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Germania, 2006
I. Quando eravamo i re

La sera del 9 luglio 2006, sul prato dell’Olympiastadion di Berlino, il capitano dell’Italia Fabio Cannavaro alza al cielo la Coppa del Mondo FIFA appena consegnata dal presidente UEFA Johansson – anziché dal presidente della federazione internazionale Blatter, dirà in omaggio di una finale tutta europea1)Marco Contini, Parla il presidente Blatter “Fifa, Zidane rischia il premio”, la Repubblica. Il quarto titolo mondiale azzurro viene festeggiato la sera successiva nel corso di un’enorme e trionfale parata per le vie di Roma, i giocatori acclamati come fossero antichi condottieri, imperatori, lungo le strade e le piazze della città più bella del mondo, nonché patria dei primi esempi storici di tifo organizzato (le factiones, ovvero le scuderie che organizzavano la gare equestri al Circo Massimo2)Giuseppe Cilenti, La nascita del tifo. Sport e spettacolo nell’antichità, in Zapruder n. 48 “Tifo. Conflitti, identità, trasformazioni. Questa vittoria è il premio a un’epoca, quasi un risarcimento alle vittorie sfiorate pochi anni prima nelle edizioni del 1990 e 1994. Ma l’affermazione italiana chiude altresì un ciclo: le vicende della Coppa 2006 rappresentano per l’Italia il culmine e allo stesso tempo l’epilogo di una parabola calcistica quasi quarantennale e forse irripetibile. In quel momento pare uno scherzo immaginare che appena dodici anni dopo l’Italia non riuscirà nemmeno a qualificarsi alla fase finale, accadimento che comunque segue due edizioni segnate da risultati pessimi, nelle quali gli azzurri vincono appena una partita su sei. È il destino della nazionale italiana, periodi grossi successi alternati a fasi di estrema difficoltà.

La prima partita della nazionale italiana si gioca il 15 maggio 1910 all’Arena di Milano, struttura per spettacoli ispirata al Circo di Massenzio in Roma e inaugurata nel 1807 alla presenza di Napoleone Bonaparte, teatro poi della fucilazione di otto antifascisti nell’autunno del ’43. Sono gli anni in cui il calcio tricolore trova la propria patria d’elezione in una cittadina del Piemonte adagiata sulle risaie, a metà strada tra Torino e Milano, e nel suo club, la Pro Vercelli. Nell’occasione l’Italia veste una casacca bianca (si dice in omaggio della formazione piemontese, ma in realtà è solo una leggenda) e batte la Francia sei a due. Diventano gli azzurri solo alla terza partita, contro l’Ungheria, all’inizio del 1911 e sempre all’Arena. A cavallo tra i Venti e i Trenta il calcio italiano esplode, grazie essenzialmente a quattro fattori: l’accettazione formale del professionismo già nel ’26 con la Carta di Viareggio; l’accorta attività dei dirigenti nella federazione; l’ingresso nei club di grossi imprenditori come gli Agnelli nella Juventus; l’appoggio del regime fascista intento a diffondere la propaganda politica nazionalista attraverso lo sport. Il calcio italiano è in mano ad Arpinati, fascista della prima ora, immondo massacratore di compagni, operai e contadini, poi caduto in disgrazia. Nel decennio che precede la guerra emerge la forza di grandi squadre quali la Juventus, l’Inter e il Bologna, condotto da un allenatore ebreo ungherese di nome Arpad Weisz, grande teorico, poi allontanato per motivi razziali. Morirà con la sua famiglia nel campo di sterminio di Auschwitz.

