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Francia, 1998
I. Follow the money

Jules Rimet nasce nel 1873 da una famiglia di umili ma sane origini, una famiglia di lavoratori. Studia, si laurea, poi diventa avvocato e si interessa di politica su posizioni aderenti al cattolicesimo sociale. Si appassiona altresì al calcio, che interpreta come uno strumento di emancipazione sociale per le classi più povere: è quindi un sostenitore del professionismo quale contrapposizione al dilettantismo di matrice aristocratica, e fonda assieme ad altri la Red Star, club parigino aperto ai settori svantaggiati della società e dal nome inequivocabile. Rimet è presidente della FIFA dal 1921 al 1954. Da questa posizione conduce la sua battaglia a favore di un calcio aperto ai professionisti, ma soprattutto contribuisce in maniera decisiva alla nascita del campionato del Mondo. Muore nel 1956 quando già da dieci anni il massimo trofeo calcistico per nazionali porta il suo nome, Coppa Rimet, una coppa che avrà un triste destino: assegnata in forma definitiva al Brasile nel 1970, sarà trafugata tredici anni dopo dalla sede della confederazione calcistica brasiliana e fusa per venderne l’oro (che renderà ai ladri, poi arrestati, quindicimila dollari). La Coppa Rimet sarà così perduta per sempre, se non in copia. Francese come Rimet fu anche il primo presidente della FIFA (dal 1904 1906), nonché uno dei fondatori della federazione internazionale, Robert Guerin.

Alcune delle idee sul Mondiale risultate poi vincenti – ovvero giocare la Coppa del Mondo di calcio ogni quattro anni sulla falsariga delle Olimpiadi, organizzare una competizione aperta a tutte le federazioni affiliate alla FIFA ed evitare qualsiasi distinzione tra giocatori dilettanti e professionisti, sono il frutto della mente e del lavoro di un altro grande dirigente calcistico francese, Henri Delaunay. Tali proposte vennero accolte il 29 maggio 1928 ad Amsterdam, durante le Olimpiadi, due anni prima l’avvio del campionato, e si sarebbero trasformate nelle fondamenta del torneo. Diventato nel dopoguerra segretario generale della neonata UEFA, principalmente a Delaunay si deve altresì la nascita del campionato europeo per nazioni, la cui prima edizione data 1960. È un elemento piuttosto misconosciuto, ma il trofeo in palio porta proprio il suo nome, Coppa Henri Deluanay.

Calciatore, giornalista, editore del più diffuso giornale sportivo francese, L’Equipe, il nome di Gabriel Hanot è inscindibilmente legato – assieme a quello dei colleghi Ferran, Goddet e de Ryswick – alla creazione di un premio e all’ideazione di un trofeo, entrambi assegnati per la prima volta nel ’56: si parla del Pallone d’Oro, il massimo riconoscimento concesso a un singolo calciatore, e della Coppa dei Campioni, da allora il principale trofeo a cui può aspirare una squadra di club europea, e ormai definibile come la più importante competizione per club calcistici in assoluto.

E questo per citare soltanto i nomi più importanti. È evidente come il ruolo assunto dai francesi nel definire lo sviluppo e il successo del calcio durante il corso del Novecento sia stato decisivo e senza pari. Alla luce di questo dato, fa quindi specie che alla vigilia dell’ultimo Mondiale del secolo – in programma proprio in Francia nell’anno di grazia 1998 – la nazionale transalpina non abbia mai stretto fra le sue mani una Coppa del Mondo, e non sia neanche mai riuscita a scendere in campo per una finale. Ma prima di inoltrarci in quei giorni estivi francesi, prima di narrare le gesta calcistiche che nobilitarono la sedicesima edizione del campionato del Mondo di calcio, è opportuno osservare un poco quanto il calcio sia cambiato dai tempi di Rimet, e soprattutto quanto stesse cambiando proprio in quegli anni…

Jules Rimet – ilpost.it

La trasformazione del calcio in uno spettacolo e in un affare economico di proporzioni globali è stata da sempre in atto, ma compie un prodigioso balzo in avanti all’alba del terzo millennio, sino a condurre l’arte pedatoria verso inesplorati e impensabili livelli. Nel processo di commercializzazione spinta del gioco, tre fattori ormai acquisiti stanno iniziando a dettare i ritmi: l’interesse delle grandi imprese televisive a trasmettere eventi sportivi e, di conseguenza, a vendere spazi pubblicitari; la liberalizzazione del mercato dei giocatori; l’ingresso nel mondo del calcio della finanza – in un primo momento soltanto nell’ambito delle attività di sponsorizzazione, poi direttamente come proprietà delle squadre di calcio1)Gian Paolo Caselli, Il calcio è sempre meno europeo, Limes n. 50/2016 Il potere del calcio. Il mondo del pallone si converte sempre di più in una realtà imprenditoriale come altre, il cui obiettivo è la massimizzazione del profitto e la cui gestione è sottoposta al mercato.

