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Corea/Giappone, 2002
VII. Il destino di tedeschi e inglesi

Le malridotte truppe europee, per lo più in rotta durante la campagna asiatica, trovano un conforto quasi esclusivo nelle gesta di Germania e Inghilterra. Sorteggiate assieme nel girone di qualificazione, i tedeschi iniziano meglio e portano a casa i tre punti dalla sfida di Londra; poi subiscono il ritorno degli inglesi sino ad essere travolti cinque a uno in casa allo stadio di Monaco, nel settembre 2001, una delle sconfitte più clamorose mai patite dalla mannschaft. Nell’ultima giornata la Germania non va oltre lo zero a zero casalingo con la Finlandia. L’Inghilterra sta addirittura perdendo due a uno contro la Grecia all’Old Trafford di Manchester, quando al novantatreesimo Beckham calcia in rete una punizione che vale il pareggio ma soprattutto il biglietto di accesso al Mondiale. Per la seconda volta di fila la nazionale inglese supera nel girone di qualificazione una delle possibili candidate al titolo (quattro anni prima era stata l’Italia), si qualifica direttamente per la Coppa e durante il torneo… riesce a far peggio.

È un periodo di incroci anglo-tedeschi. Durante Euro 2000 gli inglesi vincono l’incontro del girone di prima fase, ma il campionato si risolve in un disastro per entrambe: l’Inghilterra perde tre a due contro Portogallo e Romania, e in entrambi i casi era passata per prima in vantaggio; i tedeschi chiudono con un perentorio tre a zero subito dal Portogallo. Tornano a casa tutte e due dopo appena tre partite.

Passa alla storia invece la finale di Champions League edizione 1998/99 tra gli inglesi del Manchester United e i tedeschi del Bayern Monaco. Intanto perché si tratta di due club blasonati che non vincono il titolo europeo da parecchio tempo: il Bayern dal ’76, i red devils addirittura dal ’68. E poi perché l’incontro offre probabilmente l’epilogo più stupefacente della storia del gioco, capace di lasciare a bocca aperta tutti gli appassionati che quel giorno hanno assistito all’incontro. Tedeschi in vantaggio con Basler dopo pochi minuti e uno a zero che regge sino ai minuti di recupero. Minuto novantuno: calcio d’angolo, la palla arriva fuori area a Giggs che tira verso la porta, deviazione decisiva di Sheringham e pareggio. Novantatreesimo: altro calcio angolo di Beckham, Sheringham spizza di testa e Solksjaer, sotto porta, mette dentro il gol del prodigioso, irreale due a uno! Stesi a terra e sprofondati in un buco nero senza fondo, alcuni uomini del Bayern devono essere letteralmente alzati di peso dall’arbitro Collina per giocare lo scampolo di partita ancora restante. Ma il Bayern Monaco troverà la forza di rialzarsi per davvero e vincere la coppa appena due anni dopo.

Quindi la nazionale tedesca deve passare da una partita di spareggio, contro l’Ucraina, che risolve abbastanza agevolmente (uno a uno fuori, quattro a uno in casa). Ma è una Germania che lascia spazio a dubbi. Nelle amichevoli pre-mondiali rifila una serie di goleade a Israele, USA, Kuwait e Austria; nel contempo le prende dall’Argentina, e ci può stare, e pure dal Galles, e qui ci sta un po’ meno. La Germania viene da due Mondiali poco soddisfacenti – per i suoi standard – e non riceve troppi favori dai pronostici in Corea e Giappone.

L’allenatore Rudi Voller, alla sua prima e in prospettiva unica esperienza di rilievo come tecnico, scova titolari e schema di gioco con un po’ di fatica, passo dopo passo. Trasforma l’iniziale 3-5-2 in un 4-4-2 con l’arretramento di Frings sulla fascia destra. La difesa ha un’impostazione classica con il libero (Ramelow, talvolta Kehl), Linke nel ruolo di stopper e Metzelder sulla sinistra. Rombo a centrocampo: Hamman arretrato, Ballack avanzato, mentre a volte compare Jeremies; sulla destra si incontra Schneider (un gol e tre assist, bel torneo il suo) del Bayer Leverkusen, a sinistra Bode si alterna con Ziege (tre assist al suo attivo). La coppia di attacco è formata da Neuville – ma nel girone gioca Jancker – e Klose, il quale si presenta al mondo segnando cinque reti nel corso della competizione.

