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Corea/Giappone, 2002
VI. America sottosopra

Giunta al Mondiale con la concreta prospettiva di riuscire ad alzare la coppa, l’Argentina sarà invece protagonista di un tonfo il cui eco è paragonabile a quello francese (pur con la lieve attenuante di un girone di prima fase parecchio impegnativo). La seleccion ha dominato le qualificazioni sudamericane raccogliendo tredici vittorie su diciotto incontri e 43 punti su 54 a disposizione; Crespo ha segnato nove reti, Batistuta, Lopez e Veron cinque a testa. Nel 2002, prima del Mondiale, gli argentini giocano solo tre partite: due le chiudono in parità mentre una la vincono, prestigiosa, in Germania. L’ultima sconfitta biancoceleste risale a due anni prima, in Brasile, all’inizio del percorso di qualificazione.

L’ottimismo argentino è corroborato anche dai grandi risultati ottenuti dal settore giovanile della nazionale, capace negli anni precedenti di conquistare a più riprese il titolo mondiale under-20 (1995, 1997 e anche un anno prima del Mondiale nippo/coreano), così come il titolo giovanile sudamericano del ’97 e del ’99 – tutti successi che portano la firma di José Pekerman nel ruolo di tecnico. In particolare, diversi reduci del Mondiale under-20 edizione ’97 sono ora approdati in nazionale. Non altrettanto positivi sono i risultati conseguiti in Coppa America. Nel 1999 l’Argentina è eliminata ai quarti dal Brasile, ma ciò che resta impressa in negativo è la sconfitta per tre a zero patita per mano della Colombia, nel corso della quale l’attaccante Martin Palermo riesce a sbagliare tre calci di rigore (Palermo sarà escluso dalla selezione del 2002 e giocherà ai Mondiali soltanto nel 2010). Salta invece la partecipazione argentina alla Copa America del 2001.

Quattordici convocati su ventitré erano già presenti a Francia ’98; dalla cintola in su la formazione è la stessa, con quattro anni in più. La squadra argentina è schierata con un 3-4-3 – definito anche 3-3-1-3 – che prevede un rombo a centrocampo composto da Zanetti e Sorin sulle fasce, Simeone arretrato, Veron (il capitano) o Aimar in posizione di regista; in attacco operano Lopez (o Kily Gonzalez) e Ortega ai lati, con Batistuta (o Crespo) in mezzo. Quella che però Marcelo Bielsa, nuovo ct dal ’98, non riesce a costruire è un’autentica squadra.

Proveniente da un’agiata famiglia di giuristi e accademici (il fratello Rafael sarà ministro degli esteri un anno dopo il Mondiale), Bielsa è un profondo motivatore, profeta di un gioco offensivo e verticale, ossessionato dalle statistiche e da migliaia di vhs attraverso i quali studia il gioco. Sceglie soltanto uomini funzionali alla sua idea di calcio ed è chiamato el Loco (il Pazzo) per il suo bizzarro carattere. Bielsa si ispira al calcio olandese e al tecnico uruguaiano Tabarez; sarà molto apprezzato da Guardiola e da tutto una schiera di addetti ai lavori che scorgono in lui un anticipatore del calcio giocato un decennio dopo. Nel frattempo in Argentina sta brillando anche la stella di un altro tecnico, Carlos Bianchi, il cui approccio più difensivo rispetto alle idee di Bielsa pare dar vita a una nuova fase della saga nuestra-antifutbol1)Vedi infra Argentina, 1978: V. La nascita di una nazionale e Messico, 1986: VII. L’antifutbol in cima al mondo (benché Bielsa dichiari di aver preso ispirazione tanto da Menotti quanto da Bilardo)2)Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016. Nel percorso di Bianchi – già vincente con il Velez nei Novanta – ci sono anche un paio di fallimenti in Europa, ma soprattutto i trionfi in serie sulla panchina del Boca Juniors: tre Libertadores (2000, 2001 e 2003) e due Coppe Intercontinentali.

