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Germania, 2006
II. Football from down under

È la sera del 16 novembre 2005 e lo stadio di Sidney, l’impianto dei primi Giochi Olimpici del millennio, è colmo di tifo e tensione. Gli occhi sono tutti su John Aloisi, ovvero l’attaccante della nazionale australiana (e dell’Alaves), in procinto di prendere la rincorsa per calciare un tiro di rigore: un momento che segnerà la storia del calcio australiano.

La tradizione sportiva del paese laggiù in basso è senza dubbio valida e preziosa, soprattutto in virtù dei grandi talenti che nel nuoto e nel tennis ne hanno esaltato la storia. Ma in quell’inizio secolo tutto lo sport australiano è stabilmente ai vertici internazionali se consideriamo il quinto posto assoluto raggiunto nel medagliere di entrambe le ultime due Olimpiadi disputate (Sidney 2000 e Atene 2004). Fra gli sport di squadra, come per altri grandi paesi dell’emisfero sud, l’Australia gioca un ruolo di potenza nel rugby. Invece nel calcio le soddisfazioni latitano: una qualificazione al Mondiale nel 1974 e poco altro. Ma qualcosa è cambiato anche nell’ambiente della palla rotonda.

Pochi mesi prima del Mondiale ha preso il via la nuova lega calcistica australiana, così detta A-league. Poi, non ritenendo sufficientemente competitiva e quindi stimolante la permanenza della nazionale nella confederazione oceanica, dal primo gennaio 2006 l’Australia è entrata a far parte di un’altra famiglia calcistica continentale, quella asiatica. Quale membro dell’AFC gli aussie potranno giocare anche la Coppa d’Asia negli anni a venire. Alla prima partecipazione, nell’edizione 2007 vinta a sorpresa dall’Iraq, saranno eliminati ai quarti di finale dal Giappone (ai rigori), e poi sarà un crescendo: finalista nel 2011, campione continentale nel 2015 quando organizzeranno il torneo e sconfiggeranno in finale la Corea del Sud ai tempi supplementari.

La strada per approdare alla Coppa del Mondo 2006 passa però ancora una volta attraverso le qualificazioni del settore oceanico e prende il via già un paio di anni prima del Mondiale con la Coppa delle Nazioni Oceaniche. La finale fra Australia e Isole Salomone (per la cronaca stravinta dagli australiani con un aggregato di undici a uno) vale per assegnare il titolo; le due squadre però dovranno incontrarsi nuovamente – e a distanza di oltre un anno – per disputare il play-off decisivo, e quindi la squadra vincente potrà disputare lo spareggio interzona contro la quinta del gruppo sudamericano. Non c’è molta partita anche in questo frangente, l’Australia si impone sette a zero in casa e due a uno fuori, ma il dato interessante del confronto è da rintracciare nell’uomo che adesso siede sulla panchina australiana. Durante l’estate del 2005 l’Australia ha partecipato alla Confederations Cup, ha perso tre partite su tre – e passino le sconfitte con Germania e Argentina, non quella subita dalla Tunisia – e pertanto il ct Farina è stato esonerato. Al suo posto viene ingaggiato Guus Hiddink.

Rammentiamo, Hiddink è l’allenatore reduce da due semifinali consecutive ai Mondiali, delle quali la seconda, alla guida della nazionale coreana, senza dubbio storica. Con gli australiani otterrà qualcosa di importante e ad un passo dal miracoloso. Nel frattempo Hiddink è tornato a casa sulla panchina del PSV Eindhoven, ha vinto tre titoli nazionali e ha sfiorato la finale di Champions League nel 2005, eliminato dal Milan soltanto negli ultimi minuti di gioco. Accetta il ruolo di ct degli australiani senza abbandonare l’incarico presso il club e con l’accordo di lasciare l’Australia una volta terminato il Mondiale, cosa che effettivamente avviene. Hiddink passerà poi a gestire la nazionale russa raggiungendo una pregevole semifinale durante i campionati europei del 2008, ma fallendo in seguito la qualificazione alla Coppa del Mondo 2010.