I tedeschi giungono però in Oriente gravati da parecchie assenze: Scholl in mediana, i difensori Worns e Nowotny, e il talentuoso centrocampista d’attacco Sebastian Deisler. Grande promessa del calcio tedesco, patisce un infortunio (e non è il primo) a due giorni dalla partenza della squadra, in amichevole. Dopo quell’estate ecco la grande occasione, ovvero il trasferimento al Bayern Monaco. La carriera però non decolla: gli infortuni si susseguono, Deisler è colpito anche dalla depressione che lo conduce ad alcuni ricoveri in clinica; salta anche il Mondiale casalingo del 2006, sempre per problemi fisici, e poi annuncia il ritiro a inizio 2007, appena ventisettenne. Si allontana dal calcio e forse si libera finalmente dai suoi demoni.

L’uomo di punta dei tedeschi al Mondiale 2002 si chiama Michael Ballack, che qui in Asia saprà esprimersi ai suoi massimi sfornando tre gol e quattro assist. Nato nell’ex Germania Est, Ballack è un centrocampista avanzato che segna davvero tanto. Milita dapprima nel Bayer Leverkusen, in quegli anni una formazione di alto livello ma sempre incapace di conquistare il titolo nazionale. Proprio nel 2002 arriva a un passo dal vincere tutto – e invece perde tutto: in campionato, sciupa il vantaggio accumulato sul Borussia Dortmund nelle ultime giornate; perde la finale DFB-Pokal (la Coppa di Germania) contro lo Schalke 04; perde infine la finale di Champions League al cospetto del Real Madrid. Ballack giocherà poi con Bayern Monaco e Chelsea. Leader in quegli anni della sua nazionale, manca sempre di poco l’appuntamento con un grosso successo – sia nel 2002, sia nel Mondiale di quattro anni dopo e sia nell’Europeo 2008.

Come e forse più di Ballack, l’uomo chiave del Mondiale tedesco è Oliver Kahn, estremo difensore in forza al Bayern dal carattere duro e freddo. È nettamente il miglior portiere al mondo a cavallo dei due secoli, tanto da aggiudicarsi il premio dell’IHFFS (un riconoscimento più sensato del Pallone d’oro per l’omogeneità dei contendenti) nel 1999, 2001 e 2002, arrivando inoltre secondo nel 2000 e terzo nel 2003. Gioca un Mondiale superbo ed è eletto miglior giocatore in assoluto del torneo. Con un finale drammatico a sorpresa.

La raffica di reti che la mannschaft rifila, nella sfida di esordio, all’Arabia Saudita sarà un’eccezione nel torneo dei tedeschi. L’incontro termina otto zero: nel primo tempo segnano Klose (due) Ballack e Jancker, nella ripresa ancora Klose, Linke, Bierhoff e Schneider. Cinque gol sono marcati di testa a conferma di uno strapotere fisico dei tedeschi sui malcapitati sauditi. Klose, autore di una tripletta, inizia così la sua lunga serie di gol ai Mondiali. Il secondo incontro si chiude invece in parità. Contro l’Irlanda i tedeschi passano in vantaggio con uno splendido colpo di testa di Klose in elevazione, su cross lungo di Ballack, e subiscono il pari nel recupero.

Qualche certezza inizia però a traballare nel corso della terza partita del girone, che vede i tedeschi opposti al Camerun e che farà segnare il record assoluto di cartellini gialli in un singolo incontro del Mondiale (sedici). Durante il primo tempo gli africani riescono a rendersi pericolosi e costruiscono un’occasione enorme con Olembe che, solissimo davanti a Kahn in uscita, gli tira addosso. L’espulsione di Ramelow al minuto trentanove, reo di un fallo su E’too che con una fantastica progressione stava per entrare in area e battere a rete, pare il preludio al tracollo dei tedeschi. Ma qui emerge ancora una volta la forza della mannschaft, la sua organizzazione e la sua tenacia. Poco dopo il fischio di avvio della ripresa, Klose conquista palla a centrocampo, resiste agli avversari e serve un gran assist a Bode, che entra in area e infila in rete. Alla mezzora il rosso al camerunense Suffo ristabilisce la parità numerica; poi ancora Klose va a segno, e l’incontro si chiude sul due a zero. La Germania regge gli urti, passa il turno e agli ottavi sfiderà il Paraguay.