La principale fonte di reddito è pertanto individuata nei diritti televisivi, seguita da sponsor e merchandising (che in prospettiva, vent’anni più tardi, assumeranno un peso progressivamente in crescita), a scapito del tradizionale introito costituito dalla vendita dei biglietti. Come detto è un processo ininterrotto, con salti evidenti: già a partire da Messico ’86 il peso dei diritti televisivi è diventato preponderante nel bilancio FIFA alla voce entrate2)Brizzi Riccardo, Sbetti Nicola, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930 – 2018), Le Monnier, 2018, ma i margini di crescita sono ampi. In occasione del Mondiale francese le esclusive per la trasmissione televisiva verranno assegnate a un prezzo ancora modico (112 milioni di dollari), se paragonato all’offerta che la federazione internazionale riuscirà a strappare soltanto quattro anni dopo.

È inevitabile che l’aumento del denaro in circolazione nel calcio faccia schizzare verso l’alto il valore d’acquisto dei giocatori e i loro stipendi, ingrassati anche da ingaggi degli sponsor sempre più lauti: la differenza con il salario medio dei loro tifosi comincia ad assumere proporzioni notevoli. Il prodotto calcio tende ad allargare il proprio spazio nei mass media, soprattutto in televisione, dove emittenti a pagamento sono ormai in grado di garantirsi la trasmissione delle partite in esclusiva. Cinque leghe nazionali – Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Spagna, qui elencate in ordine alfabetico, ma in ordine variabile di importanza nel corso del tempo – consolidano il proprio dominio non solo continentale. Una manciata di club europei espandono progressivamente quanto inesorabilmente i propri bilanci, sino a creare un solco incolmabile con la concorrenza: è una sorta di oligopolio che di lì a breve sarà padrone assoluto della Champions League e in generale del calcio mondiale per club. È il processo di concentrazione del capitale – applicato al calcio. Segui il denaro, come si diceva in All the President’s Men (1976), e saprai chi vincerà le partite.

Alcuni eventi occorsi negli anni a ridosso di Francia ’98 risulteranno decisivi nel determinare il nuovo corso del pallone. Jean-Marc Bosman è stato un giocatore di calcio non eccelso, ma diventato celeberrimo – Platini gli dice che resterà nella storia come Topolino o la Coca Cola3)Vincent Riou, “Dommage que ce ne soit pas un autre connard qui l’ait fait a ma place“, intervista a Jean-Marc Bosman, in So Foot Les Annes 90, Editions Solar, 2015 -, ed è il caso di dire, suo malgrado. Bosman fa causa alla propria società di appartenenza, il Liegi, in quanto colpevole di rifiutargli la cessione a un’altra squadra senza un adeguato indennizzo economico, l’atteggiamento che tutti i club all’epoca erano soliti adottare. Conduce la lite sino al livello comunitario; la battaglia legale e la fama che ne derivano segnano un uomo dal carattere riservato come Bosman, sia nei rapporti personali che nella salute4)Alec Cordolcini, Che fine ha fatto l’uomo che ha rivoluzionato il calcio?, QuattroTreTre, ma la Corte di Giustizia delle Comunità Europee gli dà ragione: viene stabilita la libertà di circolazione per i giocatori comunitari senza alcun limite e cancellato l’obbligo di indennizzo per le società. È il 15 dicembre 1995 ed è un terremoto per il mondo del calcio. Poco dopo l’UEFA è costretta ad adeguarsi e a correre ai ripari escogitando una soluzione che salvi capra e cavoli, cioè il rispetto della legge e la salvaguardia dei bilanci societari: l’acquisto di giocatori sarà libero, ma alla scadenza del contratto, e la formula funziona. Progressivamente le frontiere si aprono sempre di più, non soltanto per i giocatori europei, e il mercato libero rivoluziona il parco giocatori di tutti i club.

Nel 1992 l’emittente Sky di Rupert Murdoch sottoscrive uno storico contratto per la trasmissione televisiva del massima serie calcistica inglese. È l’approdo di un percorso avviato già a metà degli anni Ottanta, quando il vertice di alcune società espresse la palese intenzione di migliorare l’attitudine commerciale nella gestione del proprio club, e identificò così nella questione dei diritti tv la leva su cui agire. L’arco temporale del precedente contratto giunge a scadenza, e pertanto nel febbraio ’92 ventidue squadre della First Division costituiscono una lega a parte con l’intento di non distribuire ad altri i proventi delle televisioni, e di gestire in modo autonomo anche le sponsorizzazioni: è l’atto di nascita della Premier League. Nell’ambito della riforma del calcio britannico e della ricostruzione degli stadi in atto nello stesso periodo, la Premier League diventerà nel tempo la principale lega calcistica a livello mondiale e una fantastica macchina da soldi: per citare un dato soltanto, ma piuttosto indicativo, vent’anni più tardi i diritti televisivi della Premier relativi al triennio 2016-2019 saranno assegnati per una cifra pari a circa dieci miliardi di euro.