Il tecnico olandese assume il comando di una selezione ancora poco accreditata a livello internazionale ma che, in quanto a talento degli uomini a disposizione, vive il suo momento d’oro, sottolineato dalla presenza di giocatori australiani nelle principali leghe calcistiche del pianeta come mai accaduto in precedenza (per dire, undici dei selezionati per il Mondiale giocano in club inglesi). Fra i socceroos dei primi anni Duemila spiccano l’attaccante e capitano della squadra Viduka, in forza al Middlesbrough; Grella, centrocampista difensivo del Parma; Bresciano, centrocampista, anch’egli accasato al Parma e poi per diversi anni al Palermo. Le punte di diamante sono due registi avanzati, Kewell del Liverpool e Cahill dell’Everton. A volte giocano assieme, altre volte si alternano in una sorta di staffetta: nel decisivo ottavo di finale mondiale resterà in campo per tutto l’incontro Cahill, poiché Kewell è fermo a causa di un’infiammazione tendinea al piede sinistro. Cahill detiene il record di gol in nazionale, cinquanta; Kewell è il miglior giocatore australiano di sempre. Hiddink schiera il suo canonico 3-3-3-1, ma flessibile – ad esempio contro l’Italia adotterà la difesa a quattro; impegna gli avversari con il pressing a centrocampo e imposta un gioco di rapide transizioni dalla difesa all’attacco.

Brutti ricordi però si affacciano nelle menti australiane quando ripensano agli spareggi intercontinentali: i socceroos hanno perso gli ultimi quattro play-off disputati, tre dei quali in occasione delle ultime edizioni della Coppa (’94, ’98, 2002). Quattro prima anni sono stati gli uruguaiani a eliminare gli aussie, e proprio l’Uruguay è la selezione che dovranno affrontare nella sfida per approdare al Mondiale tedesco del 2006. L’Uruguay è giunto alla spareggio per il rotto della cuffia quando ha ottenuto l’unico risultato utile a disposizione, cioè la vittoria, nel corso della decisiva partita contro l’altra nazionale in lizza per il posto, la Colombia. Gli spareggi intercontinentali che qualificano al Mondiale assumono sempre un fascino particolare, sarà la distanza fra le contendenti, la passione popolare che le accompagna, le emozioni regalate dal campo, e questo di fine 2005 non farà eccezione.

Con l’intento di garantire ai propri giocatori le condizioni migliori per sfatare la maledizione dello spareggio, gli australiani approdano in Sudamerica con un aereo della compagnia nazionale Qantas appositamente riconfigurato per l’occasione e quindi dotato di comfort, tavoli da massaggi e cyclette1)Pete Smith, Ten years since Australia v Uruguay: The story of the Socceroos’ greatest moment, The Guardian. Gli uruguaiani non godranno degli stessi privilegi nel loro viaggio in Oceania. Poi gli australiani si allenano per qualche giorno a Buenos Aires per evitare di subire nuovamente il clima violento e intimidatorio incontrato nel 2001; quindi entrano in Uruguay soltanto il giorno dell’incontro, il 12 novembre. Teatro della sfida è l’Estadio del Centenario di Montevideo: finisce uno a zero per l’Uruguay grazie al gol di Rodriguez; dopo venti minuti i sudamericani hanno perso per infortunio l’attaccante Forlan, sceso in campo già menomato e pertanto assente in vista della gara di ritorno, in programma appena quattro giorni dopo.

Gli uruguaiani giungono in Australia abbastanza provati dal volo transoceanico e attesi allo stadio dai fischi dei tifosi aussie rivolti al loro inno nazionale. Il pubblico becca poi in particolare Recoba, a quanto pare reo di arroganza e supponenza per aver dichiarato: “È un diritto divino per l’Uruguay andare alla Coppa del Mondo” – ma in seguito smentirà la frase. Proprio Recoba sullo zero a zero ha sui piedi un’ottima possibilità che avrebbe cambiato il volto alla partita. Al trentacinquesimo Bresciano marca l’uno a zero, ovvero il risultato finale dopo centoventi minuti di partita per gran parte gestita dagli australiani. La qualificazione si deciderà quindi ai tiri di rigore. Inizia l’Uruguay e il tiro di Rodriguez è parato dal portiere australiano Schwarzer; Kewell invece segna e porta i suoi in vantaggio. Le due formazioni realizzano due rigori a testa quando è il turno di Viduka, che sbaglia e regala agli uruguagi la possibilità di pareggiare: va sul dischetto Zalayeta – che a tre minuti dalla fine dei supplementari ha sfiorato il gol con un tiro a fil di palo – ma Schwarzer para ancora!