Sono più ombre che luci a marcare la prima fase dell’albirroja sudamericana, per di più disputata in un girone tutto sommato semplice. I paraguaiani sprecano un vantaggio di due gol contro il Sudafrica e vengono raggiunti all’ultimo minuto su rigore, causato da un’uscita avventata del portiere Tavarelli (che nell’occasione sostituisce Chilavert squalificato). Perdono poi il secondo incontro di fronte agli spagnoli e nella terza e decisiva partita si ritrovano sull’orlo del baratro, e pure oltre: al ventesimo Paredes già si avvia verso gli spogliatoi per doppia ammonizione; a fine primo tempo Acimovic porta in vantaggio la Slovenia e un suo tiro coglie l’incrocio dei pali ad avvio di ripresa. Messi spalle al muro, con uno scatto imprevisto quanto brillante i paraguaiani ribaltano le sorti dell’incontro. Segnano Cueva e Campos, entrambi dalla panchina; a dieci dal termine l’espulsione Ceh riporta l’incontro in parità numerica e poi ancora Cuevas fissa il tre a uno finale. Ringraziando gli spagnoli per la vittoria sui sudafricani, il Paraguay raggiunge in tal modo la fase ad eliminazione diretta.

Allenata da Cesare Maldini, la selezione del Paraguay è sempre la solita squadra votata a un approccio difensivo, operaia e priva di vere stelle, così come quattro anni prima; ma nel 2002 riesce a schierare anche un buon attaccante, ovvero Roque Santa Cruz del Bayern Monaco, il miglior marcatore nella storia della squadra. E aggiungiamo al quadro dell’anno mondiale anche la vittoria dell’Olimpia Asuncion in Coppa Libertadores – ma nonostante le novità positive, finisce più o meno come quattro anni prima. Nel primo tempo tra Germania e Paraguay non accade molto: le squadre ci provano essenzialmente con conclusioni da fuori area, fra le quali spiccano i tentativi di Ballack (incrocio sfiorato) e Campos, che impegna Kahn in una difficile parata. Cresce un po’ la Germania nella ripresa, benché l’incontro stenti perennemente a decollare. Schneider ha una buona palla tra i piedi ma conclude su Chilavert; Neuville calcia da fuori area e di nuovo l’estremo paraguaiano ci mette una pezza. A tre minuti dal termine, su rilancio di Kahn, la palla giunge a Schneider sulla destra: scatto dell’esterno tedesco, cross in mezzo e deviazione sotto porta di Neuville, sfuggito al controllo di Ayala. È il gol decisivo, Germania uno – Paraguay zero.

La prima semifinale del Mondiale asiatico si gioca martedì 25 giugno 2002 a Seul, ore otto e mezza della sera. Protagoniste: la Germania, che ha faticato non poco ad avere la meglio sulla nazionale statunitense; la Corea del Sud, reduce dall’affermazione ai rigori sulla Spagna e sempre accompagnata dal codazzo di polemiche per i favori ricevuti in dono (dei quali hanno beneficiato anche i tedeschi contro gli USA, a dirla tutta). Il timore di nuovi errori arbitrali, soprattutto se indirizzati a favore dei padroni di casa, aleggia sulla partita. All’inizio i coreani sfruttano l’ottimo stato fisico e l’entusiasmo generale infilandosi molto bene negli spazi della retroguardia tedesca. Dopo otto minuti di gioco Hwang apre per Cha, il quale scappa sulla destra e mette in mezzo, dove c’è Lee che conclude a botta sicura: il gol viene evitato soltanto da uno strepitoso salvataggio di Kahn che si stende sulla sua destra e tocca il pallone a mano aperta. È poi ancora Cha a sfondare sulla fascia, ma in questo frangente la conclusione è facile preda dell’estremo tedesco. Preme la Germania sul finire della prima frazione, senza però creare pericoli alla porta coreana.

