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Francia, 1998
V. Sorprendente Croazia, Germania affondata

La prima uscita della rinata nazionale croata precede di circa un anno la formale dichiarazione di indipendenza del paese: il 17 ottobre 1990, allo stadio Maksimir di Zagabria, la squadra esordisce contro gli Stati Uniti e nel contempo veste la caratteristica maglietta a scacchi bianchi e rossi (disegnata per l’occasione). Non è però la prima volta che una selezione di nome Croazia si presenta sui campi di calcio. Come rappresentante dello stato fantoccio filo-nazista formato durante la seconda guerra mondiale, e retto dal sanguinario Ante Pavelic, la Croazia aveva disputato alcune amichevoli già nel corso degli anni Quaranta. Il ’92 diventa l’anno dell’affiliazione alla FIFA, che però non riconosce gli incontri disputati nei mesi precedenti, e l’anno successivo la Croazia entra anche a far parte dell’UEFA. In mezzo, e nel quadro delle guerre dell’ex Jugoslavia, erompe per quattro anni la guerra di indipendenza: il calcio diventa altresì un agevole strumento di propaganda e di consenso, sia nella fase di preparazione, sia durante il conflitto vero e proprio 1)Vedi infra Italia, 1990: III. C’erano una volta due nazionali. La rappresentativa croata di calcio costituirà un utilissimo tassello nel processo di costruzione dello spirito nazionale.

In terra croata si è diffusa negli anni una notevole tradizione calcistica. Tra le due guerre le potenzialità del calcio danubiano, nato e sviluppatosi nei paesi limitrofi, si esprimono anche attraverso le gesta di club quali Gradanski, HASK, Concordia (tutti di Zagabria) e Hajduk Spalato. Marton Bukovi è un tecnico ungherese che allena il Gradanski e alla fine degli anni Trenta sperimenta per primo, da quelle parti, la neonata tattica del sistema; poi nel dopoguerra contribuisce, assieme a Sebes e Guttmann, alle grandi innovazioni che la scuola magiara donerà al mondo del calcio. Il calcio croato rimane protagonista nel periodo jugoslavo grazie a Dinamo Zagabria (sua la Coppa delle Fiere del ’67) e alla stessa Hajduk.

Forte di tali vestigia, la nuova Croazia esordisce molto bene a livello internazionale in occasione di campionato europei, edizione 1996. Durante le qualificazioni per quel torneo i croati ottengono anche la loro prima importante affermazione, battendo due a uno a domicilio la nazionale italiana vice-campione del Mondo. Conquistano però l’opportunità di giocare ai Mondiali soltanto per il rotto delle cuffia: il secondo posto del proprio girone, alle spalle della Danimarca e ai danni della Grecia, viene agguantato all’ultimo turno, quando sconfiggono la Slovenia e approfittano del pareggio fra danesi e greci. Ciò significa la necessità di affrontare uno spareggio contro l’Ucraina del giovane Schevchenko, che la Croazia supera vincendo due a zero in casa e poi pareggiando uno a uno in trasferta. Le amichevoli pre-mondiali si chiudono con i fuochi d’artificio: quattro gol alla Polonia, due all’Iran, sette all’Australia – ma in mezzo anche una sconfitta casalinga subita dalla Slovacchia.

Miroslav Blazevic detto Ciro dal nome del treno che collegava la sua natia Bosnia alla Croazia, è il commissario tecnico della squadra. Personaggio pittoresco, fuori dagli schemi e carismatico, è amico del presidente Tudjman nonché membro del suo partito, ed è animato da autentico spirito patriottico (o, volendo, nazionalistico). A sentire le parole di Bilic, è visto come un padre dai suoi giocatori2)Jonathan Wilson, Behind the curtain – Travels in Eastern Europe football, Orion Books, 2006, che Blazevic sa motivare a dovere. Schiera un’inossidabile 3-5-2, suo marchio di fabbrica – anzi, sostiene di averlo inventato proprio lui nei primi anni Ottanta, quando sedeva sulla panchina della Dinamo Zagabria3)Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012 -, con marcature a uomo in difesa e a zona a centrocampo, e una spiccata tendenza al contrattacco. Seleziona un gruppo di fidati interpreti del suo calcio che tende a riproporre costantemente, tanto che manda in campo durante il Mondiale appena quattordici uomini su ventidue.