Ecco allora Aloisi agli undici metri per il tiro che potrebbe riportare l’Australia ai Mondiali dopo trentadue anni: conclusione di sinistro a fil di palo, il portiere uruguaiano Carini intuisce ma non ci arriva, e l’Australia vola alla fase finale della Coppa. La gioia popolare è grande, inconsueta quaggiù per il calcio. L’entusiasmo viene confermato a maggio quando in occasione di un’amichevole contro la Grecia, vinta uno a zero, allo stadio di Melbourne si presentano in centomila. Dunque australiani di nuovo ai Mondiali e di nuovo in Germania, come nel 1974, quando chiusero il torneo subito alla prima fase con due sconfitte e un pareggio, senza segnare neppure un gol. A questo giro sapranno fare davvero meglio.

La nazionale di Trinidad e Tobago alla Coppa del 2006 – fifa.com

Germania 2006 è un torneo di esordienti. Sono sei le nazionali che si presentano ai blocchi di partenza della Coppa per la prima volta, volendo sette se aggiungiamo la Repubblica Ceca (considerata però dalla FIFA quale unica legittima erede della Cecoslovacchia). Quattro di queste esordienti provengono dall’Africa, il continente in cui si produce un autentico capovolgimento di valori calcistici: saltano le grandi potenze Camerun e Nigeria; manca inoltre la squadra appena laureatasi campione continentale, ovvero l’Egitto; è assente poi il Sudafrica, in campo negli ultimi due campionati e soprattutto paese organizzatore del prossimo Mondiale nel 2010. Grazie a un gol segnato a dieci minuti dal termine in Ruanda – rete che nel contempo condanna i nigeriani – si qualifica l’Angola; raggiungono i campi tedeschi anche il Ghana e la Costa d’Avorio, selezione che ha conteso all’Egitto la Coppa d’Africa 2006 nella finale del Cairo. La grande sorpresa di quattro anni prima, il Senegal, è eliminato dal Togo, capace di sorpassare in classifica i diretti avversari senegalesi vincendo in Congo l’ultimo incontro del girone a venti minuti dal fischio finale. L’unica africana che non è all’esordio mondiale è la nazionale tunisina.

Periodicamente poi una selezione dei Caraibi si affaccia alla fase finale della Coppa: è accaduto già nel 1938 con Cuba, poi è stato il turno di Haiti nel ’74 e della Giamaica nel 1998. Calcisticamente la provenienza è agli antipodi tanto quanto quella australiana. Nel campionato del Mondo del 2006 si presenta quale esordiente la selezione di un’isola situata di fronte al Venezuela e composta da uno splendido miscuglio etnico: Trinidad e Tobago (o T&T per far prima).

Anche i caraibici passano attraverso la strettoia del play-off intercontinentale e affrontano in doppia sfida la nazionale asiatica del Bahrein: pareggiano uno a uno in casa, ma ribaltano l’esito della sfida imponendosi uno a zero in trasferta. Il giorno dopo a Trinidad e Tobago è proclamata la festa nazionale. Questa squadra rappresenta all’epoca il paese più piccolo in termini di popolazione ed estensione in grado di giungere al campionato del Mondo, ma T&T i Mondiali li ha già sfiorati in un paio di occasioni: nelle qualificazioni per l’edizione ’74 è stata penalizzata da un arbitraggio per lo meno controverso, mentre in occasione di Italia ’90 è riuscita a perdere in casa l’ultimo decisivo incontro. La fase ascendente del calcio a Trinidad e Tobago è testimoniato dal terzo posto ottenuto nella Gold Cup del 2000. Il torneo nel quale però gli isolani hanno conquistato i maggiori allori, ovviamente grazie al peso modesto delle contendenti, è la Caribean Cup, competizione giocata sino al 2017 che qualificava inoltre per il più importante torneo nord e centroamericano (appunto la Gold Cup): Trinidad e Tobago vince questa coppa otto volte, benché l’ultima affermazione risalga al 2001 – l’edizione che precede i Mondiali, nel 2005, è vinta dalla Giamaica. Particolare è l’esito di questo torneo nell’edizione del 1990 giocata proprio a Trinidad e Tobago, quando le gare furono prima sospese a causa di un tentanto colpo di stato a opera del gruppo islamista Jamaat al Muslimeen, e poi cancellate del tutto per il sopraggiungere di un tifone tropicale.