Vittorio Pozzo è la figura centrale del calcio italiano sin dalla prima guerra mondiale, non solo come tecnico ma anche come organizzatore e giornalista: patriota anziché fascista (durante il secondo conflitto aiuta i soldati alleati a riparare in Svizzera), vede la discesa in campo dei calciatori come l’approccio a una battaglia e sprona i suoi uomini con i ricordi di guerra, alla quale ha partecipato3)Alfio Caurso, Un secolo azzurro, Longanesi, 2013. È un grande interprete del metodo, lo schema tattico allora in voga. Alla guida degli azzurri conquista il bronzo alle Olimpiadi del ’28, la Coppa Internazionale (sorta di antesignana degli Europei, ma a partecipazione ridotta) nel ’30 e nel ’35, il torneo olimpico del 1936, ma soprattutto due edizioni della Coppa del Mondo. Innumerevoli talenti vestono la maglia azzurra, fra i quali spiccano l’intelligente centrocampista Ferrari e il superbo attaccante Meazza, entrambi due volte iridati. Imbattuta tra il novembre ’35 e il novembre ’39, l’Italia intraprende in quegli anni epiche sfide con gli inglesi, mai superati: due pareggi e una sconfitta di misura nella celebrata sfida dei leoni di Highbury (in realtà passata alla storia in Inghilterra come una delle più rudi partite di calcio mai viste).

Le distruzioni della guerra, la tragedia aerea di Superga nel ’49 che toglie la vita ai giocatori del Torino – il club più forte del periodo – e i limiti organizzativi avviano vent’anni di sconfitte per la nazionale italiana, il cui punto più basso è la mancata qualificazione alla Coppa del ’58. Nel frattempo però a Coverciano, periferia di Firenze, la federazione costruisce un centro tecnico all’avanguardia nel mondo. Ma anticipata dalla vittoria nel campionato europeo del ’68, l’Italia ora democratica e repubblicana si appresta a entrare nella modernità e nel contempo a vivere il suo straordinario periodo d’oro calcistico negli anni che vanno dal 1970 al 2006: due titoli mondiali; due finali; altri due accessi fra le prime quattro e un quarto di finale. Sbocciano talenti a ripetizione, si assiste a grandiose partite e il calcio diventa un elemento fondante della cultura nazionale e del vivere comune: il quattro a tre di Rivera; l’esultanza del presidente Pertini; il rigore di Baggio a Los Angeles; la notte di Berlino. È stato davvero un periodo calcisticamente meraviglioso, culturalmente e socialmente affascinante, ed è sì finito, ma è qualcosa che continueremo a ricordare con nostalgia e affetto, un pezzo di vita che dentro di noi non morirà mai più. Quando eravamo i re. When we were kings.

Vanta una solida esperienza internazionale da oltre un decennio, con importanti successi sulla panchina della Juventus, in due riprese inframmezzate da un’esperienza non riuscita al comando dell’Inter. Si chiama Marcello Lippi e nel 2006 è il commissario tecnico della nazionale italiana da un paio d’anni: già fra i tecnici più noti al mondo, si appresta a raggiungere la definitiva consacrazione della sua carriera. Tornerà sulla panchina azzurra nel 2008, ma fallirà, poi vincerà una Coppa dei Campioni asiatica con il Guangzhou Evergrande e siederà altresì sulla panchina dell’ambiziosa nazionale cinese, ma con risultati poco soddisfacenti. Lippi è un allenatore dall’approccio molto flessibile nel disporre in campo le squadre e alla ricerca dell’armonia, della coesione. È capace di sfruttare appieno le migliori possibilità fornite dai giocatori a disposizione, come ad esempio accadde nei primi due anni alla Juve quando schierava tre attaccanti puri come titolari, ai quali però richiedeva anche un duro lavoro di copertura. Stringe strette relazioni con i suoi giocatori, che a volte non sono gradite e si rompono: Vieri lo appende a un armadietto nell’intervallo di una partita della Juventus con l’Atalanta, ma poi diventano amici e Lippi lo porterebbe al Mondiale se non fosse infortunato; Baggio ne dice peste e corna nella sua autobiografia. Ma è un uomo tremendamente sicuro di sé. “Guardando nei suoi occhi capisci di avere di fronte una persona nel pieno controllo”, dirà di lui Alex Ferguson4)Blair Newman, How Marcello Lippi masterminded the resurgence of Juventus in the 1990s, These Football Times.