La formazione tipo prevede Ladic in porta e in difesa Blic, Stimac e Simic – i primi due saranno futuri tecnici della nazionale. Nel centrocampo a cinque croato, Zvonimir Soldo assume un ruolo di centrale difensivo, mentre sulle fasce operano Robert Jarni e Mario Stanic. Costui è un più che valido esterno in forza al Parma che si presenta alla fase finale della Coppa in ottime condizioni. È nato a Sarajevo, la città martire di quegli anni, dove gioca da giovane nelle fila del Željezničar. Il 5 aprile 1992 dovrebbe scendere in campo contro la formazione belgradese del FK Rad, allo Stadio Garbavica della capitale bosniaca, ma l’incontro viene annullato solo mezzora prima del calcio di inizio. Si odono in lontananza i rumori di arma da fuoco. Nonostante la massiccia mobilitazione popolare che si forma in città come segno di protesta, quel giorno annuncia l’inizio dell’attacco a Sarajevo da parte dell’esercito jugoslavo e delle milizie paramilitari serbe, l’avvio del tremendo assedio della città. Ricorda Stanic: “Lasciai Sarajevo con una valigia, una maglietta, due paia di mutande e un passaporto. A differenza di molti altri, fui fortunato a salvarmi. Questo episodio ha per forza segnato la mia vita e mi ha insegnato a dare il giusto valore a certe cose. Sarebbe splendido se riuscimmo a stimarci un po’ di più, gli uni con gli altri, perché tutto ciò, io credo, renderebbe semplicemente più felici le nostre vite4)Damir Kulas, How Mario Stanic, who waded across a river to flee war, became one of Croatia’s most underrated footballers, These Football Times. Non è quindi solo una storia di supremazia e di retorica nazionalistica, questa.

Completano la zona mediana del campo Asanovic e Zvonimir Boban, il miglior talento, il leader della squadra. Giocatore versatile e di gran temperamento, conduce una lunga e prestigiosa carriera al Milan condita da una Coppa Campioni e quattro scudetti, ed è l’elemento determinante soprattutto nel tricolore conquistato l’anno seguente la Coppa. È un’intellettuale: conclusa l’esperienza da calciatore, completa gli studi universitari in storia e avvia una carriera come giornalista e dirigente. In passato, nel corso di un’intervista alla Gazzetta dello Sport, aveva già mostrato un ottimo bagaglio di letture giovanili comprendenti Cechov e Dostoevskij – probabilmente frutto del sistema educativo in vigore nell’ex Jugoslavia, ma questo non lo disse; dichiarò inoltre l’amore per Borges, nonché il merito di aver ha consigliato Siddharta di Hesse a Roberto Baggio e l’opera di Nietzsche all’ex presidente della federazione italiana Matarrese5)Simon Kuper, Calcio e potere, Isbn Edizioni, 2008, chissà se poi li avranno letti.

Parte invece spesso dalla panchina Prosinecki, ex giovane promessa che ha espresso il massimo di sé sui campi di gioco all’inizio dei ’90. Ora è un po’ in declino: ha subito diversi infortuni ed ha vestito negli anni anche le casacche di Real Madrid e Barcellona, senza lasciare un particolare ricordo. Ma forse non gliene frega davvero poi molto, volendo dar credito alle parole di Boban che lo definisce un bohemienn del calcio6)Paolo Brusorio, Boban: “Il gol di Thuram, la mia ossessione”, il Giornale. Un anno prima dei Mondiali è tornato alla Dinamo – la sua prima squadra – che in quel momento si chiama Croazia Zagabria ma ritroverà a breve il suo vecchio nome, su pressione dei tifosi. Negli anni della Jugoslavia unita la Dinamo era assurta a simbolo di opposizione al governo federale.