L’allenatore dei caraibici, detti anche soca warriors dal nome del genere musicale soca lì creato e parecchio in voga, è dal marzo 2005 un altro olandese dal solido curriculum alle spalle, Leo Beenhakker. Sono ben quattro i tecnici olandesi sulle panchine nel Mondiale tedesco: oltre a Hiddink e Beenhakker, incontriamo Advocaat (Corea del Sud) e van Basten che dirige la selezione del proprio paese. Dwight Yorke è il calciatore di T&T più famoso di sempre, ha giocato tanti anni in Inghilterra – anche al Manchester United – e ora corre sui campi australiani; esordisce ai Mondiali a trentacinque anni, così come di età calcisticamente avanzata è un altro attaccante, Lapaty, in forza al Porto a metà dei Novanta. Entrambi erano nel giro della nazionale già durante la debacle della mancata qualificazione a Italia ’90. I gol decisivi per andare in Germania li ha però segnati Stern John, anch’egli per molti anni attivo nella Premier League.

Inghilterra, Paraguay e Svezia sono le squadre che Trinidad e Tobago dovrà affrontare nel girone della prima fase . È un girone complesso che vede la presenza, oltre ai favoriti inglesi, di due squadre ostiche, qualificatesi agli ottavi di finale nel Mondiale precedente; indicati in modo unanime quale agnello sacrificale del raggruppamento, i soca warriors sapranno comunque vendere cara la pelle e sin dal primo incontro. Contro la Svezia, Trinidad e Tobago patisce all’inizio l’esperienza degli avversari e forse l’emozione, rischiando di capitolare in almeno tre importanti occasioni da rete sotto i colpi di Larsson (due) e Ibrahimovic, che dal limite impegna il portiere Hislop in una difficile parata. I caraibici restano poi in dieci a metà gara a causa dell’espulsione di Avery John per doppio giallo, ma reggono: Hislop si produce in grandi interventi – ancora su Ibrahimovic e su Allback – ma anche Trinidad e Tobago è capace di sfiorare la rete con Glen, entrato dalla panchina. Lo zero a zero finale è un risultato sorprendente quanto prestigioso. Nell’altro incontro del girone l’Inghilterra supera il Paraguay uno a zero grazie a un autogol dopo soli tre minuti – punizione di Beckham, testa di Gamarra in anticipo sugli avversari, palla in rete – che regge sino al novantesimo.

Il buon Mondiale dei soca warriors prosegue nel secondo incontro, durante il quale riescono a bloccare sullo zero a zero la corazzata inglese per oltre ottanta minuti. Nella prima frazione gli inglesi sprecano molto con Owen e Crouch, e all’ultimo minuto Trinidad e Tobago sfiora un clamoroso vantaggio quando un colpo di testa di John è salvato sulla linea di porta da Terry. Le reti nel finale di Crouch e Gerrard fissano il risultato di due a zero e regalano all’Inghilterra il passaggio anticipato agli ottavi. Svezia – Paraguay, giocata più tardi durante la serata, diventa quindi una sorta di spareggio ed è decisa da un gol all’ultimo minuto di Ljungberg, giocatore dell’Arsenal. Il Paraguay saluta così il Mondiale.

Alla vigilia dell’ultimo turno Trinidad e Tobago invece non è ancora fuori, benché la vittoria in extremis della Svezia abbia lasciato le speranze dei caraibici appese a un filo davvero tenue: vincere il proprio incontro, sperare che gli scandinavi perdano e poi ancora guardare la differenza reti, al momento piuttosto sfavorevole. Ma niente di tutto ciò si realizza. La Svezia pareggia due a due con gli inglesi un incontro divertente, segnato dopo un minuto da un infortunio a Owen che chiude così il suo torneo, mentre il gol del pareggio svedese è siglato nel finale dall’eterno Larsson. Al cospetto del Paraguay, Trinidad e Tobago patisce la voglia dei sudamericani di vincere almeno una partita e perde due a zero. Ai caraibici resta anche il cruccio di aver chiuso la competizione senza reti all’attivo.