Poco dopo l’inizio del secondo tempo Hiddink inserisce Ahn, escluso dai titolari, al posto di Hwang. La Germania si avvicina al gol un paio di volte e sempre con Bode, di testa, ma in un caso è anticipato di poco da un avversario, nell’altro indirizza fuori. Bierhoff prende il posto di un Klose in calo dopo un inizio di torneo scoppiettante. Ma non succede granché in questa partita sino al momento in cui il cronometro segna un quarto d’ora al novantesimo: break tedesco sulla propria trequarti e lancio per Neuville sulla fascia destra, che arriva sul fondo e mette in mezzo; accorre velocissimo Ballack, tira di destro – parato – e poi ancora di sinistro, e la rete si gonfia. Appena cinque minuti prima, per aver steso Lee Chun Soo al culmine di una pericolosa progressione offensiva, Ballack era stato ammonito. Significa squalifica. “Sebbene sapesse che con un giallo avrebbe saltato la finale, ha commesso lo stesso un fallo tattico che era assolutamente necessario. Non molti giocatori l’avrebbero fatto, perciò giù il cappello di fronte a Michael” dirà il ct tedesco Voller1)Glory goal for Germany’s tragic hero, FIFA.com. Pure l’arbitro svizzero Meier esprimerà dispiacere per una decisione comunque corretta – anzi, è il caso di precisarlo, la condotta della terna arbitrale (completata dal francese Arnault e dal ceco Amler) è stata ineccepibile per tutto l’incontro.

In fase di recupero Seol controlla sulla fascia sinistra e scarica al centro dell’area un pallone basso e arretrato sul quale arriva Park, contrastato da Linke: tira e il pallone vola alto – era un’occasione davvero propizia per agguantare di nuovo i supplementari. Con una sconfitta per uno a zero finisce l’incredibile avventura coreana nel Mondiale 2002. Non è stata una partita memorabile ma testimonia una volta per tutte la capacità tedesca di infilarsi nei buchi lasciati dalle altre in questo campionato del Mondo, e quindi di ripresentarsi dopo dodici anni in finale.

Germania – Corea del Sud, il gol di Ballack

Da un anno Sven-Goran Eriksson siede sulla panchina della nazionale dei tre leoni. Nella sua carriera di allenatore, lo svedese ha raccolto successi in varie squadre, soprattutto in Svezia, Portogallo e Italia: emergono la Coppa UEFA del 1982 con l’IFK Goteborg, la Coppe delle Coppe del 1999 con la Lazio e, forse il maggiore di tutti, il campionato italiano vinto sempre alla guida del club romano l’anno successivo. Imposta la nazionale inglese su di un classico 4-4-2 a trazione laterale, impreziosito da una solida difesa e dalla capacità di Beckham di svariare a centrocampo e trovare spazi.

Gli inglesi godono di notevoli punti di forza. Intanto schierano una gran coppia di centrali difensivi, efficaci anche in zona gol, formata da Campbell e Ferdinand. Il primo gioca un ottimo torneo; il giovane Ferdinand, del Leeds, in quell’estate passa al Manchester United per una grossa cifra e di lì in avanti sarà titolare per molti anni con i red devils. A metà campo incontriamo Paul Scholes: è un giocatore abbastanza sgraziato e poco appariscente, è riservato, timido – sposa la ragazzina di gioventù – e pure asmatico. Ma è enormemente efficace. Di estrema intelligenza tattica, è dotato di ottimo senso della posizione, di capacità realizzative, ed è uno dei migliori centrocampisti della sua epoca: chiuderà la carriera con undici titoli inglesi, tre Coppe d’Inghilterra e due Coppe dei Campioni nel fortissimo Manchester United a cavallo del millennio.

La fascia destra è il territorio di David Beckham, giunto al Mondiale menomato da un infortunio patito pochi mesi prima in coppa (una microfrattura al piede), ma autore di un soddisfacente torneo condito da un gol e tre assist. Dal 2003 sarà in forza al Real Madrid, ma gli anni migliori li ha trascorsi anch’egli al Manchester United, dove sulla fascia opposta alla sua scorrazza un fantastico e geniale gallese che si chiama Ryan Giggs e che possibilmente è il più grande giocatore di sempre a non essere mai andato ai Mondiali. La fama di Beckham come giocatore di calcio – mestiere che comunque svolge con mezzi non comuni, soprattutto in tema di assist e di calci di punizione – è addirittura oscurata dalla sua immagine di icona pubblicitaria dall’impatto globale: bello, prestante, sposato con una pop-star – insomma, l’opposto di Scholes –, con Beckham il valore commerciale di un calciatore compie un’ulteriore passo in avanti, sino a diventare un marchio di per sé. Nel 2002 il suo nome compare anche nel titolo di una commedia cinematografica di successo (Bend it like Beckham, in italiano Sognando Beckham).

