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Francia, 1998
III. Argentina – Inghilterra, più di una partita di calcio

Uscita con le ossa rotte dal Mondiale statunitense di quattro anni prima – da potenziale campione a eliminata già agli ottavi –, la nazionale argentina si affida alle cure di una gloriosa bandiera del passato: Daniel Passarella. È inoltre la prima seleccion da vent’anni a questa parte priva del suo talento più grande, Maradona, ritiratosi l’anno prima del Mondiale ma ormai definitivamente in disarmo dopo la seconda squalifica per doping della carriera. Passarella, che tra l’altro non ha mai avuto un buon rapporto con il Pibe de oro, nei primi anni Novanta ha raccolto importanti risultati come allenatore, in particolare tre titoli nazionali con il River Plate, la sua squadra anche da giocatore.

In reazione agli eccessi dell’epoca maradoniana – ritiene infatti che il clima eccessivamente lassista abbia influito in modo decisivo sul tracollo in America -, o forse per intima convinzione personale, il neo ct argentino assume pose da sergente di ferro: vieta in nazionale gli omosessuali (che in un mondo ancora reazionario e bigotto come quello calcistico appaiono comunque inesistenti), l’uso di orecchini e i capelloni. Quest’ultima imposizione è abbastanza balzana, soprattutto in un periodo in cui i capelli lunghi sono tornati di moda fra i giovani, e molti giocatori in Francia e nel successivo torneo sfoggeranno le proprie lunghe criniere. E poi in tal modo Passarella priva la biancoceleste dell’apporto di due notevoli giocatori che si sono rifiutati di passare dal barbiere (e che in generale respingono il clima da caserma instaurato dal tecnico): uno è Caniggia e l’altro è Redondo, fra i migliori centrocampisti al mondo in quegli anni, se non il migliore in assoluto.

Dunque Passarella percorre con l’albiceleste la strada verso i Mondiali francesi. Nel 1995, in Copa America, l’Argentina è eliminata ai quarti dal Brasile. La partita termina due a due e i brasiliani si impongono ai rigori, ma il gol del pareggio di Tulio è viziato da un fallo di mano che sembra impossibile non vedere: il braccio sinistro è proteso in aria a fermare il pallone come fosse un giocatore di volley. Pare una nemesi storica nei confronti dei falli di mano di Maradona. Nello stesso torneo però l’Argentina incassa anche un clamoroso e preoccupante tre a zero dalla nazionale statunitense. La rappresentativa argentina conquista poi la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta con una squadra che costituisce la base della futura selezione per la Coppa del Mondo (quattordici convocati sono gli stessi fra Giochi e Mondiali).

La Copa America edizione ’97 si risolve come la precedente – fuori ai quarti di finale, per mano del Perù – ma quale scusante degli argentini depone il fatto che molti giocatori in forza a club europei sono assenti. Poi l’Argentina conquista il diritto di giocarsi la Coppa del Mondo del ’98 dopo aver vinto il girone sudamericano di qualificazione; il percorso però non è tutto in discesa: la formazione biancoceleste ha un inizio difficile, condito da tre vittorie (una di queste in casa della Colombia, vendicando così in parte il tremendo cinque a zero di quattro anni prima), quattro pareggi e due sconfitte in Ecuador e Bolivia. Ma si riprende alla grande, inanella cinque vittorie di file e vola in Francia, ovviamente fra le favorite.

L’Argentina del 1998 è una squadra prettamente “italiana”: metà dei convocati gioca in Serie A, e fra questi sette/otto giocatori sono parte della formazione titolare. Mostra un superbo centrocampo composto da Almeyda (Lazio) in posizione arretrata, e Juan Sebastian Veron in posizione avanzata: figlio d’arte, in forza alla Sampdoria ma prossimo al trasferimento al Parma, Veron chiude un ottimo Mondiale con tre assist all’attivo. Al loro fianco sulla sinistra opera Simeone, capitano della squadra e forse ai massimi della sua carriera, giocatore dell’Inter e dal 1999 alla Lazio. Invece sulla destra incontriamo Javier Zanetti: giovane ma già esperto, è un esterno (di difesa, di centrocampo) coriaceo, forte fisicamente e completo. Sarà capace di crescere costantemente negli anni sino a giocare nel complesso oltre millecento partite ufficiali e diventare una bandiera, nonché futuro dirigente, dell’Inter, squadra della quale detiene al momento il record di presenze. Con i nerazzurri alza la storica Champions League del 2010; ma nonostante la lunga e prestigiosa carriera, disputerà soltanto due edizioni della Coppa del Mondo, e la sua avventura in nazionale sarà avara di gioie.