Saluta quindi i Mondiali dopo la prima fase la selezione di Trinidad e Tobago, così come era accaduto ad Haiti nella Coppa del ’74 e alla Giamaica otto anni prima. Soltanto Cuba è riuscita a oltrepassare lo scoglio del primo turno nell’edizione 1938 – un torneo interamente di sfide a eliminazione diretta – quando sconfisse sorprendentemente la Romania nel corso della partita di ripetizione resosi necessaria dal pareggio della prima sfida. Allora arrivederci alla prossima occasione, divertenti e divertiti, colorati e appassionati alfieri del calcio caraibico.

Australia – Giappone, stadio di Kaiserslautern – en.wikipedia.org

La prima fase del Mondiale tedesco scorre senza particolari sorprese, bene o male nel rispetto dei pronostici e marcando quindi uno scarto abbastanza netto tra la forza delle qualificate e i limiti delle formazioni eliminate, per lo meno ai sensi di quanto osservato sul terreno di gioco. Tranne in un caso: il girone F, composto da Australia, Brasile, Croazia e Giappone, ovvero l’unico gruppo che si chiude con un esito dai più inatteso.

Australia e Giappone rappresentano, assieme ai coreani, il meglio del calcio asiatico nel ventunesimo secolo; i giapponesi allenati da Zico sono campioni d’Asia in carica e raccolgono da un po’ di tempo una crescente stima da parte degli addetti ai lavori, ma chiaramente entrambe le squadre rimangono le meno accreditate del girone. Si affrontano nel primo incontro e quindi un’affermazione aprirebbe alla vincente qualche squarcio di speranza in più per passare il turno. I nipponici chiudono il primo tempo in vantaggio dopo aver segnato direttamente con un pallone crossato in mezzo da Nakamura che il portiere Schwarzer, uscito a vuoto, ha mancato – ma lamenta di aver subito un fallo. Ripresa, nell’Australia Cahill prende il posto di Bresciano; i socceroos sinora hanno giocato bene ma a cinque minuti dal termine il Giappone è ancora avanti uno a zero e l’Australia attacca: traversone, altra uscita a farfalle ma stavolta da parte del portiere giapponese, mischia in area e proprio Cahill infila il gol del pareggio. Pochi minuti e ancora Cahill è palla al piede in prossimità del limite dell’area, splendida conclusione a fil di palo, vantaggio Australia. Nei minuti di recupero Aloisi sbuca in mezzo ai giapponesi, comprensibilmente storditi da un finale immaginabile soltanto nei loro peggiori incubi, si presenta in area e segna, definendo così un prodigioso, spettacolare tre a uno per la compagine australiana.

Dopo il primo turno l’Australia è pertanto in testa al girone assieme al Brasile, che ha sconfitto uno a zero la Croazia con un gol di Kakà a fine primo tempo; poi gli europei hanno avuto alcune opportunità, non sfruttate, di pervenire al pareggio durante il secondo tempo. Nella sfida con i brasiliani, l’Australia continua a trasmettere buone sensazioni nonostante l’esito finale sia negativo. Reggono un tempo gli australiani, poi capitolano a inizio ripresa a causa di un gol di Adriano; la partita rimane comunque in bilico, un paio di occasioni importanti sui piedi australiani non vanno a segno – Kewell tira a porta quasi sguarnita dopo un errore in presa alta di Dida, Bresciano conclude dall’area e impegna in volo l’estremo brasiliano – e poi il Brasile, che intanto ha colto anche una traversa, chiude i conti grazie a un gol di Fred allo scadere. Dall’altra parte Croazia e Giappone hanno dato vita a un incontro combattuto e condito da diverse occasioni da una parte e dell’altra – fra le quali la più evidente consiste in un rigore calciato da Srna e parato dal portiere giapponese Kawaguchi – ma terminato a reti bianche. Con la maglia a scacchi della Croazia ha esordito in Coppa del Mondo il ventenne Luka Modric della Dinamo Zagabria. A questo punto il Brasile è qualificato. Nella terza partita l’Australia potrebbe accontentarsi anche di un pari, se il Giappone non vince.