Sempre nel 1992 prende vita la Champions League, su impulso del presidente UEFA Lennart Johansonn. Già l’anno prima la storica formula con tabellone tennistico a eliminazione diretta, da sempre in vigore, era stata modificata con l’inserimento di gironi all’italiana. La formula muta ancora nel corso degli anni, in particolare nella stagione 1994/95 quando i diritti televisivi vengono rinegoziati e la UEFA ne assume il diretto controllo – sul modello di quanto realizzato dalla FIFA per i Mondiali; nel contempo la federazione europea inizia a gestire in prima persona la pubblicità all’interno dello stadio e in generale tutto il sistema degli sponsor. Dall’anno 1997 le squadre per nazione diventano due, poi aumentano ancora, soprattutto per le leghe più competitive; nel 1999 scompare la Coppa delle Coppe, mentre la Coppa UEFA (poi rinominata Europa League) perde gran parte del suo valore. Ma la coppa dalle grande orecchie, la vecchia Coppa dei Campioni, è ormai uno dei trofei sportivi più ambiti dell’intero panorama sportivo mondiale.

È significativa poi la rilevanza che assume la pubblicità nel calcio, perfettamente testimoniata dal successo che raggiungono gli spot televisivi della Nike, i venditori americani di magliette e scarpe dal nome greco antico deturpato. Anticipati da “The wall” del ’94, nel quadriennio che segue i loro inserti pubblicitari spopolano. Il più famoso, “Good vs evil” del ’96, è una partita fra i giocatori più famosi del mondo e una squadra di diavoli, con il celebre finale in cui Cantona si alza il bavero della maglietta e dice au revoir, prima di sparare una cannonata. Lo spot dell’anno mondiale è forse il più pregevole: la nazionale brasiliana che gioca a calcio all’aeroporto di Rio sulle note di Mas que nada.

In mezzo a tutto ciò, il 1998 è anche l’ultimo anno di Joao Havelange quale capo della federazione calcistica internazionale. Il brasiliano si ritira e al suo posto è eletto presidente Joseph Blatter detto Sepp: braccio destro storico di Havelange e segretario della FIFA dal 1981, Blatter sfrutta il ruolo decisivo assunto col tempo nella gestione dei programmi per lo sviluppo del gioco in aree più arretrate, una politica che ha contribuito alla diffusione del calcio un po’ ovunque, ma che si è trasformata altresì in una potente fonte di clientele. Un anno dopo l’elezione del nuovo presidente verrà lanciato un progetto simile chiamato “Goal”, in base al quale i fondi saranno direttamente girati alle federazioni in via di sviluppo. Le scelte di fondo della presidenza Blatter si inseriscono nei solchi già tracciati in precedenza: espandere globalmente il gioco, anche a detrimento delle residue posizione di potere europee, e vendere sempre di più il prodotto calcio. Ma gli interessi crescono in modo esponenziale. Iniziano a girare parecchi soldi anche nel quartier generale della FIFA a Zurigo, e senza adeguati controlli: il regno di Blatter, al netto delle indubbie capacità organizzative, sarà segnato da opacità, dubbi, scandali piccoli e grandi, sino al fragoroso tonfo di diciassette anni dopo.

Lo Stade de France – visitparisregion.com

Seconda edizione del Mondiale in Francia, a sessant’anni dalla prima: la Coppa del Mondo del 1998 è un grosso investimento per le casse francesi, realizzato sotto il controllo (e l’assunzione del rischio) dello Stato e tramite joint-ventures costituite tra il soggetto pubblico e i privati. Nell’hinterland di Parigi viene edificato il primo stadio nazionale francese dai tempi dello Stadio Colombes. È lo Stade de France, un impianto magnifico e innovativo, nella sua idea di fondo anticipato di un paio d’anni dall’Amsterdam Arena della capitale olandese – tetto che si chiude; spazi interni; zone commerciali. In trentuno mesi si costruisce uno stadio per ottantamila spettatori dotato di una caratteristica copertura in plastica e vetro (detta disco volante) sorretta da diciotto torri, e di tribune mobili per coprire la pista d’atletica quando non serve. Al suo interno si incontrano tre ristoranti, cinquanta bar, trentatré ascensori: gli stadi di calcio cominciano a essere luoghi in cui non si assiste soltanto agli incontri. È al momento l’unico stadio al mondo ad aver ospitato la finale mondiale di calcio (’98) e rugby (2007), poiché sul suo prato si gioca anche con la palla ovale. Il 13 novembre 2015 la furia degli attentati di matrice islamista che sconvolge Parigi, colpisce anche l’impianto lo Stade de France, dove è in programma l’amichevole tra nazionale francese e la Germania.