La difesa è esperta, ma in generale il reparto arretrato lascia qualche dubbio in termini di affidabilità, incluso il portiere Carlos Roa. Questi è un personaggio particolare, un vegetariano nonché seguace della Chiesa avventista del settimo giorno: nel ’99 rifiuta il rinnovo contrattuale con il Maiorca poiché ritene che la fine del mondo sia prossima e che pertanto sia opportuno dedicarsi a una vita religiosa e appartata; dopo qualche mese ci ripensa – d’altronde il mondo non è finito – e torna a fare il giocatore professionista1)Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016.

In realtà qualche problema lo pone anche l’attacco, tradizionale fucina di talenti in terra argentina. Oltre al limite di avere attaccanti non molto propensi al lavoro di copertura, c’è da dire che la stessa composizione del reparto lascia qualche dubbio: Crespo è ancora acerbo, Balbo anziano, mentre due dei tre titolari – Lopez e Ortgea – non convinceranno mai sino in fondo. Solo su di un nome qualsiasi dubbio scompare, ovvero quello di Gabriel Omar Batistuta. Si presenta in Francia ai suoi massimi livelli e segna cinque reti (che vanno a sommarsi alle quattro del Mondiale precedente), confermandosi fra le punte più forti degli anni Novanta, la migliore assieme a Vieri e Suker durante la Coppa del Mondo.

Il girone della prima fase non è molto impegnativo e viene risolto agevolmente dalla nazionale argentina. Al minuto ventotto dell’esordio contro il Giappone, Batistuta sfrutta il controllo errato di un difensore – che si trasforma in un pregevole assist involontario al limite dell’area – e porta in vantaggio la sua nazionale. Nel resto dell’incontro l’Argentina preme e colpisce due pali, sempre con Batistuta, e poi nel finale la formazione giapponese inizia a rendersi pericolosa, sfiorando addirittura il pareggio. Contro la Giamaica è una formalità: doppietta di Ortega e tripletta di un fantastico Batistuta, fanno cinque reti (a zero). L’Argentina è già qualificata agli ottavi così come la Croazia, che affronta nella terza sfida del girone. I sudamericani si impongono per uno a zero grazie al gol del difensore Pineda, servito da Ortega, nel primo tempo; nella ripresa la Croazia coglie l’incrocio dei pali con un tiro da fuori area di Vlaovic.

Per cui, riassumendo: punteggio pieno, sette gol fatti e zero subiti. Niente male sinora questa albiceleste.

Argentini e inglesi entrano in campo – fifa.com

C’è curiosità nei confronti della nazionale inglese allenata da Glenn Hoddle. Lasciato a casa Paul Gascoigne, il commissario tecnico porta al Mondiale alcuni giovani molto promettenti come il difensore Sol Campbell, l’attaccante Michael Owen e soprattutto quella che sta diventando la colonna portante del Manchester United: Gary Neville, David Beckham e Paul Scholes. I red devils guidati da Alex Ferguson hanno vinto la Premier League nel ’96 e nel ’97, e il loro dominio diventerà ancora più intenso negli anni a venire. Seaman, il portiere titolare, è l’unico giocatore della rosa con alle spalle un’esperienza nella fase finale della Coppa, edizione 1990, benché in panchina. L’esperienza francese è quindi il battesimo del fuoco per una generazione di calciatori inglesi molto valida e in grado di fare ancora meglio nei due Mondiali successivi, ma comunque sempre un po’ al di sotto delle aspettative, viste le potenzialità. Altro dato interessante: tutti i convocati militano in patria, elemento a suggello di una lega in forte crescita sotto ogni punto di vista.