Resta negli annali la finale del 2000 di Intercontinentale che vede il Boca di Riquelme e Palermo contrapposto al Real Madrid di Raul e Figo, allenato da Del Bosque. Accade tutto nei primi undici minuti: doppietta di Palermo e accorcia Roberto Carlos; poi la formazione di Baires, spaccata in due con sette uomini che difendono e consegnano la palla al regista per tentare di ripartire, regge alla pressione degli spagnoli e conquista il titolo. Il Boca Juniors di inizio millennio rappresenta però l’ultimo grande club sudamericano. Dopo la vittoria del 2003, soltanto tre squadre provenienti dall’America Latina riusciranno nell’impresa di alzare il trofeo (che dal 2005 si chiama Coppa del Mondo per club), a tutto vantaggio delle europee; in quattro casi non raggiungono neanche la finale. Progressivamente la competizione perde fascino (e soldi), inducendo la FIFA a programmare un’ampia rimodulazione in vista delle edizioni degli anni Venti.

Sono contento perché ci è stata data l’opportunità di giocare partite che rendono la vita meritevole di essere vissuta3)Fabrizio Gabrielli, Il triste tramonto dell’Argentina ai Mondiali 2002, l’Ultimo Uomo. Bielsa si era espresso con questa bella frase non appena erano state sorteggiate le nazionali che l’Argentina avrebbe affrontato nella prima fase del Mondiale, dimostrando senso sportivo assieme a piena sicurezza nei mezzi della propria squadra – nonché rinunciando sin da allora a eventuali scuse in caso di fallimento. Ecco pertanto la storia di quel terribile, affascinante girone, e nello stesso tempo dell’intera avventura argentina a Corea/Giappone 2002.

Inghilterra – Svezia è la sfida del tecnico degli inglesi Eriksson nei confronti dei suoi connazionali. Le squadre si aggiudicano un tempo a testa: nel primo, un angolo di Beckham è corretto in rete di testa da un bell’inserimento di Campbell; nella ripresa Mills tocca male di petto per il proprio portiere Seaman, rischiando l’intervento di un avversario, ed è quindi costretto a spazzare verso Alexandersson, che raccoglie e calcia in rete. Poi Seaman salva i suoi in uscita su Lucic e finisce uno a uno. Contro la Nigeria, la nazionale biancoceleste crea occasioni durante la prima frazione ma non sfonda, grazie anche agli interventi dell’estremo nigeriano Shoronmu. All’inizio della ripresa Gonzalez entra al posto di Claudio Lopez, mentre nella Nigeria esce Kanu, attaccante dell’Arsenal, grande promessa da giovanissimo con la maglia dell’Ajax ma un po’ deludente nel corso degli anni – la carriera Kanu è stata frenata soprattutto da un problema al cuore che ha costretto il giocatore a un intervento chirurgico e a stare fermo per un anno e mezzo. Diciottesimo minuto: Veron calcia un angolo, la palla oltrepassa porta e portiere ed è quasi sulla linea di fondo, dove arriva Batistuta, bravissimo a tagliarla di di testa, e sigla l’uno a zero definitivo.

Secondo turno. Svezia e Nigeria, le due presunte sfavorite del girone, danno vita a una partita intensa ed è l’incontro di Herik Larsson. La Svezia domina nei primi minuti, Christopher salva sulla linea un colpo di testa di Mjallby, ma al minuto ventisei passa a sorpresa in vantaggio la Nigeria: cross di Jobo, colpo di testa vincente in anticipo sul portiere di Aghahowa, che poi si produce in una serie impressionante di capriole in volo per festeggiare. Trascorrono pochi minuti e Larsson pareggia al culmine di un’efficace azione personale in area di rigore. Il primo tempo si chiude con le comiche: tiro nigeriano, Jakobsson è davanti alla propria porta e rinvia ma centra in pieno il suo compagno Mjallby (che sta a mezzo metro da lui), la palla torna indietro, sbatte sul palo e poi finisce di nuovo in mezzo all’area per essere liberata dagli svedesi. Poi a metà della ripresa la Svezia raddoppia: Okocha spinge Larsson in area, è rigore, realizzato sempre da Larsson. Gli africani chiudono in attacco, West è libero di colpire di testa ma spreca malamente, Yobo prende il palo con tiro da fuori. Due a uno per la Svezia.