In attacco manca Alen Boksic, infortunato, ed è un’assenza pesante poiché trattasi di un giocatore di grande tecnica. Al suo posto gioca Vlaovic, mentre l’altro attaccante è Davor Suker, il capocannoniere e grande protagonista del torneo francese. Suker gioca nel Siviglia per cinque stagioni, poi dal ’96 passa al Real Madrid, dove vince un titolo nazionale e la Champions League poco prima dei Mondiali. Si è fatto conoscere a livello internazionale soprattutto con ottime prestazioni nel corso di Euro ’96 – vedere al riguardo uno splendido gol segnato alla Danimarca. In Francia nel ’98 è implacabile, poi la sua carriera prende una rapida china discendente. Sarà per molti anni presidente della federazione calcistica croata.

L’avvio del percorso ai Mondiali è agevole: due vittorie, ma con qualche titubanza. Nel primo incontro la Croazia supera la Giamaica tre a uno. La nazionale balcanica va in vantaggio con Stanic, che raccoglie sotto porta un tiro di Simic rimbalzato sulla traversa, poi coglie una traversa con Soldo e subisce il pari di testa ad opera di Earle. Poi nella ripresa i croati chiudono il discorso con due realizzazioni a loro modo storiche. Prosinecki infila in rete quello che probabilmente voleva essere un cross e diventa così il primo giocatore, e finora unico, ad aver segnato ai Mondiali con le maglie di due nazionali diverse: aveva infatti realizzato un gol nel 1990 quando era un calciatore della Jugoslavia unita. Il gol di Suker è invece il primo assegnato all’autore del tiro nonostante sia seguita la deviazione di un avversario, in osservanza della nuova regola FIFA (in precedenza erano considerate autoreti).

Croazia – Giappone è una partita abbastanza equilibrata e risolta a soli tredici minuti dal termine da Suker. Sono allora gli ottavi di finale, e dopo l’ininfluente partita contro l’Argentina, i croati affrontano la nazionale rumena in un derby est-europeo.

La Romania è in calo fisico dopo le convincenti prove mostrate nella prima fase: ne viene fuori una partita non eccelsa, sopratutto nel secondo tempo, ma nella quale i croati evidenziano tutta la loro forza. Attacca la Croazia e i tentativi di Vlaovic e Boban sono respinti dal portiere rumeno, decisivo soprattutto sulla conclusione del secondo. Alla fine del primo tempo Popescu abbraccia da dietro Asanovic in area: calcio di rigore, tira Suker, a destra, spiazza Stelea e segna, ma l’arbitro fa ripetere perché troppi giocatori sono entrati in anticipo in area di rigore; ripete Suker senza scomporsi, stesso angolo e ancora gol, nonostante il portiere stavolta abbia indovinato la direzione del tiro. Nella ripresa si assiste a una Romania evanescente; i croati controllano e sono sempre pericolosi con Suker e Boban. La Croazia quindi approda ai quarti di finale della Coppa del Mondo, già di per sé un grande traguardo. Qui sfideranno i campioni continentali in carica della Germania.

Bierhoff e Klinsmann festeggiano durante Germania – Messico – fifa.com

Due anni prima dei Mondiali, Croazia e Germania si sono incontrate nei quarti di finale del campionato europeo: hanno vinto i tedeschi due a uno, è stato espulso Stimac e il gol decisivo di Sammer ai più è parso irregolare. I croati ricordano con rabbia. Quell’Europeo è stato abbastanza noioso e atipico, un torneo che nessuna delle pretendenti al titolo sembrava aver voglia vincere (Italia fuori ai gironi; Francia e Inghilterra eliminate in semifinale) e che pertanto è stato portato a casa i tedeschi, non così brillanti ma efficaci al punto giusto. È il loro terzo successo continentale, un record quando nessun’altra nazionale ha conquistato il trofeo più di una volta. La finale è vinta dalla Germania sulla Repubblica Ceca – sorpresa del torneo che però ai Mondiali neanche si qualifica: vantaggio dei cechi su rigore con Berger, pari di Bierhoff e golden gol sempre di Bierhoff, in cooperazione con il portiere avversario.