Il reparto inglese che lascia il segno a Francia ’98 è quello offensivo. Owen, diciotto anni, ruba il posto a Sheringham ed è eletto miglior giovane del torneo; pare destinato a diventare una stella di prim’ordine nel panorama calcistico mondiale. Alan Shearer è il miglior attaccante inglese dell’epoca successiva a Lineker. Gioca grandi stagioni con le maglie del Blackburn Rovers e del Newcastle United, ma è pressoché assente dai campi di calcio nella stagione che precede il Mondiale, causa infortunio, e rientra proprio in occasione della Coppa. Per cui la sua condizione non è delle migliori.

Con trentaquattro gol al suo attivo, Shearer è stato il diretto protagonista di uno storica Premier conquistata dal Blackburn Rovers nella stagione 1994/95 (e l’anno prima erano giunti secondi) con Kenny Dalgish come allenatore; è il terzo titolo di campione d’Inghilterra per i Rovers, ma per trovare il precedente è necessario risalire sino al remoto 1914. Blackburn ha avuto un ruolo cruciale nella storia del gioco. Negli anni Ottanta del diciannovesimo secolo, due squadre della città si imposero ai vertici del calcio inglese: la FA Cup, la principale competizione dell’epoca, vide i Rovers finalisti nel 1882 e poi tre volte di fila vincitori (’84-’86); il Blackburn Olympic (club poi scomparso) vinse la Coppa nel 1883 contro gli Old Etonians. Sul piano strettamente calcistico, le affermazioni dei club di Blackburn testimoniarono il successo del passing game (il gioco attraverso i passaggi) nei confronti del gioco fondato sul dribbling, e del 2-3-5, noto come piramide di Cambridge, sullo schema 2-1-7. Ma un cambiamento ancora più dirompente si verificò sul piano sociale, poiché questi successi segnarono il prevalere definitivo delle formazioni a base proletaria e popolare sui club con giocatori di estrazione aristocratica, cioè provenienti dalle prestigiose public schools – e altresì costituirono il preludio alla successiva affermazione del professionismo2)David Goldbaltt, The ball is round, Penguin Books, 2007. Per il calcio fu come la Rivoluzione d’Ottobre.

Quando l’Inghilterra ospita la fase finale del campionato europeo – siamo nel 1996, due anni prima del Mondiale -, fra gli inglesi serpeggia la vaga speranza che, grazie al fattore campo, il trentennale digiuno di successi internazionali sia prossimo al termine. Affidata a Terry Venables, la nazionale dei tre leoni rifila quattro gol all’Olanda ed elimina la temibile Spagna ai rigori, ma i sogni di gloria si infrangono in semifinale al cospetto della nazionale tedesca. I tempi regolamentari si chiudono sull’uno a uno, mentre nei supplementari gli inglesi sfiorano a più riprese il golden gol (palo di Anderton; Gascoigne manca la palla di un soffio a porta spalancata), e poi capitolano ai rigori per l’errore di Southgate. Ancora una sconfitta con la Germania e ancora ai rigori, come a Italia ’90, ma stavolta gli inglesi avevano tutte la carte in regola per fare proprio l’incontro.

Sorteggiata poi in un complicato girone di qualificazione mondiale, l’Inghilterra perde uno a zero a Wembley contro l’Italia nel febbraio ’97 in virtù di un gran gol marcato da Zola: lancio di Costacurta dalle retrovie, Zola controlla in area, pare allargarsi troppo ma fulmina con una sassata il portiere avversario infilando in rete. Il piccolo fantasista italiano milita nel Chelsea, è molto apprezzato oltremanica e nell’anno del Mondiale è autore della rete che regala al suo club la Coppa delle Coppe; ma la Coppa del Mondo la vede soltanto alla tv, poiché la selezione italiana lo lascia a casa. Nonostante la sconfitta casalinga, l’Inghilterra recupera in classifica e ottiene il passaggio diretto alla fase finale della Coppa del Mondo con un pareggio a reti bianche nella decisiva sfida di ritorno contro l’Italia, disputata in ottobre all’Olimpico di Roma. L’Inghilterra gioca bene, rischia poco e si ritrova pure in superiorità numerica a un quarto d’ora dal termine per l’espulsione di Di Livio. Ma gli ultimi istanti dell’incontro sono comunque drammatici: contropiede inglese con gli azzurri sbilanciati alla ricerca del gol, Wright coglie il palo a porta sguarnita e sulla ribattuta Sheringham tergiversa; immediato capovolgimento di fronte, cross di Del Piero, gran colpo di testa di Vieri a pochi passi dalla porta, palla fuori di un niente.