Il nuovo capitolo dell’aspra contesa calcistica fra inglesi e argentini è in programma allo stadio di Sapporo la sera del 7 giugno 2002. Le due squadre si sono sfidate in amichevole un paio di anni prima, a Londra: nell’occasione il pubblico inglese ha sonoramente fischiato l’inno argentino e i giocatori in biancoceleste hanno risposto con sguardi imbufaliti rivolti alle tribune, poi la partita, tra l’altro molto piacevole, si è giocata senza troppi contrasti ed è terminata zero a zero. In questa sfida mondiale l’Argentina inizia con decisione e va vicina al gol con Zanetti da fuori area e con Gonzalez che sfiora il palo con rasoterra. Batistuta, forse innervosito dalle proprie condizioni fisiche non ottimali, prende un giallo al dodicesimo e poco dopo rischia l’espulsione per una gomitata a Beckham. L’Inghilterra si affaccia pericolosamente in attacco quando Owen, con una gran giocata, difende la sfera, entra in area e calcia di sinistro, cogliendo il palo della porta difesa da Cavallero. Poi però è ancora l’iniziativa dei sudamericani a dettare i tempi: Batistuta ci prova di testa, e di nuovo tenta la conclusione a rete Gonzalez. A due minuti dal riposo, il registro della partita cambia all’improvviso. Owen accenna il dribbling in area su Pochettino, il quale allunga il sinistro e lo stende: calcio di rigore, Beckham va sul dischetto, segna e risarcisce così la sua nazionale dell’espulsione rimediata quattro anni prima.

Al rientro delle squadre in campo il capitano Veron, abbastanza deludente nella prima frazione, resta negli spogliatoi perché sostituito da Aimar; anche Veron gioca questo torneo non al massimo della forma fisica. Poi Bielsa termina tutti cambi già nei primi venti minuti, inserendo Crespo e Lopez per Batistuta e Gonzalez, in cerca di una soluzione per raggiungere il pareggio. Ma in questa ripresa è l’Inghilterra che incanta e sfiora più volte il secondo gol: un tiro di Owen lambisce il palo; Scholes scaglia una gran conclusione al volo dalla distanza, parata da Cavallero; Beckham prende il tempo a Placente ma sull’uscita di Cavallero conclude di esterno destro, anziché di sinistro, e manda fuori; Sheringham (entrato al posto di Heskey) conclude al volo, su lancio di Scholes, e c’è una gran risposta di Cavallero; e ancora, punizione Beckham, testa di Sheringham e palla poco oltre il palo lontano. La seleccion preme soltanto negli ultimi venti minuti e costruisce due occasioni con Pochettino, di testa, ma una va fuori e l’altra è bloccata da Seaman sulla linea. Vince l’Inghilterra per uno a zero quello che tecnicamente è stato fra i migliori incontri del torneo, ed anche la sfida decisiva per il passaggio del turno.

Quindi dopo due partite Inghilterra e Svezia sono al comando della classifica e possono accontentarsi di un pareggio nell’ultimo incontro; l’Argentina deve vincere a tutti i costi, mentre la Nigeria è già fuori e gioca con l’unico scopo di non chiudere a zero punti. Fra inglesi e nigeriani le occasioni da rete non mancano, soprattutto sul versante degli europei: nel primo tempo si assiste a una bella giocata di Owen con conclusione fuori e a un tiro di Scholes da lontano che viene deviato dal portiere nigeriano sul palo; nel secondo tempo Sheringham si mangia un gol fatto con la porta spalancata. Il risultato finale è zero a zero e qualifica la nazionale inglese.