In attacco gli inglesi si affidano alla coppia del Liverpool Heskey – Owen. Additato fra i possibili grandi protagonisti del torneo, Owen non riuscirà però a replicare le prestazioni mostrate in Francia quattro anni prima. La sua carriera è strettamente legata alla maglia dei reds, con la quale nel 2001 ha vinto la Coppa UEFA (un pazzo cinque a quattro sugli spagnoli dell’Alaves) e la Coppa d’Inghilterra; passa al Real Madrid proprio nell’anno in cui il Liverpool torna sul tetto d’Europa dopo ventun’anni, ma non gira e quindi ritorna in patria. Tutto sommato, viste le premesse incarnate soprattutto dal Mondiale ’98, è stato un percorso calcistico un poco deludente.

Capace di vincere soltanto una partita su sei nelle amichevoli che anticipano la Coppa, l’Inghilterra affronta il Mondiale senza i favori della sorte, per cui, dopo il difficilissimo girone della prima fase, la attende un ottavo di finale assolutamente da non sottovalutare. La Danimarca allenata da Morten Olsen e sospinta da un esplosivo Tomasson (quattro reti nel torneo) ha lasciato una buona impressione nella prima fase vincendo il proprio gruppo grazie alle affermazioni su Uruguay (due a uno) e Francia, e al pareggio con il Senegal. Ma la pratica danese è chiusa dall’Inghilterra in modo autorevole nei primi quarantacinque minuti di gioco. Dopo quattro minuti è già in vantaggio: angolo di Beckham che scavalca il portiere Sorensen, testa di Ferdinand, rete. Minuto ventidue, Sinclair da destra mette basso in area, rimpallo, la sfera giunge a Owen che di fronte al portiere non può sbagliare. E sono due. La Danimarca tenta una reazione, Sand conclude dall’area e sfiora la base palo; ma sul finire del tempo Beckham passa a Heskey che conclude di prima, il portiere è sulla traiettoria però non trattiene ed è il terzo gol dei britannici. Beckham pare molto ispirato, nella ripresa impegna Sorensen in un difficile intervento con un tiro dalla distanza; i danesi ci provano in più occasioni, senza esito, finisce tre a zero. L’Inghilterra sa oltrepassare ostacolo su ostacolo ed è ai quarti di finale; non solo, ma sta aumentando vertiginosamente la sua consapevolezza di poter puntare al titolo mondiale.

Le accomuna il fatto di essere le uniche (con la Spagna) a tenere in piedi la baracca dei vecchi poteri calcistici europei al Mondiale 2002, ma il destino delle nazionali inglese e tedesca diverge, e di molto. La Germania senza dubbio ha dei pregi ma non è una squadra eccelsa – anzi, è stata definita con un fondo di ragione la peggior finalista di sempre nella storia della Coppa2)Paul Murphy, Germany 2002: the worst World Cup finalists ever?, These Football Times – e in ultima analisi non pare davvero guarita dai difetti che l’hanno assillata negli ultimi anni, come conferma una nuova eliminazione al primo turno nel corso dei successivi campionati europei. Si dovrà attendere il torneo del 2006 per osservare le fondamenta di una solida ricostruzione. Però è un dato di fatto che i tedeschi siano in corsa sino all’ultimo atto del torneo, e che siano stati bravi a sfruttare a dovere, come si è visto, il contesto in cui si trovano a gareggiare. La nazionale inglese è una formazione di alto livello, non particolarmente più forte, però, della selezione vista nel ’98 o della squadra che scenderà in campo quattro anni dopo. All’incirca i valori sono gli stessi. Ciò che è diverso, lì in Giappone e Corea, è il livello delle avversarie, delle altre pretendenti al titolo, mediamente inferiore rispetto alle altre edizioni della Coppa. L’Inghilterra avrebbe tutte le carte in regola per approfittarne se il desino non la mettesse di fronte, già nei quarti di finale (e se avesse vinto il girone della prima fase, l’avrebbe incrociata comunque in semifinale), a quella formazione che rappresenta ormai l’unico vero ostacolo sulla strada verso il titolo: il Brasile.