In Germania Lippi organizza una squadra senza primedonne, composta da giocatori che ritiene utili al suo progetto e in grado di comporre un gruppo. Manda in campo tutti i selezionati tranne i portieri di riserva, tanto che l’Italia raggiunge (ex aequo con Francia 1982 e Belgio 2018) il record dei giocatori che vanno a segno nella fase finale Mondiale, dieci – addirittura undici se potessimo conteggiare Zaccardo, il quale ha segnato ma nella propria porta. La forza dell’Italia è costruita su due caratteristiche: difesa e flessibilità tattica. Il reparto arretrato, solidissimo, incassa appena due gol (un’autorete e un rigore) in sette incontri, nell’ambito di un torneo in cui le difese assumono progressivamente un ruolo decisivo. Lippi poi mostra il pregio di saper modificare costantemente e in corso d’opera l’impianto tattico della formazione, salvo la difesa che resta sempre a quattro: parte con il 4-3-1-2 e il rombo a centrocampo, poi passa – complice anche la squalifica di De Rossi – al 4-4-1-1 (lo schema di partenza degli ultimi tre incontri, con Totti e Toni quali elementi avanzati) seppur tendente al 4-2-3-1, ma senza disdegnare di utilizzare durante il torneo e a partita in corso il 4-3-3 puro o addirittura il 4-2-4.

È un gioco molto verticale e semplice quello italiano, con la difesa che conquista palla e scarica sui centrocampisti centrali – generalmente Pirlo, ma anche Totti o Del Piero che si abbassano – i quali allargano verso gli uomini posti sulle fasce (che a loro volta danno in mezzo) oppure verso le punte, chiamate in tal caso a trattenere la sfera per far salire la squadra. L’Italia del 2006 è stata anche efficacemente paragonata alla disposizione e alla funzione dei pezzi nel gioco degli scacchi, in tal senso: gli attaccanti nel ruolo dei pedoni, disposti al scarifico (Toni che tiene palla per far salire squadra, ma lavora anche per tenere bassi i difensori avversari; gli esterni avanzati che coprono; il lavoro oscuro anche di Totti); i pezzi più pericolosi invece si rivengono nel pacchetto arretrato, con il regista Pirlo come fosse la regina, i terzini nel ruolo delle torri, mentre il portiere – quasi sempre inviolato – è il re5)Michael Cox, The Grandmaster, The Blizzard n. 13.

Sembra quindi un’Italia più proletaria rispetto alle ultime edizioni della Coppa, ma in realtà è solo apparenza poiché i quarti di nobiltà calcistica abbondano: Buffon; Pirlo; Totti e Del Piero in avanti; e la coppia di difensori centrali. Uno di questi è Fabio Cannavaro, capitano della squadra e secondo in assoluto come presenze con la maglia azzurra (136). È un difensore roccioso, dal grande tempismo e quindi prodigioso negli anticipi; ha vestito le maglie di Parma, Inter e Juventus, dopo il Mondiale andrà al Real Madrid. Già ottimo protagonista della Coppa di otto anni prima, nel 2006 gioca un torneo fantastico che gli vale il FIFA World Player e il Pallone d’Oro, evento molto raro per un difensore. Dovrebbe costituire un fantastico duo con Nesta (Lazio, dal 2002 al Milan), un difensore superbo, completo, dall’ottima tecnica accompagnata ad eleganza. Sfortuna vuole che Nesta, come nei due precedenti tornei, si infortuni a Mondiale in corso, e sempre incredibilmente durante la terza partita, e pertanto lascia il posto da titolare a Materazzi. Ma obiettivamente parlare di sfortuna, visto quanto accadrà, pare per lo meno inappropriato.

Sempre in difesa ma sulla fascia, parte destra, opera Gianluca Zambrotta, fra i migliori esterni a livello internazionale nel periodo, nonché vincitore di quattro titoli italiani negli ultimi cinque anni. Il posto da titolare sull’altra fascia rimane vacante sino a quando è ricoperto da Grosso. Scendono in campo come titolari anche Barzagli, che disputerà alcune notevoli stagioni con la Juventus nel corso degli anni Dieci, e Zaccardo in posizione di esterno.