In Francia la nazionale tedesca affronta un girone della prima fase che risulterà abbastanza facile: vittorie per due a zero su Stati Uniti (gol di Moller e Klinsmann, in ottima condizione, un attaccante che ai Mondiali fa sempre bene) e su Iran (Bierhoff e Klinsmann, entrambi di testa, la specialità della casa); in mezzo un pareggio con la Jugoslavia ottenuto in recupero a dieci dal termine. Agli ottavi di finale è attesa dal Messico.

I messicani presentano ai Mondiali una delle loro migliori selezioni di sempre. Emergono fra gli altri Campos in porta, Garcia Aspe a centrocampo e la coppia di attacco del Club Necaxa formata da Luis Hernandez (di aspetto identico a Caniggia, quattro reti nel torneo) e Blanco, inventore della cautheminha, cioè saltare (letteralmente) l’avversario con il pallone stretto tra i piedi. Passano un girone difficile, i messicani, composto da Corea del Sud, Belgio e Olanda. Contro i primi vincono tre a uno, dopo essere passati in svantaggio e sfruttando un’ora giocata undici contro dieci; sotto di due gol e con un uomo in meno, raggiungono il due a due nella sfida con il Belgio una volta ristabilita la parità numerica e grazie a una doppietta di Blanco (bello il secondo, al volo e di esterno). A venti minuti dal termine contro l’Olanda, sono fuori: vedono i demoni, poi la Corea pareggia con il Belgio e i messicani annullano il passivo accumulato, infilando due gol agli olandesi. Il Messico è una formazione che segna parecchio – ma in difesa lascia piuttosto a desiderare –, capace di chiudere in recupero tre partite su tre. E quindi, per paradosso, riuscirà a perdere l’incontro successivo quando ormai sembrava avere la vittoria in pugno.

Partita appassionante e drammatica, Germania – Messico. Nel primo tempo fioccano le occasioni da rete, non concretizzate da entrambe le parti: gran parata di Campos su tiro di Tarnat; colpo di testa di Bierhoff, con la sfera che termina sulla traversa a porta vuota; parata in uscita di Koepke su Palencia lanciato a rete. Ripresa, Hernadenz porta in vantaggio il Messico e poi si assiste all’episodio chiave dell’incontro. Arellano scende pericolosamente in area tedesca; Matthaus, per anticiparlo, spedisce sul palo della propria porta, con deviazione decisiva di Koepke; recupera la sfera Blanco sulla sinistra, cross in mezzo dove Hernandez è solissimo, a un passo dalla linea di porta e dalla gloria… ma la sua conclusione debole e centrale, consente all’estremo tedesco di bloccare il pallone. Il Messico ha buttato via un’occasione unica e la paga tutta, a prezzi d’inflazione. A un quarto d’ora dalla fine Lara sbaglia il controllo in area, la sfera resta lì e Klinsmann ha gioco facile a spingerla dentro, realizzando così il suo ultimo gol ai Mondiali; a cinque dal termine cross di Kirsten, Bierhoff colpisce di testa, parabola imprendibile a fil di palo e rete. Due a uno per i tedeschi, messicani eliminati.

Ai quarti di finale approda una mannschaft dall’età media superiore ai trent’anni, la più vecchia fra tutte le partecipanti al torneo, e pertanto gravata dallo stesso limite che l’ha afflitta nel Mondiale precedente. Il problema è che in terra tedesca iniziano a mancare giovani leve interessanti. La formazione tipo ideata dal ct Vogts prevede: Koepke in porta; Worns, Matthaus (o Thon) e Kholer quali difensori; mediana a cinque con Heinrich, Hamann, Jeremis, Hassler, Tarnat (o Ziege); Bierhoff e Klinsmann d’avanti. Tanti volti noti e il solito 3-5-2, però un’ottima coppia d’attacco che realizza nel torneo tre gol a testa e finora sta reggendo le sorti della nazionale tedesca.