Nel mezzo delle due sfide, l’Inghilterra vince l’importante Torneo di Francia: netto due a zero all’Italia; uno a zero sulla Francia con gol di Shearer in zona Cesarini; sconfitta da parte del Brasile ma a giochi già fatti. Sotto gli occhi del mondo calcistico, la crescita degli inglesi è evidente.

Ritornati a calcare i campi del Mondiale dopo la mancata qualificazione a USA ’94, l’esordio degli inglesi non è eccessivamente impegnativo e si risolve in un netto due a zero ai danni della nazionale tunisina, grazie alle reti di Sherarer e Scholes (molto bello il suo gol). Qualcosa però va storto già nella seconda partita, contro la Romania. La formazione est-europea, già pericolosa nel primo tempo quando Ilie colpisce la traversa con un pallonetto, va in vantaggio all’inizio della ripresa grazie a Moldovan, imbeccato da Hagi. A pochi minuti dal termine gli inglesi pareggiano con un azione davvero pregevole: Beckham (entrato dalla panchina) per Shearer sulla sinistra, cross, tocca Scholes e poi si avventa con gran tempismo Owen (anch’egli entrato a partita in corso) che spedisce in fondo al sacco. Ma nel recupero Munteanu lancia Petrescu in area – mal contrastato da Le Saux – che infila il pallone sotto le gambe di Seaman. Pasticcio inglese e allora due a uno finale per la Romania.

In questa fase a gironi la selezione rumena pare in grado di ripetere l’exploit di quattro anni prima; d’altronde i migliori della squadra restano gli stessi del Mondiale americano: il libero Popescu, l’esterno difensivo destro Petrescu e il regista Hagi. Prima degli inglesi hanno battuto anche la Colombia, per uno a zero, con gol di Ilie (splendido pallonetto, che stavolta entra, su assist del solito Hagi) al culmine di un primo tempo giocato in modo magistrale. Nella ripresa la Colombia reagisce, ci prova a più riprese ma senza esito. Quel giorno sugli spalti dello stadio di Lione campeggia un grande ritratto in omaggio ad Andres Escobar, oltre a striscioni che inneggiano alla pace. Ormai sicuri del passaggio del turno, i rumeni pareggiano con la Tunisia l’ultima partita e per festeggiare scendono tutti quanti in campo con tremende chiome bionde ossigenate.

Gli inglesi invece devono passare attraverso la decisiva sfida con i colombiani, durante la quale Beckham e Owen sono schierati come titolari. Gli effetti non si fanno attendere. Anderton (splendido: defilato in area, di esterno collo destro direttamente sotto la traversa) e lo stesso Beckham (su punizione da oltre trenta metri) chiudono il discorso già nel primo tempo e fissano il due a zero che apre le porte degli ottavi di finale alla nazionale inglese.

Fase di gioco, Almeyda e Owen – bleacherreport.com

Se esiste un luogo in Francia in cui il calcio può sentirsi a casa, questo è Saint-Etienne, la cittadina industriale non lontana da Lione sede della squadra omonima. I verts, detti così dal colore delle magliette, sono stati protagonisti di uno splendido ciclo vincente tra fine ’60 e inizio anni ’80, e vantano in bacheca dieci campionati e sei coppe nazionali; nelle loro fila hanno giocato fra gli altri Rocheteau e Paltini, mentre in panchina si sono seduti importanti uomini di calcio francesi come Albert Batteux e Robert Herbin. Pare quindi un atto dovuto che proprio allo Stade Geoffroy Guichard di Saint-Etienne, la sera di martedì 30 giugno 1998, si giochi l’ottavo di finale mondiale Argentina – Inghilterra. Fieri avversari, e provvisti entrambi di un’ottima selezione, quella sera argentini e inglesi danno vita a una delle più grandi partite nell’intera storia della Coppa.