Andrea Pirlo, detto il Maestro, è in tutti i sensi l’elemento centrale del successo italiano. Votato fra i primi tre migliori giocatori del torneo, segna un gol e sforna tre assist, ed è l’uomo del match in tre sfide della nazionale italiana (esordio, semifinale e finale). “Pirlo, in particolare, ha sfruttato la sua posizione più profonda per ispirare i movimenti. Con la sua tecnica e la sua creatività è diventato il fattore-chiave nel loro gioco d’attacco [dell’Italia]”6)Technical and Tactical Analysis, Report and Statistics 2006 FIFA World Cup Germany. Nel corso di questa Coppa inizia infatti ad emergere (o a dirla tutta, a riemerge) il ruolo del regista arretrato o deep lying playmaker per gli inglesi: ecco che nell’accezione attuale del gioco il regista, invece di muoversi tra le linee in fase avanzata come nel recente passato, riesce spesso a esprimere al meglio le sue potenzialità oltrepassando la pressione avversaria trenta metri più indietro. Si vedano al riguardo oltre a Pirlo, il cui nome assurge nel tempo ad autentico sinonimo della posizione assunta in campo7)Nicky Bandini, Andrea Pirlo was a rare talent – a winner and dreamer who oozed creative cool, The Guardian, le prestazioni di Xabi Alonso e di Essien. E più in generale fra tante stelle in campo, le gesta in grado di attirare le luci dei riflettori in questo Mondiale saranno soprattutto quelle dei centrocampisti, anziché quelle degli attaccanti.

Uomo riservato e taciturno, Pirlo è un autentico figlio della laboriosa pianura padana; per Lippi è il leader silenzioso del calcio italiano8)Lucas Duvernet-Coppola, Stephane Regy, Le charme discret de la bourgeoisie, So Foot n. 99. Si ritiene simile a Rivera come stile di gioco e a Baresi come atteggiamento, e infatti in campo dà il meglio di sé quando viene schierato in una posizione che è una sintesi fra quelle dei suoi riferimenti, ovvero come detto quella di registra arretrato. Con la maglia rossonera del Milan conquista due campionati e due Champions League (oltre a una finale persa); dato in modo prematuro e scriteriato per finito, passa alla Juventus e qui è protagonista in quattro ulteriori campionati vinti e un’altra finale di Champions. Guida la nazionale italiana anche alla finale europea del 2012. Magistrale nel calciare punizioni e rigori – passa alla storia il quarto di finale europeo contro l’Inghilterra quando, dopo una partita dominata che si sta decidendo ai rigori, ristabilisce la parità e scuote i suoi compagno realizzando un panenka -, è dotato di tecnica sopraffina e di una visione del campo superiore a quella di chiunque; ovviamente resta sempre ignorato nella spesso inutile votazione per il Pallone d’Oro. Pirlo è stato fra i più grandi centrocampisti di sempre, in assoluto.

Il centrocampo è completato da Rino Gattuso, grintoso mediano di rottura in forza al Milan capace di vincere un numero spropositato di tackles (47) nel corso del suo valido torneo. Talvolta è schierato De Rossi, giovane di ottime prospettive che giocherà sempre con la maglia della Roma e si ispira a Roy Keane: è un centrocampista dotato del lavoro in copertura alla Gattuso e della creatività alla Pirlo, che segna anche molto – ventuno reti nella sua carriera in nazionale spalmate su centodiciassette incontri. Ma lo schema italiano che alla fine dei conti risulterà decisivo, prevede la presenza di due esterni nella zona mediana del campo: Camoranesi – argentino con un avo italiano emigrato oltreoceano a fine Ottocento, ottiene il doppio passaporto e gioca con nazionale italiana dall’inizio del 2003 – e Perrotta.

Giostrano molto gli attaccanti e vanno tutti quanti a rete. Trovano quindi il loro spazio Gilardino e Iaquinta, un po’ meno Filippo Inzaghi, ottima punta dotata di notevole opportunismo e molto simile a Paolo Rossi: è verso fine carriera ma riuscirà a essere protagonista nella finale Champions dell’anno post-mondiale con una doppietta decisiva. Punto fisso del reparto offensivo è Luca Toni, un attaccante dal fisico possente, lì ai suoi massimi, che segna due gol nel torneo e raccoglie molti falli a favore dei suoi, addirittura ventotto. Nel 2006 si è laureato capocannoniere del campionato italiano con trentuno reti vestendo la maglia della Fiorentina; due anni dopo, nelle fila del Bayern Monaco, vince titolo e coppa nazionale ed è il miglior marcatore in Bundesliga. Riuscirà a riconquistare la classifica marcatori italiana alla veneranda età calcistica di trentotto anni, nel 2015 con il Verona.