Australia – Croazia è una delle partite più emozionanti della Coppa, crocevia di destini fra due nazionali più vicine di quanto si immagini. Appena due minuti di gioco e Srna recupera l’errore dal dischetto della sfida precedente segnando su punizione da trenta metri. Gli europei sembrano destinati a una vittoria agevole, ma al trentottesimo un fallo di mano di Tomas in area permette agli australiani di presentarsi agli undici metri. Tira il rigore Moore, gol, uno a uno. Il nuovo vantaggio croato si materializza al minuto cinquantasei: Kovac calcia dal limite dell’area ed è tremendo l’errore del portiere australiano Kalac – nell’unica partita in cui è stato preferito a Schwarzer – che sembra aver la palla comoda fra le braccia, ma gli sfugge e consente che rotoli in rete. Kalac è di origine croata e ha iniziato la carriera calcistica in una formazione australiana fondata proprio da compaesani che per l’appunto si chiamava Sidney Croatia (oggi Sidney United). Laggiù in Australia gli emigrati provenienti dalla ex Jugoslavia, in particolare dalla Croazia, sono parecchi, e assieme agli italiani hanno trasportato la passione per il calcio nel loro nuovo paese. La composizione della nazionale riflette queste basi etniche del calcio australiano: sei giocatori hanno origini croate, tre italiana, due macedone. L’Australia quindi sta giocando (e giocherà) al cospetto delle proprie origini.

Nel frattempo il Giappone sta perdendo due a un contro il Brasile: passati in vantaggio, i giapponesi hanno subito il pari della selecao nel recupero della prima frazione, e poi sono andati sotto in virtù di una gran conclusione dalla distanza di Juninho. A breve incasseranno il terzo gol per poi concludere la partita con un passivo di quattro gol (a uno), due dei quali marcati da Ronaldo. Con il Giappone fuori dai giochi, la Croazia in questo momento è qualificata mentre all’Australia serve un gol come l’oro. Gli australiani si gettano in avanti, creano occasioni a raffica e a dieci dal termine raccolgono quanto seminato: Kewell controlla in area, fredda da breve distanza il portiere croato e porta il risultato sul due a due.

Il finale è giocoforza teso. Il croato Simic viene espulso per doppia ammonizione e in tale frangente Srna spintona l’arbitro inglese Poll, rischiando anch’egli il rosso. Poi è espulso l’australiano Emerton, di nuovo per somma di ammonizioni. Negli ultimi istanti di gioco il cartellino giallo è sventolato anche a Simunic. Il giocatore croato è stato già ammonito al sessantesimo, ma incredibilmente l’arbitro dimentica di mostrargli il rosso: Simunic fa l’indiano e resta in campo, per essere infine espulso a causa di un nuova ammonizione nei minuti di recupero. Poll è un ottimo direttore di gara, l’anno prima è arrivato quarto nella classifica annuale stilata dall’IFFHS, ma dirà di essersi confuso segnando male i dati sul taccuino2)Will Sharp, Three yellow cards and one red face: Graham Poll’s world cup nightmare of 2006, These Football Times. Simunic, nato nella capitale australiana da genitori della Bosnia-Erzegovina di etnia corata, ha iniziato a giocare a calcio nel Canberra Croatia FC e poi ha scelto di vestire la maglietta della nazionale croata; è il primo calciatore – e forse resterà per sempre l’unico – ad aver ricevuto tre cartellini gialli nello stesso incontro di Coppa del Mondo.

Si chiude in parità e il triplice fischio arbitrale certifica il prodigioso balzo compiuto dall’Australia verso la fase a eliminazione diretta del Mondiale. Qui gli australiani incroceranno la nazionale italiana.

Nonostante il freddo dell’inverno australe, centinaia di migliaia di australiani sono in piazza per seguire l’ottavo di finale che si gioca a Kaiserslautern nel pomeriggio del 26 luglio. L’Italia schiera un tridente di attacco composto da Del Piero, Toni e Gilardino (che farà spazio a Iaquinta a metà gara), e spinge: appena partiti, un cross di Del Piero dalla sinistra è deviato di testa da Toni, da posizione molto favorevole, ma termina fuori di un soffio. Una conclusione di Gilardino dall’area di rigore è parata in modo agevole da Schwarzer; Toni, marcato, si gira veloce e calcia a rete la sfera, respinta di piede dal portiere. Gli italiani conducono le danze, gli australiani difendono con ordine.