L’Argentina è in blu, schierata con il 3-4-3: Roa; Vivas, Ayala, Chamot; Zanetti, Almeyda, Veron, Simeone (capitano); Batistuta, Lopez, Ortega. Inghilterra in bianco e disposta attraverso il 3-5-2, scende in campo con: Seaman; G.Neville, Adams, Campbell; Anderton, Scholes, Ince, Beckham, Le Saux; Shearer (capitano), Owen. Arbitra il danese Milton Nielsen.

Si gioca su ritmi molto alti, sin dal via. Al terzo minuto Shearer sfiora la deviazione a rete. Al quinto lancio di Ortgea, Batistuta prolunga di testa per Simeone, sulla sinistra, in area: il centrocampista argentino tocca la palla con la punta del piede, Seaman lo travolge e l’arbitro assegna il calcio di rigore. Batistuta va sul dischetto. Il portiere inglese intuisce il tiro e tocca anche la sfera, ma non la respinge. È gol, uno a zero per l’Argentina.

La formazione inglese pare un po’ imballata mentre gli argentini dominano a centrocampo. Ma al nono minuto Owen riceve la palla sulla tre quarti, libero, e scatta verso l’area di rigore: Vivas lo insegue, Ayala lo aspetta in area, allunga il sinistro e lo stende. Rigore per l’Inghilterra. Prima dell’esecuzione Ince riceve il giallo perché reclama analoga sanzione per l’autore del fallo, così come è stato ammonito Seaman sul rigore argentino, ma invano. Tira Shearer, uno a uno.

Sedicesimo del primo tempo. È il minuto del capolavoro di Owen, uno dei momenti emblematici di questa Coppa. Il giovane attaccante riceve la palla da Beckham poco oltre la metà campo, controlla in modo magistrale e scatta: salta due avversari, entra in area di rigore, effettua un gran tocco sull’accenno di uscita di Roa e deposita in rete. Due a uno per l’Inghilterra – al Geoffroy Guichard è l’apoteosi per il prodigio Michael Owen.

L’Argentina è stata ribaltata in cinque minuti. Gioca bene a centrocampo l’albiceleste, con Veron a dettare i tempi, ma in attacco Batistuta pare l’unico a dannarsi l’anima per davvero, e in difesa Owen la sta facendo letteralmente a pezzi. Gli inglesi invece sono comprensibilmente su di giri: al diciannovesimo Ince sfiora la traversa da lontanissimo, due minuti dopo ci prova Scholes in area. Passarella fuma in panchina. Il prolungato controllo della palla argentino non produce particolari pericoli, salvo una conclusione di Zanetti su azione personale, alta. Sono gli inglesi a sfiorare il tre a uno al trentanovesimo con un’enorme occasione capitata sui piede di Scholes, liberato davanti al portiere avversario: il suo tocco termina a lato e il centrocampista inglese può davvero mangiarsi le mani per il gol fallito.

Lo sventato pericolo è una scossa per i sudamericani. Batistuta sfrutta un rimpallo fortunato e conclude dal cuore dell’area, pallone fuori; poi Campbell salva inglesi con un tackle su Lopez, pronto a involarsi in area di rigore verso Seaman. Siamo ormai nei minuti di recupero quando l’Argentina batte un calcio di punizione poco fuori dell’area di rigore; grande schema: Batistuta finta il tiro e invece batte la punizione Veron, che tocca basso per Zanetti, libero in area. Conclusione a rete, gol e pazzesco pareggio argentino in extremis. Si chiude due a due un primo tempo forse unico, a questi livelli, nella storia del gioco.