Infine l’Italia della Coppa ’06 è completata da due splendidi talenti, centrocampisti avanzati o seconde punte, che hanno illuminato il calcio nazionale e non solo di quel periodo storico. Sono più simili di quanto si immagini: noti sin da giovanissimi, bandiere della stessa compagine di club per molti anni, carismatici, grandi marcatori, fantasisti. Francesco Totti è il titolare. Pochi mesi prima del Mondiale subisce un duro infortunio che ne mette in forse la presenza in Germania: recupera, scende in campo senza essere necessariamente al massimo della forma, ma nonostante ciò disputa un torneo tutto sommato valido con un gol e tre assist. Capace di giocare sia come punta, sia dietro, segna un totale di duecentocinquanta reti in Serie A, tutte con la Roma, secondo in assoluto dopo il mitico Silvio Piola (274).

Con ventisette gol al suo attivo in maglia azzurra, Alessandro Del Piero è il quarto marcatore di sempre in nazionale, a pari merito con Roberto Baggio e dietro altri due giganti del calcio mondiale quali Gigi Riva (35) e Giuseppe Meazza (33). Contribuisce alla vittoria in sei campionati e una Champions League nel suo club, la Juventus, per la quale segna duecentonovanta reti (record, in totale in carriera saranno 346). Molto atteso nel campionato mondiale del ’98, ma lì sbaglia il torneo, così come gli accade durante gli Europei del 2000; ma pur partendo quasi sempre dalla panchina, non fallirà l’occasione del Mondiale tedesco.

Tutti i selezionati italiani militano nel campionato nazionale. Non c’è un vero e proprio blocco, ma la squadra è soprattutto l’insieme dei club italiani migliori del periodo, ovvero la Juventus e il Milan. In particolare i rossoneri rappresentano il club europeo più valido e in grado di essere sempre protagonista: conquistano la Champions del 2003 ai rigori proprio contro la Juve, in un’inedita finale tutta italiana; l’anno dopo subiscono una clamorosa rimonta da parte del Deportivo La Coruna ai quarti (4 a 1 a San Siro per il Milan, 4 a 0 al ritorno per gli spagnoli), mentre nel 2005 sono sconfitti in finale; eliminati in semifinale nell’anno mondiale per mano del Barcellona, il Milan è di nuovo campione d’Europa nel 2007 dopo aver sconfitto due a zero il Liverpool. È il Milan di Carlo Ancelotti, forte di uomini quali Cafu, Shevchenko, Seedorf, Kakà, oltre agli italiani già citati. La società bianconera ottiene invece a Germania 2006 il record di finalisti mondiali in forza ad uno stesso club: sono otto gli juventini in campo a Berlino (cinque fra gli italiani e tre fra i francesi), eguagliando così il numero di finalisti dello Slavia Praga nel 1934.

Andrea Pirlo a Germania 2006 – corriere.it

Come detto, Lippi è nominato ct nel 2004 dopo un campionato europeo in cui l’Italia è eliminata al primo turno – grazie a un regolamento insulso e ad un risultato di due a due palesemente concordato da Svezia e Danimarca – che segna pertanto il tramonto dell’era Trapattoni. Nel silenzio e a fari spenti, il nuovo selezionatore edifica una squadra di indubbia forza: l’ultima sconfitta prima del Mondiale risale quasi a due anni prima, contro la Slovenia nel girone di qualificazione, e da lì in poi l’Italia mette assieme dieci vittorie e otto pareggi. L’accesso alla fase finale della Coppa è ottenuto senza troppi problemi. Nell’intasato calendario calcistico, appena cinque incontri amichevoli separano la fine delle qualificazioni dall’esordio iridato degli azzurri, ma sono tutte sfide impegnative e, a posteriori, indicative. L’Italia raccoglie tre pareggi di fronte a Costa d’Avorio, Svizzera, Ucraina, ma due vittorie in particolare attirano l’attenzione degli addetti ai lavori. A novembre 2005 l’Italia si impone tre a uno sull’Olanda ad Amsterdam: gli italiani dominano, vanno sotto e poi in pochi minuti, a cavallo tra i due tempi, segnano tre reti che ribaltano l’incontro. A Firenze nel mese di marzo l’Italia rifila un devastante quattro a uno alla Germania, con tutte e quattro le reti segnate ai malcapitati avversari in circa un’ora di puro spettacolo. Dirà Klinsmann, ct tedesco: “Ci hanno dato una lezione, ma è meglio ora che al Mondiale9)Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014.