Corazia e Germania scendono in campo la sera del 4 luglio 1998 a Lione. I tedeschi conducono le danze nella prima frazione di gioco e al ventunesimo hanno una grande occasione con Hamann, che di testa da ottima posizione manda alto. Dieci minuti dopo è Bierhoff, sempre su colpo di testa, a impegnare severamente l’estremo difensore croato Ladic. Ma l’evento decisivo dell’intero incontro si materializza al minuto quaranta. Pallone lungo in avanti, Suker è caparbio, si avventa sulla sfera, la difende; i difensori tedeschi sono un po’ piantati sul terreno e poco reattivi, nonostante siano in superiorità. Suker tenta di scartare Worns; il difensore tedesco lo stende con un calcione – è da stabilire se sia ultimo uomo o meno –, ma in ogni caso per l’arbitro è un intervento che vale il rosso diretto. E la Germania resta in dieci. Vogts non toglie una punta, ordina un paio di cambi soltanto a metà della ripresa (Kirsten per Hassler, Marschall per Hamann) e per questo sarà molto criticato.

Qualche minuto ancora – siamo ormai oltre il quarantacinquesimo – e Bilic recupera la sfera sulla fascia sinistra; lancia Stanic che controlla, si accentra e lascia la palla a Jarni, il quale scocca un tiro che va infilarsi in rete per il vantaggio croato. La conclusione non sembra irresistibile, ma è angolata e rimbalzata proprio davanti al portiere. Jarni si fa il segno della croce, i compagni e tutta la panchina croata esultano increduli – in pochi istanti la partita ha subito una svolta di centottanta gradi.

Secondo tempo, pochi attimi e Boban sfiora l’incrocio dei pali. Al settimo la Germania va vicinissima al pari: calcio d’angolo, sbuca Bierhoff, tutto solo, che calcia deciso al volo – e di puro istinto Ladic nega un gol già fatto. La partita adesso è davvero bella. Stanic scatta sulla destra, cross basso, Suker colpisce e manda la palla a fil di palo; Tarnat ci prova da fuori area, alto; poi è ancora il turno di Boban, e Kopke alza sopra la traversa con una bella parata. Trascorrono i minuti ed è la Croazia, forte dell’uomo in più, a creare le migliori occasioni, avvicinando il raddoppio con Soldo e ancora una volta con lo scatenato Boban. L’ultima fiammata di una Germania comunque coriacea e mai doma avviene al settantanovesimo: la punizione di Hamann, bassa, tocca la base del palo ed esce. È la fine per i tedeschi.

Vlaovic calcia la sfera dal limite dell’area, palla in basso, alla destra del portiere tedesco che non ci arriva, e gol del due a zero (abbastanza simile al primo). Ancora cinque minuti di gioco e anche Suker partecipa alla festa: dribbling in area e palla in rete. Tre a zero per una straordinaria Croazia che vola in semifinale. Tripudio in campo e alcuni dei giocatori piangono di felicità, forse consapevoli della gioia che stanno regalando a tanti loro connazionali dopo i recenti lutti della guerra.

Come quattro anni prima, la nazionale tedesca disputa la sua miglior partita ai quarti di finale – all’interno di un torneo sino a quel momento non molto convincente – ed esce dalla Coppa. È una sconfitta pesante per la Germania, e non solo in termini di punteggio: la mannschaft è fuori dalle prime quattro per il secondo Mondiale di fila; era accaduto soltanto nel ’38 e ’50 – ma gli anni di distanza erano stati dodici, e nel secondo dei due tornei la Germania era assente a causa degli eventi bellici. Qualcosa è da ripensare nel calcio tedesco, e i tedeschi, in quanto tali, non perderanno l’occasione di farlo.