Quasi un’ora scarsa dell’incontro fra argentini e svedesi trascorre con i primi che attaccano e i secondi che difendono, ma le vere occasioni da rete latitano. Si annotano un colpo di testa di Sorin a breve distanza dal portiere, che para, e una conclusione di Lopez dalla sinistra terminata sull’esterno della rete. Poi al cinquantottesimo minuto, tramite il primo vero tentativo portato verso la porta avversaria, la Svezia passa: punizione di Anders Svensson dai trenta metri calciata alla grande, a giro, e palla che entra in porta a fil di palo. A questo punto Bielsa rivoluziona la squadra in cinque minuti, inserendo Crespo (già poco prima del gol), Veron, che un po’ a sorpresa era stato lasciato in panchina, e Gonzalez: la situazione è quasi disperata e il ct argentino sta perdendo il controllo della situazione. Andersson, entrato al posto di Allback, arriva a un passo dal colpo del ko quando la sua conclusione a rete viene sfiorata da Cavallero e tocca la traversa. A tre minuti dalla fine Jonsson stende Ortega in area; rigore, tira Ortega ed Hedman para, ma Crespo – già nettamente in area al momento del tiro – si avventa sulla palla e ribatte in rete. Allo scadere ci prova Lopez, in area sulla sinistra, ma il pallone termina di nuovo sull’esterno della rete. Uno a uno, gli argentini escono dal campo a pezzi.

Il girone della morte è concluso, e questo è il suo esito: Svezia e Inghilterra (entrambe a 5 punti) passano al turno successivo; Argentina (4) e Nigeria (1) sono fuori.

Argentini e inglesi – theguardian.com

Nel complesso e salvo l’eccezione brasiliana, che ormai sta diventando una costante, le rappresentative sudamericane non raccolgono molte soddisfazioni da questa edizione dei Mondiali. Il discorso è invece diverso per le compagini dell’America centro-settentrionale, insomma la CONCACAF, che grazie all’ottavo di finale tra Stati Uniti e Messico sicuramente manderà una propria selezione fra le prime otto al mondo – evento che non si verifica dalla Coppa del 1986 e che in tale frangente aveva visto come protagonisti i padroni di casa messicani.

La nazionale a stelle e strisce approda gli ottavi di finale – di per sé già un bel successo – portandosi però sulle spalle un preoccupante calo di rendimento: dopo l’esordio vincente gli statunitensi hanno raccolto un pari e una sconfitta, e devono essere grati ai portoghesi e ai loro tentativi andati a vuoto durante l’ultima partita del girone. Nel febbraio precedente gli USA si sono laureati campioni continentali, poi hanno rafforzato la coesione del gruppo tramite una lunga serie di partite amichevoli (nove). Il tecnico Bruce Arena, ex nazionale, passa nel corso del torneo dal 4-4-2 a uno schema più simile al 3-5-2 per l’infortunio del difensore Agoos, ma in ogni caso fornisce alla squadra un piglio offensivo. Il reparto più valido è quello centrale. Qui opera Claudio Reyna, in forza al Sunderland e migliore dei suoi in tutto il torneo; compagni di reparto sono O’Brien dell’Ajax e Lewis, mentre trovano spazio anche Beasley, Stewart, Jones. Esplode poi al Mondiale asiatico il talento di Landon Donovan, centrocampista offensivo usato talvolta come seconda punta (così come Lewis) e votato miglior giovane del torneo. Donovan pare un predestinato: già tre anni prima è stato eletto miglior giocatore nei Mondiali under-17. Porta a termine una carriera di pregio, costellata dal record di presenze (155) e di reti in nazionale (57, a pari merito con Dempsey); ma troverà sempre notevoli difficoltà nei suoi tentativi di sfondare anche nelle leghe europee (Premier e Bundes).