L’Italia sarebbe quindi di diritto fra le principali favorite per la vittoria finale in terra tedesca, ma così non è. Come mai? Ovviamente perché un mese e mezzo prima del Mondiale il calcio italiano è devastato dallo scandalo calciopoli. I fatti, in breve: emerge che nel corso del campionato 2004/05 diversi club si sono macchiati di comportamenti qualificabili come illecito sportivo consistenti in richieste di arbitri favorevoli, contatti non consentiti con esponenti della federazione, controllo del mercato dei giocatori. Finisce nell’occhio del ciclone soprattutto la Juventus, che perde il titolo del 2005 (rimasto vacante) e quello del 2006 (assegnato a tavolino all’Inter) e viene relegata in Serie B. Qualche dubbio emerge nel corso degli anni: non si riscontrano partite obbiettivamente falsate e il club che beneficia maggiormente dello scandalo, ovvero l’Inter, risulterà in seguito responsabile di comportamenti pressoché analoghi a quelli finiti sotto inchiesta, ma ormai prescritti. Ma d’altra parte le sentenze della magistratura ordinaria condanneranno i principali imputati dello scandalo, fra i quali i vertici operativi della Juve, quali colpevoli dei reati di associazione a delinquere e frode sportiva.

La Juventus condannata tornerà a vincere pochi anni dopo i fatti e taluni seguiteranno a dire che la Juve ruba; un’idea su calciopoli l’ho sviluppata ma non è così importante esprimerla in questa sede: in ultima analisi, nel calcio gli albi d’oro sono quelli scritti dalle federazioni, e il resto non conta. Ai nostri fini però è importante evidenziare che la selezione italiana si presenta al Mondiale come un fortino assediato. In quei giorni si sentono voci assurde come la richiesta di ritirare la nazionale dalla Coppa del Mondo, di allontanare juventini quali Buffon e Cannavaro, oppure l’auspicio che Lippi lasci l’incarico di ct, in quanto il figlio procuratore è stato tirato in ballo nello scandalo; Beckenbauer, a capo del comitato organizzatore, dichiara senza mezzi termini e scarsa diplomazia che l’Italia difficilmente andrà sino in fondo. Il contesto creatosi del “noi contro tutti”, ben sfruttato da Lippi e forse nelle corde della mentalità nazionale (vedi Spagna ’82), cementa a sorpresa la coesione del gruppo e lo spirito di sacrificio dei giocatori, trasformandosi così paradossalmente in un insperato ingrediente del successo.

Hannover, sera del 12 giugno 2006: esordio italiano gravato da comprensibili dubbi contro il Ghana che è una compagine in decisa crescita e di lì a quattro anni andrà così vicino alla semifinale mondiale come mai accaduto ad un’africana. Si risolve invece in una convincente prestazione degli azzurri. Nel primo tempo l’Italia bombarda la rete ghanese e sfiora il gol in varie occasioni: dodicesimo minuto, Pirlo in azione sulla destra, assist per Perrotta che mette in mezzo dove Toni sfiora la deviazione a rete, poi la palla giunge a Gilardino ma il tiro è respinto dal portiere; ventisettesimo, Totti per Gilardino, gran conclusione e traversa; ci prova poi Totti su punizione da lontano e il portiere Kingston alza in angolo. Al quarantesimo l’Italia usufruisce di un angolo che Totti scarica su Pirlo, posto più o meno al vertice dell’area di rigore e poco contrastato: destro basso a giro del centrocampista con palla che va a lambire il palo lontano, e rete dell’uno a zero italiano.

Trascorrono dieci minuti nella ripresa quando un tentativo di Essien da fuori area è deviato da Buffon in tuffo; in seguito due splendidi interventi di Kingston negano il gol alle conclusioni ravvicinate di Gilardino e Perrotta. Poi al trentottesimo Totti lancia Iaquinta, entrato al posto di Gilardino, in contropiede: Kuffour è in anticipo ma esita, si lascia prendere il tempo da Iaquinta che corre palla al piede verso il portiere ghanese, lo salta e deposita in rete. Finisce pertanto due a zero per l’Italia.