Lo stadio precisamente si trova Saint-Denis, questo sobborgo della capitale dalla storia e dal presente emblematici: sede della straordinaria basilica omonima – definita il capostipite del gotico europeo e luogo di sepoltura dei regnanti di Francia -, nel corso del dopo guerra si è trasformata nella tipica zona disagiata della banlieu parigina colma di immigrati, violenta, abbandonata dalle istituzioni, priva di opportunità. Negli ultimi decenni, tramite un programma pubblico teso a migliorarne le condizioni, diverse aziende multinazionali sono state indotte a insediare a St. Denis la propria sede. Succede pertanto che talvolta i dipendenti raggiungano l’ufficio affiancati da una scorta. Lo Stade de France è l’unico impianto costruito ex novo per la rassegna mondiale – tutti gli altri vengono però ristrutturati – ed è altresì l’unico dotato di grossa capienza. Salvo il Velodrome di Marsiglia, che può ospitare sessantamila tifosi, le altre sedi del torneo sono stadi di medie dimensioni, tra i cinquanta e i trenta mila posti.

Francia ’98 è un autentico successo che testimonia l’esplodere della passione calcistica nel paese ospitante come mai avvenuto prima da quelle parti. L’esito della manifestazione è anticipato nel giugno di un anno prima dal Torneo di Francia, una quadrangolare tra i padroni di casa e le nazionali di Brasile, Inghilterra e Italia. Il torneo si gioca in quattro città francesi, è il banco di prova del Mondiale e raggiunge un indubbio successo in termini di pubblico e interesse. Delle partite si dirà nel prosieguo. Ma non manca il lato nero della Coppa, cioè le violenze reiterate di hooligans e naziskin al di fuori degli stadi. Dopo l’incontro fra Germania e Jugoslavia tenutosi a Lille il 21 giugno, un poliziotto francese, David Nivel, è ridotto in coma dal brutale assalto di teppisti tedeschi; l’impressione e lo sdegno sono ampi, tanto che il cancelliere tedesco Kohl parla di “vergogna nazionale” e ipotizza il ritiro della selezione tedesca. Pesanti scontri si verificano anche a Marsiglia, in occasione di Inghilterra – Tunisia, tra tifosi inglesi, giovani immigrati tunisini e forze dell’ordine.

È un Mondiale con alcune novità. Non si assiste alla cerimonia inaugurale, sostituita nell’occasione da una parata per le vie della capitale con enormi pupazzi. I guardalinee – anzi, assistenti arbitrali, così ribattezzati da un paio di anni – sono dotati di bandierine elettroniche in grado di avvisare l’arbitro, tramite auricolare, delle loro segnalazioni. Le squadre possono utilizzare tre sostituzioni. Si comincia a indicare il tempo di recupero tramite tabelloni. Viene adottata la regola del golden gol: nei tempi supplementari, chi segna per primo vince – è detta in inglese anche sudden death, cioè morte improvvisa (della partita). L’obiettivo è quello di promuovere il gioco offensivo, evitando che le squadre restino troppo coperte nei supplementari, e magari risparmiarsi i tiri di rigore in qualche partita. In realtà il timore di incassare un gol dall’esito irrimediabile renderà le squadre ancora più prudenti. La regola resterà in vigore ancora per un’ulteriore Mondiale, poi sarà abolita.

E poi c’è la novità più importante di tutte. Da questa edizione, alla fase finale della Coppa partecipano trentadue nazionali: otto in più del Mondiale precedente, il doppio delle selezioni presenti al campionato del Mondo soltanto vent’anni prima.

immagine in evidenza: Sepp Blatter durante il sorteggio di Francia ’98

References   [ + ]

1. Gian Paolo Caselli, Il calcio è sempre meno europeo, Limes n. 50/2016 Il potere del calcio
2. Brizzi Riccardo, Sbetti Nicola, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930 – 2018), Le Monnier, 2018
3. Vincent Riou, “Dommage que ce ne soit pas un autre connard qui l’ait fait a ma place“, intervista a Jean-Marc Bosman, in So Foot Les Annes 90, Editions Solar, 2015
4. Alec Cordolcini, Che fine ha fatto l’uomo che ha rivoluzionato il calcio?, QuattroTreTre