Il copione sembra immutato nella ripresa quando Toni in avvio ci prova di nuovo, concludendo alto. Passano però cinque minuti di gioco ed ecco presentarsi la possibile svolta dell’intero incontro: l’Australia si affaccia in avanti con un’azione condotta da Grella e Bresciano, Materazzi entra in tackle duro su quest’ultimo e riceve il rosso diretto dal direttore di gara, lo spagnolo Medina Cantalejo – tra l’altro per l’Australia è lo stesso arbitro del vittorioso spareggio con l’Uruguay, pare un segno degli dei. L’Italia resta in dieci. Lippi corre ai ripari, toglie Toni e inserisce un difensore, Barzagli, ma ormai gli australiani sognano davvero il colpaccio: hanno lasciato sfogare gli azzurri per più di un tempo senza subire reti, e ora sono in vantaggio numerico ma soprattutto psicologico. Per gli italiani l’incubo Hiddink, già esecutore della nazionale quattro anni fa mentre sedeva sulla panchina coreana, sembra diventare di nuovo realtà. L’Australia allora ci prova ma senza esagerare, Chipperfield conclude a rete e Buffon respinge, Cahill colpisce di testa – ravvicinato, pericoloso – e manda fuori. Nel finale l’Italia ha una limpida possibilità di segnare con Iaquinta che sfrutta un rimpallo favorevole ma calcia addosso al portiere. Intanto, a un quarto d’ora dalla fine, Totti è entrato in campo al posto di Del Piero.

Quando l’arbitro indica il recupero di tre minuti, la prospettiva – insperata alla vigilia – di giocare i tempi supplementari contro una nazionale di peso come quella italiana, e per di più in superiorità numerica, è senza dubbio allettante per gli australiani. L’Italia invece vive una situazione non semplice: a cavallo del novantesimo la stanchezza e forse una frustrazione montante gravano gli azzurri di due gialli ulteriori (Gattuso, Zambrotta). L’Italia manovra a centrocampo, Totti vede Grosso scattare sulla sinistra e lo serve. L’esterno azzurro punta il fondo, salta Bresciano ed entra in area di rigore, dove allora lo affronta Neill: con un goffo tackle in scivolata l’australiano manca la palla e si sdraia di fronte a Grosso, il quale sta rientrando con la sfera sul sinistro: Neill lo tocca con la schiena, Grosso non si fa pregare nell’accettare il gentile omaggio e cade a terra. Medina Cantalejo è proprio lì e immediatamente allunga il braccio indicando il dischetto del calcio di rigore. Ormai è il cinquantesimo e sulla palla va Totti, in una tensione disumana: tiro in alto a sinistra, rete, uno a zero per l’Italia. È finita.

Un epilogo fulmineo, emozionante e terribilmente drammatico per gli australiani consegna all’Italia il passaggio ai quarti di finale (e in aggiunta manda fuori di testa per la gioia il telecronista cinese Huang Jianxiang, che in diretta rivolge all’Italia appellativi un tempo riservati al presidente Mao). Due calci di rigore – quello di Aloisi e quello di Totti – hanno aperto e chiuso i sei mesi più esaltanti della storia del calcio aussie: entrambi segnati, uno è stato gioia, l’altro tragedia. Hiddink contesterà la decisione dell’arbitro di assegnare il rigore – che, con tutta onestà, a me è parsa inevitabile; forse accusa un po’ di rimpianto per l’occasione mancata dopo aver giocato metà incontro con un uomo in più, ma in ogni caso il tecnico olandese è stato di nuovo protagonista del Mondiale: le gesta australiane rappresentano la vera sorpresa di un campionato di per sé avaro di novità, assieme all’exploit dell’esordiente Ucraina (che però è di fatto la continuatrice di un’importante tradizione calcistica già viva sotto l’URSS). Il valore dell’Australia calcistica sarà confermato dalla capacità di qualificarsi a tutte le fasi finali della Coppa sin qui giocate, ma senza riuscire a superare un’altra volta il primo turno e raccogliendo appena una vittoria in nove incontri. Non c’è niente da fare: l’attimo che fugge, per gli australiani, è passato in quell’estate tedesca del 2006.

immagine in evidenza: esultanza australiana per la qualificazione mondiale – socceroos.com.au

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