Scholes e Ronaldinho – theindipendent.co.uk

L’incontro chiave del Mondiale 2002, la sua finale anticipata, si gioca a Shizuoka alle tre e mezza del pomeriggio (fuso orario giapponese) di venerdì 21 giugno. A Londra sono le sette e mezza del mattino. I brasiliani in blu scendono in campo con il seguente undici: Marcos; Lucio, Edmilson, Roque Junior; Cafu, Kleberson, Gilberto Silva, Roberto Carlos; Ronaldinho, Ronaldo, Rivaldo. Gli inglesi in bianco rispondono con: Seaman; Mills, Campbell, Ferdinand, Cole; Beckham, Scholes, Butt, Sinclair; Owen, Heskey. Entrambe schierano la formazione titolare. Si presume la presenza di una consistente tifoseria inglese sugli spalti, a sentire il coro che accompagna God Save the Queen; poi, vedendo le riprese sulle tribune, si comprende come molti tifosi con la maglietta dei britannici siano in realtà giapponesi.

Il primo tentativo a rete è inglese e consiste in un colpo di testa di Heskey su traversone di Beckham da calcio da fermo. Il pallino del gioco è in mano ai brasiliani, ma gli inglesi organizzano un efficace pressing a tutto campo che spesso disturba le azioni avversarie. Al quattordicesimo Roberto Carlos, che con il passare degli anni tende ad assomigliare sempre più al cuoco di Shining, ci prova con una punizione da lontano; poco dopo, su calcio d’angolo dei brasiliani, Campbell anticipa di testa in modo decisivo Lucio. Al diciannovesimo si assiste a una bella azione brasiliana condotta da Ronaldo e Rivaldo: conclude il Fenomeno, parata non difficile di Seaman. La partita non è cattiva – nessuno sarà ammonito nel corso della prima frazione – ma è molto spezzettata dai falli e questo non giova alla qualità del gioco.

È il ventitreesimo quando Scholes controlla la palla, esce dal pressing avversario e avvia l’azione inglese per Mills, poi Heskey che indirizza verso Owen; Lucio è in anticipo ma la sfera gli rimbalza sul tacco e in tal modo finisce comoda per Owen che entra in area e infila Marcos in uscita. L’Inghilterra è avanti uno a zero. Il Brasile sa rendersi pericoloso subito dopo, con Ronaldo che penetra in area sulla destra ed è fermato da Seaman in uscita. Alla mezzora gli inglesi si affacciano in area brasiliana con un colpo di testa di Heskey che termina alto. Le azioni offensive inglesi nascono spesso sulla fascia destra dove operano Mills e Beckham; Heskey svolge un ottimo lavoro – trattiene palloni, sforna assist, tenta la via del gol, raccoglie falli -, mentre Owen si è visto solo in occasione della rete. Strano a dirsi ma il Brasile sembra mancare di inventiva e per smuovere le acque un po’ stantie Ronaldinho passa a sinistra.

Sul finire del tempo cresce la pressione della selecao. Al quarantesimo Mills anticipa un attimo prima del tiro Ronaldo, a pochi passi dalla porta, su un pallone giunto all’attaccante brasiliano grazie a un rimpallo. In pieno recupero Ronaldinho conduce una splendida azione personale per vie centrali che porta la palla da metà campo sino al limite dell’area, ubriacando di finte Cole; scarica poi sulla destra per Rivaldo, libero – e infatti Cole era in mezzo -, destro preciso all’angolino basso, uno a uno. Ronaldinho sinora si era visto poco ma ha avuto la capacità di far virare la partita in un momento chiave, poco prima del riposo. Chiude un primo tempo non emozionante ma piacevole da vedere ed essenzialmente nel segno dell’equilibrio: il pareggio è giusto ed è frutto di circostanze – l’errore della difesa brasiliana, l’azione personale di Ronaldinho.