Francia – Croazia, Lilian Thuram – sportsnet.ca

Allora è Francia – Croazia una delle due semifinali della Coppa del Mondo FIFA. La Francia gioca per approdare alla sua prima finale mondiale, la Croazia tanto quanto, ma per questa nazionale sarebbe qualcosa di incredibile. I francesi sono nettamente favoriti dal fattore campo, dalla propria forza, dalla consapevolezza di aver appena oltrepassato un ostacolo come l’Italia – e invece sarà tutt’altro che una passeggiata. Entrambe schierano la formazione tipo, lo stesso undici che ha vinto i rispettivi quarti di finale. Il bacio di Blanc sulla pelata di Barthez prima del fischio di inizio è diventato il caratteristico gesto ben augurante dei bleus; dall’altra parte Blazevic è solito appoggiare vicino alla panchina un cappello e una paletta da ferroviere, in omaggio al proprio soprannome. Ognuno ha i suoi portafortuna.

Appena partiti Zidane tenta subito la conclusione a rete, facile preda di Ladic. La Croazia mantiene il consueto atteggiamento guardingo, ma la Francia fatica maledettamente a rendersi pericolosa. Intorno alla mezzora Henry avvicenda Karembeu, infortunato, per cui i francesi adottano una conformazione più offensiva. È la Croazia però ad avvicinarsi al gol con Asanovic, servito in area di rigore da Simic: marcato stretto da Blanc, il tiro del croato termina a lato. Poco dopo Zidane calcia da fuori area, al volo e di esterno, e la parabola arcuata che ne viene fuori è messa in angolo da Ladic. Si chiude così sullo zero a zero un primo tempo senza troppe emozioni, perché la partita le sta tenendo in serbo tutte per la ripresa.

Un solo giro d’orologio è trascorso dal fischio dell’arbitro: grande azione di Asanovic che parte da centrocampo, avanza, scarta un paio di avversari e lancia splendidamente Suker, solo davanti a Barthez. Con un tocco l’attaccante controlla la sfera, con un altro tira e mette la palla in rete. La sorprendente Croazia è in vantaggio sulla Francia! E Barthez ha subito il suo primo (e alla fine dei conti, unico) gol su azione nell’intero Mondiale. Ma fate passare soltanto un altro minuto. Poco oltre il limite della propria area, Boban – sì, proprio lui – tergiversa quel che basta a farsi toccare la palla da Thuram, in direzione di Djorkaeff; questi passa di esterno ancora per Thuram che entra in area e fredda Ladic, in uscita, come il più navigato degli attaccanti. Uno a uno.

Questo pareggio immediato quanto rocambolesco nei suoi protagonisti – errore del migliore dei croati, gol di un difensore alla sua prima rete in nazionale – resuscita la Francia, risolvendo per i transalpini una situazione tutt’altro che semplice. Ha visto il baratro, la formazione francese, e ne è uscita indenne; perciò ormai è lanciata. Zidane in mezza rovesciata (deviata da un difensore) prova un gol che gli riuscirà qualche anno dopo in una finale di Champions; Henry conclude dall’area, Ladic para. La Francia spinge e al minuto sessantanove si assiste al nuovo capolavoro di un enorme Thuram, ancora lui (che non è mai stato molto avvezzo al gol e infatti, in nazionale, non ne infilerà più nemmeno uno). Avanza sulla destra, Henry gli fa da sponda, poi vince un contrasto con Jarni – che non riesce a rinviare – e scaglia di sinistro una magnifica parabola che accarezza il palo lontano e termina in rete. Due a uno, Thuram esulta inginocchiandosi con dito sulle labbra, e dirà di quel momento: “Non sapevo più chi fossi, né dove fossi, ero come in trance…7)James Bhamra, How a humble Lilian Thuram rose from nothing to become the world’s best right-back, These Football Times.