La nazionale statunitense, prossima avversaria degli azzurri, partecipa per la quinta volta di fila alla fase finale della Coppa, è reduce dal gran Mondiale di quattro prima e nei due tornei successivi passerà sempre la fase a gironi. Ad aprile 2006 occupa il quarto posto del ranking FIFA; un ottimo stato di salute per la selezione a stelle e strisce sottolineato anche dalla Gold Cup vinta nel 2005 (e bissata nel 2007). Gli americani non sono un cliente facile: hanno punti di forza in Reyna quale playmaker, Donovan centrocampista avanzato e McBride come attaccante. Nella prima partita però soccombono piuttosto nettamente (tre a zero) nei confronti della Repubblica Ceca, tanto che il passaggio del turno sembrerebbe a questo punto un affare riservato alle due europee del girone. Non sarà così.

Al cospetto degli USA, la bella Italia dell’esordio lascia invece spazio a perplessità sparse, emerse nel corso di un incontro dall’andamento anomalo e nel quale, durante il primo tempo, accade davvero di tutto. Al ventiduesimo Pirlo calcia una punizione, interviene Gilardino di testa e porta in vantaggio gli azzurri. Sembra tutto in discesa per l’Italia, e invece: passano cinque minuti e gli Stati Uniti battono una punizione quasi dalla linea laterale destra in fase d’attacco, la palla arriva in mezzo e qui Zaccardo, solo davanti alla porta, prova a rinviare ma liscia la palla che gli sbatte sulla gamba d’appoggio e finisce nell’angolino basso per l’unico gol su azione preso da Buffon in tutto il Mondiale; ancora un minuto e De Rossi pianta una gomitata in faccia a McBride non lontano dall’arbitro, lasciando così anzitempo il campo. La situazione è ribaltata. C’è un’occasione per Toni, imbeccato da Pirlo, ma l’attaccante tira male e fuori, e un tiro di Mastroeni per gli USA da fuori area. Poi allo scadere lo stesso Mastroeni compie una dura entrata in tackle su Pirlo e si vede sventolare il rosso diretto; altri due minuti ed è Pope ad essere espulso per doppia ammonizione. Finalmente si può andare al riposo.

Si presume adesso che la superiorità numerica spiani all’Italia la strada verso la vittoria, ma questo non accade. La partita rimane intensa e le occasioni si contano da entrambi i lati: Bocanegra colpisce la propria traversa; McBride calcia da fuori al termine di una grande ripartenza di Donovan; Del Piero, su lancio di Pirlo, tocca al volo in piena area e costringe l’estremo americano Keller a un grande intervento per salvare la propria porta. L’Italia spinge soprattutto nel finale ma non trova la rete e l’uno a uno regge sino alla fine.

Alla vigilia dell’ultimo turno, nel quale l’Italia attende la Repubblica Ceca, niente è già deciso all’interno del girone più incerto di tutto il torneo (assieme a quello della Francia): agli italiani basta un pareggio, i cechi devono invece vincere dopo la sorprendente sconfitta incassata dal Ghana. In quella partita gli europei sono andati sotto dopo appena due minuti quando un maldestro intervento di Ujfalusi – difensore comunque di pregio – ha consentito ad Asamoah Gyan di calciare indisturbato a rete. Ujfalusi ha concluso poi la sua giornata nera facendosi espellere per un fallo in area sempre su Gyan, lanciato a rete, che poi ha stampato il conseguente rigore sul palo – purtroppo per lui non sarà l’ultimo rigore che sbaglia in una Coppa del Mondo. Ma il raddoppio di Muntari ha chiuso l’incontro.