Ma non basta. Appena iniziata la ripresa, Simeone commette fallo su Beckham a metà campo. Rialzandosi l’argentino si appoggia sul centrocampista inglese, che ha un moto d’ira e da terra, prono, alza il piede, sgambetta l’avversario, lo fa cadere. Simeone accentua le conseguenze – lo ammetterà in modo franco3)When David met Diego, FIFA.com, per quanto l’avessimo capito lo stesso -, ma in ogni caso Beckham ha realizzato un’enorme cazzata che resterà sempre come una macchia indelebile sulla sua carriera. L’arbitro infatti è proprio lì a due passi: sventola il cartellino giallo all’argentino, e all’inglese un rosso che spacca in due la sfida. Ironia della sorte, il giorno stesso era stata lanciata in patria una pubblicità proprio con Beckham quale protagonista e il seguente slogan: After tonight, England vs Argentina will be remembered for what a player did with his feet. Per quanto un giocatore avrà fatto con i suoi piedi…

La partita resta intensa e l’Inghilterra, pur con un uomo in meno, reggerà piuttosto bene – salvo momentanee e comprensibili sbandate – e produrrà altresì interessanti azioni di rimessa. Al minuto cinquantuno l’Argentina è vicino al vantaggio: lancio di Ortega (molto volenteroso ma non sempre efficace), gli inglesi sbagliano il fuorigioco e Batistuta – solo ma forse convinto di essere in offside – colpisce di testa senza troppa convinzione e spedisce fuori non di molto. Un minuto dopo risponde Shearer su calcio di punizione, parato. Intorno al sessantesimo la seleccion produce il suo massimo sforzo: altra bella azione centrale di Ortega, palla a Lopez e tiro deviato da un giocatore inglese che lambisce il palo; poi è Zanetti a provarci di testa su lancio di Veron; poco dopo si assiste a una pericolosa discesa di Lopez sulla destra, palla in mezzo e Shearer spazza davanti alla propria porta.

Passarella evidentemente non è soddisfatto e al sessantanovesimo minuto cambia quasi tutto l’attacco: Crespo per Batistuta, abbastanza abulico in questa ripresa, e Gallardo (un centrocampista) per Lopez, non pervenuto o quasi. Il forte e ben assortito centrocampo argentino con un uomo in più diventa dominante, ma l’Inghilterra si copre bene tramite due linee molto strette. Hoddle toglie Le Saux, che ha speso molto, e inserisce Southgate; poi Merson entra al posto di Scholes. Owen, il grande protagonista del primo tempo, è scomparso dal campo, costretto spesso a ripiegare sulla fascia in posizione più arretrata; ma ricompare a sorpresa a un quarto d’ora dal termine, quando prova una nuova azione personale, entra in area, è contrastato da un difensore argentino e calcia alto da buona posizione.

Settantottesimo, i sudamericani reclamano un rigore per fallo di mano di Adams. Tre minuti dopo gli inglesi calciano un corner: salta Campbell, colpisce di testa, palla in rete. Gli inglesi esultano ma l’arbitro annulla – giustamente, rivedendo l’azione – per fallo di Shearer sul portiere. Mentre mezza Inghilterra è a bordo campo a festeggiare, gli argentini poco sportivamente rimettono in gioco, giungono pressoché indisturbati all’area avversaria, ma sprecano l’occasione. I tempi regolamentari si chiudono quindi sul due a due.

Tensione, entusiasmo sugli spalti, Mick Jagger in tribuna che salta e canta con i tifosi. Nel primo tempo supplementare l’Argentina cerca il golden gol e forza la mano, ma produce pochi pericoli; gli inglesi coprono bene, il terzetto arretrato formato da Neville, Adams e Campbell è davvero impeccabile, non sbaglia un colpo. Ayala colpisce due volte di testa su calcio d’angolo, ma indirizza sempre alto. Veron ci prova da fuori e para facile Seaman. È invece la nazionale dei tre leoni ad avvicinarsi maggiormente al gol, grazie alle azioni personali di Ince, che manca il bersaglio di poco, e di Owen.

Nel secondo supplementare la difesa inglese è perfetta: tutti i cross sono loro preda, tanto che si deve attendere il dodicesimo per la prima vera conclusione argentina, autore Veron. Un minuto dopo è ancora l’Inghilterra a rendersi pericolosa: Adams può colpire di testa, spostato sulla destra ma vicino alla porta, e la palla vola fuori. Triplice fischio, per decidere questa sfida si passerà attraverso i calci di rigore.