Al quarto minuto della ripresa Kleberson subisce un fallo più o meno all’altezza della trequarti in attacco, sulla destra; Ronaldinho va sulla sfera. Seaman si aspetta cross e fa un passo in avanti prima della battuta, ma nonostante la distanza e la posizione defilata Ronaldinho calcia verso la porta: la sfera disegna una lunga parabola e va ad infilarsi in alto sotto l’incrocio dei pali, alle spalle del portiere inglese. È il due a uno per il Brasile! Resta ancora adesso da capire quanto il gol sia frutto dell’intenzione o del caso. Secondo Ronaldinho si è trattato di un tiro a tutti gli effetti: “Cafu mi ha avvisato che c’era spazio e che Seaman aveva preso una posizione davvero avanzata; mi è sembrato naturale provarci, la fortuna non c’entra per niente”, sebbene poi ammetta di avere in realtà mirato all’altro angolo della porta3)Wonder goal or fluke? Ronaldinho’s 2002 strike remebered, FIFA.com. Per quel che conta i giocatori inglesi non sono dello stesso avviso, ma ciò che è invece evidente nell’episodio del raddoppio brasiliano è l’errore di Seaman, causato dalla sua errata posizione. Un’ulteriore spiegazione si potrebbe però rinvenire in una caduta occorsa al portiere inglese verso al fine del primo tempo: rimasto un po’ a terra e soccorso dai medici per un dolore lombare, il colpo preso potrebbe aver influito sulla sua capacità di compiere il decisivo scatto di reni e deviare la sfera.

Sia some sia, in pochi minuti tra la fine del primo tempo e l’inizio del secondo, l’Inghilterra passa dal vantaggio allo svantaggio: è una botta davvero dura. Provano a reagire gli inglesi, Heskey scatta sulla sinistra in area e mette in mezzo, dove Edmilson è determinante nel deviare in angolo. Ma qualcosa di nuovo sta per accadere. È il dodicesimo e Ronaldinho rifila un pestone a Mills durante un contrasto: ci stava il giallo, l’arbitro messicano Felipe Ramos sventola un rosso diretto che pare francamente un’esagerazione senza senso. Ronaldinho passa un po’ di tempo con le mani nei capelli e il sorriso ebete, poi lascia il campo e il Brasile in dieci uomini, con una bella fetta di partita ancora da giocare. Assist, gol, espulsione – Ronaldinho è stato il protagonista assoluto del quarto di finale tra Brasile e Inghilterra.

Passano cinque minuti e Beckham cade in area, accentuando molto gli esiti di un tocco (presunto) del marcatore, e l’arbitro fa proseguire. Al venticinquesimo Ronaldo, che non ha giocato una delle sue partite più brillanti in maglia verdeoro, esce per Edilson, e il Brasile così si copre. C’è un tentativo pericoloso di Mills all’interno dell’area, deviato sul fondo, ma in generale i brasiliani non soffrono molto: palleggiano bene, fanno passare il tempo, sfruttano il ritmo del gioco in netto calo. L’Inghilterra non ha più scatto ed è priva di idee, la superiorità numerica sembra inesistente. Eriksson dovrebbe inventarsi qualcosa ma appare abulico, interdetto, e resta seduto a seguire l’incontro; aspetta fino a dieci dal termine per inserire due nuove punte, Vassell e Sheringham al posto di Cole e di un Owen impalpabile. L’Inghilterra si dispone con un 4-3-3 senza che il copione cambi poi molto: lunghi traversoni in area, o sbagliati, o preda dei giocatori brasiliani molto attenti in fase difensiva. La selezione inglese è diventata la caricatura della vecchia idea di se stessa.

Secondo Eriksson le gambe dei suoi uomini nella ripresa hanno iniziato ad essere troppo pesanti, e in particolare la stanchezza si è fatta sentire sugli uomini di centrocampo Beckham, Scholes e Butt, reduci da una lunga stagione con lo United4)Ronaldinho’s 12 mad minutes, FIFA.com. Tutto è possibile. Saranno parole pronunciate sempre più spesso quale corollario delle sconfitte inglesi nelle competizioni internazionali e con il passare degli anni puzzeranno ogni volta sempre un po’ di più di scusa posticcia. La grande occasione, l’unica vera occasione inglese nell’ultimo quarto di partita, si materializza al minuto quarantaquattro: angolo da sinistra di Beckham calciato splendidamente, testa di Butt – forse un po’ ostacolato dal compagno Campbell che voleva colpire – e palla alta.

Vince il Brasile due a uno. Come qualità di gioco e valore tecnico delle contendenti è stata la migliore partita del torneo, senza essere stata straordinaria. L’Inghilterra ha giocato meglio altre sfide in questo Mondiale – se ad esempio avesse messo in campo la stessa prestazione mostrata contro l’Argentina, con ogni probabilità avrebbe passato il turno; con i se si fa poco, ma potendo servire da consolazione, la nazionale inglese è da considerare come la reale seconda forza del torneo. Exit England – Enter Brazil.

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