Per quanto stia per avviare una fase discendente dalla quale ancora adesso non si è ripresa, la Repubblica Ceca è stata solo due anni prima del torneo fra le favorite agli Europei – quando ha schierato una formazione persino superiore a quella del ’96 – e nell’ultimo ranking emesso dalla FIFA prima del campionato del Mondo occupa il secondo posto. Ha un giovane portiere di sicuro affidamento che si chiama Peter Cech e gioca nel Chelsea, Rosicky a centrocampo del Borussia Dortmund e soprattutto Pavel Nedved, fra i talenti più cristallini in quegli anni. Giocatore della Lazio e poi della Juventus, club del quale diventa anche dirigente a fine carriera, Nedved ha corsa e potenza uniti a tecnica, che ne fanno un centrocampista offensivo di grande efficacia, per quanto nel 2006 il suo momento di maggior fulgore sia già alle spalle. I cechi soffrono però l’assenza del loro miglior attaccante, Koller, infortunatosi nel primo incontro del Mondiale.

All’inizio dell’incontro l’Italia subisce un po’ il dinamismo dei cechi e Nedved impegna da fuori area Buffon, il quale respinge anche il tentativo da posizione defilata ma ravvicinata di Barros. Al minuto diciassette si fa male Nesta: al suo posto entra Materazzi. Neanche dieci minuti e lo stesso Materazzi, su calcio d’angolo di Totti, infila di testa il vantaggio azzurro. Sta emergendo con prepotenza la grande capacità della squadra italiana di realizzare reti su calcio da fermo. L’espulsione del ceco Polak in fase di recupero per doppia ammonizione, la seconda rimediata dopo aver abbattuto Totti da dietro, è un autentico macigno sulle speranze ceche di rimonta. Ci provano lo stesso nel secondo tempo e Nedved è l’ultimo a mollare: entra in area e calcia abbastanza centrale, para Buffon; poi anche da fuori, e ancora Buffon è sugli scudi. Ma è l’Italia che sfiora il raddoppio in più occasioni: Totti tira da lontano e Cech risponde in modo efficace con una parata bassa, mentre Inzaghi (entrato al posto di Gilardino) manca due buone occasioni. A tre dal termine sempre Inzaghi, su assist di Perrotta, sfrutta il naturale sbilanciamento in avanti dei cechi che lasciano praterie sguarnite alle proprie spalle, e segna la rete del due a zero.

Passa quindi l’Italia come prima qualificata, evitando in tal modo di incrociare il Brasile nella prima partita a eliminazione diretta, e passa anche il Ghana che ha sconfitto due a uno gli Stati Uniti. Circola un falso mito sull’avventura azzurra nel Mondiale 2006, ai sensi del quale l’Italia avrebbe affrontato un percorso facile che, in quanto tale, le avrebbe spalancato le porte sino all’accesso in semifinale. Ammesso che si possa accettare di per sé la tesi assurda di una nazionale che giunge sino al penultimo atto di un campionato del Mondo tramite partite agevoli, al massimo si può dire che l’Italia ha avuto negli ottavi e nei quarti avversarie più semplici (sempre sulla carta) e sicuramente di minore tradizione rispetto a quanto accaduto alle altre semifinaliste. E a dirla tutta l’ottavo di finale si rivelerà tutt’altro che una passeggiata. Ma in realtà ciò che preme sottolineare a questo punto del torneo è che la selezione italiana ha affrontato, comunque con brillantezza, un girone della prima fase davvero equilibrato e ostico, che ha permesso alla squadra di sbloccarsi, di crescere in fiducia e di liberarsi idealmente dai pesi con i quali è giunta in Germania. Ora è attesa da qualcosa di nuovo: l’Australia.

References   [ + ]

1. Marco Contini, Parla il presidente Blatter “Fifa, Zidane rischia il premio”, la Repubblica
2. Giuseppe Cilenti, La nascita del tifo. Sport e spettacolo nell’antichità, in Zapruder n. 48 “Tifo. Conflitti, identità, trasformazioni
3. Alfio Caurso, Un secolo azzurro, Longanesi, 2013
4. Blair Newman, How Marcello Lippi masterminded the resurgence of Juventus in the 1990s, These Football Times
5. Michael Cox, The Grandmaster, The Blizzard n. 13
6. Technical and Tactical Analysis, Report and Statistics 2006 FIFA World Cup Germany
7. Nicky Bandini, Andrea Pirlo was a rare talent – a winner and dreamer who oozed creative cool, The Guardian
8. Lucas Duvernet-Coppola, Stephane Regy, Le charme discret de la bourgeoisie, So Foot n. 99
9. Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014