Il Messico è una selezione costruita su di un solido asse centrale – Rafa Marquez in difesa, Torrado in mediana e l’attaccante Blanco -, e su validi esterni quali Arellano e Morales. Mette al sicuro la qualificazione alla fase ad eliminazione diretta con due vittorie nelle prime due uscite (per poi pareggiare con l’Italia): contro la Croazia risolve Blanco su rigore, concesso per fallo (da ultimo uomo, quindi seguito dal cartellino rosso) di Zirkovic sullo stesso Blanco; contro l’Ecuador segna Delgado per i sudamericani dopo pochi minuti, poi Borgetti nel primo tempo e Torrado nella ripresa ribaltano il risultato.

Vive un ottimo periodo calcistico il Messico, certificato dalla vittoria in Confederations Cup nel 1999, ottenuta dopo aver sconfitto gli USA in semifinale e il Brasile in finale, quattro a tre, tra le mura amiche dell’Azteca di Città del Messico. Lo stesso anno gioca la semifinale in Coppa America. Poi nell’edizione 2001 del trofeo arriva fino in finale, ma è un’edizione tormentata e monca della Coppa. Il torneo dovrebbe svolgersi in Colombia: la situazione nel paese non è tranquilla, la guerra civile è ancora in corso e gli scontri tra guerriglieri delle FARC e forze governative si riacutizzano, mentre il timore di attentati diventa via via più concreto. Dieci giorni prima del calcio d’inizio la CONMEBOL dichiara che la competizione è cancellata; il Venezuela avanza in alternativa la propria candidatura, ma poco dopo la confederazione sudamericana torna sui suoi passi e annuncia che la Coppa invece si giocherà, e in Colombia. A quel punto l’Argentina dichiara il proprio forfait, mentre Uruguay e Brasile inviano formazioni rimaneggiate, un po’ per timore, un po’ perché alcuni giocatori sono già stati liberati nella convinzione che il torneo non si sarebbe disputato. Invece la Copa America del 2001 si gioca e infine senza problemi: c’è la sorpresa Honduras che elimina il Brasile e raggiunge la semifinale; e c’è la Colombia padrona di casa che sfrutta il torneo per conseguire la sua prima affermazione internazionale battendo appunto il Messico in finale per uno a zero, gol di Cordoba.

Proprio in quel periodo sta esplodendo con forza la rivalità tra statunitensi e messicani in ambito calcistico, accompagnata da tutti quegli elementi che, stante i particolari rapporti storici fra i due paesi, trascendono il campo di gioco. La prima sfida fra le due selezioni risale al 1934, fu giocata a Roma e valse come partita di qualificazione per la Coppa del Mondo di quell’anno: vinsero gli americani quattro a due. Poi nei successivi ventiquattro incontri gli USA perdono ventuno volte (spesso con passivi umilianti) e ne pareggiano tre, tornando alla vittoria soltanto nel 1980. È stato per lunghi anni un confronto squilibrato e quindi incapace di accendere gli animi, ma a partire dagli anni Novanta, con la crescita di livello della nazionale a stelle e strisce, l’antagonismo inizia a crescere. Le due squadre si giocano tutte le finali di Gold Cup dal 1989 ai giorni nostri, con l’unica eccezione del torneo del 2000 vinto dal Canada. Gli Stati Uniti superano il Messico per due a zero nel girone di qualificazione nord e centro americano a inizio 2001; al ritorno in Messico sono sconfitti uno a zero. Due anni dopo il Mondiale, nello stadio di Guadalajara stracolmo di pubblico, le nazionali under-23 di Messico e USA si sfidano in una partita che qualificherà una delle due per le Olimpiadi di Atene: il quattro a zero dei messicani è accompagnato da un clima molto ostile verso i giocatori statunitensi e dai cori di scherno “Osama, Osama!” urlati dai tifosi.

