’unica fase dell’incontro a prevalenza portoghese, per quanto senza la costruzione di evidenti occasioni da rete, sono i tempi supplementari. L’Inghilterra probabilmente è a corto di fiato, Cristiano Ronaldo spinge i suoi, mentre Figo è stato sostituito da Postiga sul finire dei tempi regolamentari. La partita finisce zero a zero e la semifinalista sarà decisa ai tiri di rigore.

Iniziano a tirare i portoghesi, Simao segna; per gli inglesi tocca a Lampard e il tiro del giocatore del Chelsea è parato da Ricardo. Poi Viana prende il palo e Hargreaves segna (ma Ricardo aveva intuito l’angolo), riportando il confronto di nuovo in una situazione di parità. Petit tira fuori, l’Inghilterra potrebbe passare in vantaggio ma il rigore di Gerrard è ancora parato da Ricardo, si resta sull’uno a uno.

Va sul dischetto Postiga, segna, ai tifosi inglesi assiepati nella curva proprio dietro la porta dei rigori fa il segno di stare in silenzio. Carragher è entrato nella fila inglesi all’ultimo minuto dei tempi supplementari, in quanto specialista dei rigori (o almeno così si presume): tira male, Ricardo – straordinario – respinge il suo terzo rigore. Il portiere portoghese era stato protagonista anche della sfida ai tiri di rigore con gli inglesi nei quarti di Euro ’04, parando senza guantoni, quindi a mani nude, il tiro di Vassel, e un attimo dopo segnando il rigore decisivo per la vittoria della sua nazionale. Per parte sua, qualche anno dopo Eriksson dirà: “Avrei dovuto assumere un preparatore mentale per i tiri di rigore. Pensavo avessimo sufficiente esperienza, nonché giocatori specialisti nel calciare i rigori7)John Duerden, Sven-Goran Eriksson: ‘I should have taken a mental coach to the 2006 World Cup’, the Guardian.

Il tiro dal dischetto che potrebbe decidere l’incontro passa per i piedi di Cristiano Ronaldo. Due anni prima ha chiuso il campionato europeo versando le sue lacrime sul prato dell’Estadio da Luz di Lisbona; l’anno precedente è morto suo padre per problemi legati all’alcolismo. Cristiano Ronaldo segna, libera tensione e gioia urlando e poi rivolge i suoi pensieri al cielo.

Il Mondiale tedesco riserva alla nazionale inglese un destino abbastanza simile a quanto avvenuto nel 2002 in Estremo Oriente: fuori ai quarti di finale per mano di una nazionale che parla il portoghese (prima il Brasile, ora il Portogallo) ma guidata dallo stesso uomo, Felipe Scolari. Invece il Portogallo approda fra le prima quattro al mondo dopo quarant’anni esatti dalla prima e unica occasione nella quale ci era riuscita, il Mondiale inglese del 1966. In quel frangente era stato sconfitto dai padroni di casa per due a uno in virtù di una doppietta di Bobby Charlton e di un gol di Eusebio. Era il Portogallo figlio dei successi europei del Benfica; era la selezione di Coluna, Torres ed Eusebio, miglior marcatore del torneo e fra giocatori più forti al mondo negli anni Sessanta. I portoghesi del 2006 stanno rinverdendo quel mito.

References   [ + ]

1. Will Sharp, The battle of Nuremberg at World Cup 2006, These Football Times
2. Refereeing, Report and Statistics 2006 FIFA World Cup Germany
3. Cristopher Weir, An ode to Deco, These Football Times
4. Konstantinos Lianos, Greece crisis: 11 years since their famous 2004 European Championship, Greece now cuts a shadow of its former self, Indipendent
5. Alfonso Fasano, La vittoria della Grecia agli Europei 2004 è stata un evento irripetibile, Rivista Undici
6. Ibidem
7. John Duerden, Sven-Goran Eriksson: ‘I should have taken a mental coach to the 2006 World Cup’, the Guardian