Pare fatta per i francesi poiché i croati non sembrano avere la forza per recuperare. Ma ad un quarto d’ora dal termine c’è ancora un episodio importante che rischia di riaprire il discorso: punizione in attacco per i francesi, Blanc e Bilic litigano, Blanc smanaccia e spintona – però il croato esagera, si porta una mano alla fronte (in realtà l’aveva colpito sul petto) e si butta a terra. È inevitabile il cartellino rosso per Blanc. Il suo è stato un gesto del tutto inutile che però gli costerà la finale mondiale e l’eventuale possibilità, in qualità di capitano, di alzare al cielo la Coppa. Davvero una bella stupidaggine, ma capita di farle. In superiorità numerica i croati sfiorano il pareggio quando un tiro da fuori di Vlaovic, deviato, fa impennare la sfera e Barthez, in arretramento, riesce a toglierla da sotto la traversa. Il risultato non cambia più.

Un Blazevic onesto fino all’eccesso non smetterà negli anni di fare mea culpa per l’esito dell’incontro, dando voce in tal modo a tutti i suoi crucci: “Uno degli errori che ho commesso è stato quello di togliere Zvonimir Boban. Fosse rimasto in campo, avremmo forse vinto8)Jelena Ptoric, Giovanni Vale, La Croazia vent’anni prima, intervista a Miroslav Blazevic, Rivista Undici. “Il rimorso di aver messo Prosinecki solo all’ottantanovesimo mi accompagnerà per tutta la vita9)Giuseppe Pastore, La prima grande Croazia, L’Ultimo Uomo. È stata una partita che, a dispetto di tutti i pronostici, il ct croato pensava davvero di poter vincere, e alla fine non è andato così lontano dalle sue convinzioni. Boban ci lascia un ricordo agrodolce, ma nel contempo colmo di orgoglio e nostalgia: “Perdemmo contro la Francia di Zidane, che poi sarebbe stata campione. Ma la Croazia raggiunse un risultato unico, non solo dal punto di vista sportivo, ma per la rilevanza sociale che ottenemmo. Giocai il mio calcio più completo e nel contempo commisi un errore che mai avevo commesso nella mia carriera: durante la semifinale, persi il pallone un minuto dopo il nostro gol. Regalò la finale alla Francia. Loro stavano giocando molto male quella partita, non avevano capito la nostra tattica, noi eravamo tutto talento e improvvisazione. Fu un grave errore. Il gol di Thuram condusse poco dopo al secondo. Rimasi due giorni senza mangiare e senza dormire… alla fine arrivammo terzi e il nostro ritorno in Croazia fu magnifico10)Lorena Gonzalez, Boban y la patada que presagiò una guerra, Revista Libero.

Un grande risultato per una piccola nazione ma dalle notevoli potenzialità sportive, espresse in quegli anni anche nel basket, nella pallanuoto, nel tennis. La Croazia calcistica, ai Mondiali, riuscirà addirittura a far meglio venti anni dopo l’exploit del ’98, ma troverà sulla sua strada nuovamente i francesi. I quali, da par loro, a questo punto della storia sono a un passo soltanto dal mito…

23 maggio 2020

immagine in evidenza: Suker e Boban

References   [ + ]

1. Vedi infra Italia, 1990: III. C’erano una volta due nazionali
2. Jonathan Wilson, Behind the curtain – Travels in Eastern Europe football, Orion Books, 2006
3. Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012
4. Damir Kulas, How Mario Stanic, who waded across a river to flee war, became one of Croatia’s most underrated footballers, These Football Times
5. Simon Kuper, Calcio e potere, Isbn Edizioni, 2008
6. Paolo Brusorio, Boban: “Il gol di Thuram, la mia ossessione”, il Giornale
7. James Bhamra, How a humble Lilian Thuram rose from nothing to become the world’s best right-back, These Football Times
8. Jelena Ptoric, Giovanni Vale, La Croazia vent’anni prima, intervista a Miroslav Blazevic, Rivista Undici
9. Giuseppe Pastore, La prima grande Croazia, L’Ultimo Uomo
10. Lorena Gonzalez, Boban y la patada que presagiò una guerra, Revista Libero