Si narra che, prima dell’ottavo di finale mondiale, i messicani siano scesi sul terreno di gioco per la tradizionale ricognizione in jeans e ridendo, come se la partita fosse giusto una formalità e che gli statunitensi, dall’altra parte del campo, abbiano notato l’atteggiamento e non siano rimasti indifferenti4)Arielle Castillo, Legends of Dos a Cero: An horal hisotry of US-Mexico 2002 World Cup clash, MLS Soccer. Ottavo minuto: splendida discesa sulla fascia destra di Reyna che scarica in mezzo, basso; la palla è deviata indietro diritta sui piedi di Mc Bride che batte a rete, ed è l’improvviso e inatteso uno a zero per gli USA. La reazione messicana c’è e consiste in un tiro da fuori di Morales e poi in un’ottima possibilità per Borgetti di concludere a rete dopo una deviazione sbagliata di Friedel, ma l’attaccante messicano calcia centrale e lo stesso portiere statunitense può respingere. Sul finire del primo tempo gli statunitensi vanno però vicinissimi al raddoppio con Wolff: tenuto in gioco dai messicani, è solo davanti al portiere in uscita, ma gli tira addosso. Il secondo tempo si apre con una velenosa punizione di Luna deviata da Friedel in angolo, e poi al sessantacinquesimo minuto gli americani la chiudono: scappa Lewis sulla fascia sinistra, cross, arriva Donovan dal limite dell’area piccola e di testa insacca in rete. Dopo il secondo gol, la prospettiva di una sconfitta sempre più certa inibisce il gioco messicano e nel contempo alimenta il nervosismo. A tre minuti dalla fine Rafa Marquez, in un contrasto aereo, anziché cercare la palla va diritto sulla testa di Cobi Jones e lascia anzitempo il campo per espulsione.

USA 2 – Messico 0. Il nome della città in cui si è disputato l’incontro, Jeonju, significa in coreano “regione perfetta” ed è stata davvero perfetta per i calciatori statunitensi che qui hanno ottenuto il più grande successo della loro storia calcistica sino a quel momento. Il Messico era favorito, aveva tutto da perdere contro i vicini che presumeva, almeno nel gioco del pallone, inferiori – e alla fine ha perso, come talvolta accade. L’ottavo di finale del Mondiale 2002 non è un caso isolato poiché in quegli anni gli USA conseguono tutta una serie di vittorie sul Messico e spesso proprio per due a zero, ma rappresenta la sfida più importante di sempre fra le due nazionali e diventa l’emblema del periodo, diventa per tutti i tifosi statunitensi il dos a cero.

Correva l’anno 1930 quando la nazionale degli Stati Uniti d’America, durante la prima edizione dei Mondiali, raggiunse le semifinali del torneo: fu la prima e sinora unica selezione della CONCACAF a salire così in alto in Coppa, un evento che pochi ricordano e che all’epoca passò senza lasciare alcun effetto sul movimento calcistico americano. Gli USA eliminarono il più accreditato Belgio e il Paraguay; poi in semifinale, giocando in dieci per quasi tutto l’incontro causa infortunio di un giocatore, furono sommersi sei a uno dall’Argentina. Nel 2002 la nazionale USA ha la possibilità di spingersi di nuovo verso quello storico traguardo. L’ostacolo si chiama Germania – che scende in campo così: Kahn; Linke, Kehl, Metzelder; Frings, Schneider, Ballack, Hamann, Ziege; Neuville, Klose. Rispondono gli Stati Uniti: Friedel; Pope, Mastroeni, Berhalter; Sanneh, Donovan, Reyna, O’Brien, Hejduk; Lewis, McBride.

Gli americani partono molto bene e dopo diciassette minuti hanno sui piedi la palla del vantaggio: Donovan salta un avversario e appena in area lascia partire un tiro arcuato, basso, indirizzato verso il palo lontano, sul quale Kahn si allunga in maniera prodigiosa e mette in angolo. Poi ancora Donovan penetra in area sulla sinistra, tira ma Kahn chiude lo specchio della porta. È un monologo americano sino a quando improvvisamente la Germania si desta e, siamo al trentottesimo, va in rete: punizione di Ziege sulla destra, Sanneh non ci arriva ma dietro di lui c’è Ballack che stacca e di testa marca l’uno a zero tedesco. Poco dopo la formazione europea legittima il vantaggio ancora con un colpo di testa, di Klose, che però stavolta si stampa sul palo.