Si va alla sinistra della tribuna e inizia a calciare la formazione biancoceleste. La televisione mostra il cantante dei Rolling Stones visibilmente teso, pare stia pregando. Tira Berti, entrato nell’overtime al posto di Simeone, ed è gol (Seaman aveva intuito la direzione, ma il pallone è angolato). Shearer segna. Tocca a Crespo, parato! Crespo non è davvero entrato in partita. Passarella e il suo staff, tutti in completo e cravatta, restano impassibili, seduti in panchina. È il turno di Ince, il tiro è identico a quello di Crespo e l’esito pure: Roa respinge, il risultato continua a rimanere in parità.

Veron segna il suo rigore. Poi Roa riesce a beccarsi un giallo poiché si lamenta per la posizione della palla, sistemata sul dischetto da Merson – non ricordo un altro caso di sanzione disciplinare ricevuta durante i tiri di rigore. Roa tocca, ma la palla entra lo stesso. Gallardo mette in rete, Owen lo stesso, e poi anche Ayala realizza. Adesso il ct argentino inizia a mostrare segni di umanità, perché non regge più la tensione e si alza in pedi. È il turno di Batty, che ha preso il posto di Anderton nel corso dei supplementari. Se segna il suo rigore, si va ad oltranza; se non segna è finita. Tira, Roa respinge! E l’Argentina passa ai quarti di finale.

È il tripudio per i sudamericani, con Passarella che corre in mezzo al campo. Dedicherà la vittoria alla memoria del figlio Sebastian, tragicamente scomparso nel ’95 a soli diciott’anni in un incidente d’auto. I bianchi d’Inghilterra, eroici in inferiorità numerica per settantacinque minuti di gara, applaudono il pubblico e sono applauditi a scena aperta.

Allora come adesso, il grande rimpianto inglese era e sarà sempre lo stesso: cosa sarebbe accaduto quella sera a Saint-Etienne se tutto l’incontro si fosse disputato in undici contro undici? Dirà Hoddle: “Tutti i miei uomini posso camminare a testa alta perché è stata una magnifica prestazione. Abbiamo difeso come leoni e aver resistito così al lungo contro una squadra come l’Argentina ha dell’incredibile. Siamo arrivati vicinissimi a conquistare una delle vittorie più importanti di tutta la nostra storia4)Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014. Il commissario tecnico dei britannici esprimerà altresì rammarico per l’espulsione di Beckham, facendo intendere di ritenerlo il principale responsabile dell’eliminazione. Poco gentile e francamente immeritato, ma le critiche in patria a Beckham si sprecheranno, così come gli elogi alla nazionale. La partita resta nella memoria degli appassionati inglesi, un ricordo forte ben sintetizzato da questa frase di Sol Campbell (tratta da un breve documentario di FourFourTwo dedicato all’incontro): “È stata più di una partita di calcio: le battaglie del passato, tutte in una”.

E allora guardando al passato, possiamo aggiornare il conto delle sfide fra inglesi e argentini nel corso dei Mondiali: vittorie dei primi nel 1962 (girone della prima fase, sudamericani eliminati) e nei quarti di finale del 1966; affermazioni dei secondi a Messico ’86 (quarti di finale) e qui in Francia, agli ottavi. Dunque situazione di parità, due a due, palla al centro aspettando un nuovo incontro (e l’attesa durerà soltanto quattro anni). Ma a questo punto Argentina – Inghilterra non può essere considerata soltanto un consolidato classico del calcio mondiale. La sfida fra le due nazionali è ormai diventata la più intensa, fiera e combattuta contrapposizione fra selezioni nazionali a livello intercontinentale: un confronto spettacolare, senza eguali fra due paesi così distanti, una di quelle rivalità che edificano l’epica del gioco.

immagine in evidenza: Beckham espulso sotto gli occhi di Batistuta e Simeone

References   [ + ]

1. Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016
2. David Goldbaltt, The ball is round, Penguin Books, 2007
3. When David met Diego, FIFA.com
4. Terry Crouch, James Corbett, The World Cup: the complete history, deCoubertin Books, 2014