Al sesto minuto del secondo tempo si verifica l’episodio che potrebbe cambiare il corso della partita e che ancora una volta consiste purtroppo in un errore arbitrale. Reyna batte un calcio d’angolo, la palla è prolungata verso il centro dell’area dove Berhalter calcia al volo a rete: Kahn vola a deviare, ma non basta e la palla sta per entrare ugualmente quando Frings, sulla linea di porta, tocca con la mano e impedisce il gol americano. L’azione è molto veloce, il direttore di gara scozzese Dallas non si accorge di nulla e lo stesso dicasi per l’assistente. Ma era cartellino rosso diretto e calcio di rigore. Poco più tardi ci prova ancora McBride da fuori area e il suo tiro è parato da Kahn. Con il passare dei minuti la partita diventa più scorretta tanto che, tra il minuto sessantacinque e il sessantanove, l’arbitro sventola cinque cartellini gialli uno dopo l’altro. Gli attacchi americani continuano ma sono meno efficaci e progressivamente il loro impeto cala, così come sta sparendo dal campo la stellina Donovan; i tedeschi cercano la via del raddoppio in contropiede. Proprio allo scadere si assiste all’ultimo sussulto, ancora di marca statunitense: cross di Mathis, Sanneh – che gioca in Germania, nel Norimberga, ed è stato il migliore in campo dei suoi – ha sulla testa la palla del pareggio, ma manda fuori da ottima posizione.

Gli americani hanno giocato una gran partita e sono riusciti, anche al di là dell’episodio incriminato, a mettere in seria difficoltà i tre volte campioni del Mondo tedeschi: non stupisce che il migliore in campo sia stato di gran lunga il portiere della Germania Kahn, autore di una prestazione superba. Possono mangiarsi le mani i calciatori statunitensi nel veder sfumare questa occasione, ma l’elemento davvero rilevante della loro spedizione in terra asiatica è un altro: essere riusciti a ribaltare, in modo ormai definitivo, la radicata convinzione di una selezione poco competitiva, anonima, eternamente destinata ad essere schiacciata da altri sport di squadra ben più popolari nel paese, e quindi il luogo comune di un popolo inadatto al calcio quasi per natura. Non sarà mai più così.

A parere di chi scrive, la nazionale statunitense costituisce la squadra più accreditata per diventare la prima selezione al di fuori di Sudamerica ed Europa in grado di conquistare il titolo mondiale di calcio. Quando questa potenzialità potrà diventare concreta – venti, cinquant’anni, magari un secolo – è ben difficile dirlo. Dopo il torneo in Giappone e Corea, gli USA mostreranno altre buone prestazioni nei Mondiali successivi, pur senza andare così avanti come nel 2002, e poi subiranno la pesante battuta di arresto della mancata qualificazione alla Coppa del 2018. Il calcio americano dei primi due decenni del ventunesimo secolo è solido ma ancora alla ricerca della sua strada, della sua piena realizzazione. È insomma in uno stato di dormiveglia. Ma è saggio adattare agli USA calcistici la frase che Napoleone Bonaparte dedicò, in ambito politico, alla Cina: lasciate pure dormire la nazionale americana – perchè quando si sveglierà, scuoterà il mondo.

immagine in evidenza: Donovan dopo il gol al Messico

References   [ + ]

1. Vedi infra Argentina, 1978: V. La nascita di una nazionale e Messico, 1986: VII. L’antifutbol in cima al mondo
2. Jonathan Wilson, Angels with dirty faces: the footballing history of Argentina, Orion Books, 2016
3. Fabrizio Gabrielli, Il triste tramonto dell’Argentina ai Mondiali 2002, l’Ultimo Uomo
4. Arielle Castillo, Legends of Dos a Cero: An horal hisotry of US-Mexico 2002 World Cup clash, MLS Soccer