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Corea/Giappone, 2002
V. Turchia e Senegal, che sorprese

Nella fiera del calcio nuovo e globalizzato non poteva mancare l’Africa, forte ormai di una radicata tradizione positiva ai Mondiali: Algeria e Camerun nel 1982, Marocco nel 1986, ancora Camerun nel ’90 e infine Nigeria durante le due ultime edizioni – sono state le squadre in grado di lasciare un segno positivo nella storia recente della Coppa. Ci si chiede quale africana in Estremo Oriente sarà il nuovo faro dell’intero movimento e tutti gli indizi puntano sul Camerun, tornato a essere una selezione di tutto rispetto.

La finale della Coppa d’Africa giocata a Lagos nel 2000 sembra una sorta di passaggio di consegne fra i nigeriani padroni di casa e i camerunensi, che conquistano il trofeo ai tiri di rigore. Lo stesso anno i Leoni indomabili vincono il titolo olimpico battendo una forte Spagna, sempre ai rigori e in rimonta dal passivo di due a zero subito nella prima frazione (nel frattempo gli spagnoli hanno preso due espulsioni e sono rimasti a giocare in nove). Poi il Camerun si laurea campione continentale anche nel 2002, pochi mesi prima del Mondiale, e la conferma del titolo è un evento che in Coppa d’Africa non accadeva dal ’65. Le semifinali del torneo vedono il Senegal sconfiggere la Nigeria due a uno ai supplementari, mentre dall’altra parte il Camerun si sbarazza abbastanza agevolmente del Mali, paese ospitante. In finale lo zero a zero resiste sino al termine dei tempi supplementari, poi i camerunensi ancora una volta riescono ad imporsi nel corso dei decisivi calci di rigore.

Giocatori camerunensi selezionati per il Mondiale 2002 quali Song, Lauren, Geremi, Olembe, Womé, M’Boma, sono regolarmente protagonisti nelle principali leghe europee (in generale il 90% giocatori africani al Mondiale è in forza a club europei, un chiaro segnale di crescita). Inoltre il Camerun schiera in attacco Samuel E’too, ancora molto giovane (ventun’anni nel 2002) ma già reduce da un Mondiale, colonna portante della squadra e prossimo a esplodere come stella di prima grandezza del calcio internazionale; al momento gioca nel Maiorca. Marc Vivine Foé è invece un centrocampista difensivo, anch’egli fra i Leoni indomabili nella Coppa del ’94 e due volte campione di Francia (con il Lens nel ’98 e nel 2002 con il Lione), mentre l’anno dopo è tesserato dal Manchester City e disputa un’ottima stagione. La sua è una storia tristissima. Il 26 giugno 2003 è in campo a Lione per la semifinale di Confederations Cup tra il Camerun e la Colombia, quando al minuto settantadue si accascia al suolo, colpito da un attacco cardiaco: provano a rianimarlo, ma invano, e muore negli spogliatoi dello stadio. In un clima mesto e con la morte nel cuore il Camerun scende lo stesso in campo per la finale del torneo, vinto poi dalla Francia, ed espone un grande ritratto in memoria di Foé.

Ma il Camerun in terra d’Asia delude. Conquista un’unica vittoria ai danni dell’Arabia Saudita – grazie a un gol di E’too su lancio di Geremi – , ottenuta tra il pareggio con l’Irlanda e la sconfitta con la Germania. I gol fatti sono appena due e l’esito è un immediato ritorno in patria. È lo stesso destino che il Mondiale riserva al Sudafrica, tornato alla fase finale della Coppa quattro anni dopo il torneo di esordio: un pari, una vittoria (sulla Slovenia) e una sconfitta. Però in questo caso i sudafricani sono fuori soltanto per aver segnato un gol in meno del Paraguay, nel mezzo di un girone non semplice.

A sorpresa la migliore africana del Mondiale nippo/coreano sarà invece la nazionale del Senegal, alla sua prima partecipazione nella Coppa. Per raggiungere il torneo il Senegal è passato attraverso un girone tutt’altro che agevole, composto dalle potenze nordafricane Marocco, Egitto e Algeria, oltre alla debole Namibia (e solo la prima si qualifica). La settimana decisiva è quella tra il 14 e il 21 luglio 2001. Marocchini ed egiziani sono avanti rispetto al Senegal di sei e quattro punti, ma il Senegal deve giocare una partita in più: batte in casa uno a zero il Marocco grazie a gol di Diouf (decisivo, in totale saranno otto le reti segnate in otto partite di qualificazione), poi sovrasta la Namibia e così pareggia i punti marocchini, superandoli però per differenza reti. Nel contempo l’Egitto gioca ad Algeri dove dovrebbe vincere con largo scarto, ma contro i nemici algerini, che di certo non sono in vena di sconti, non va oltre il pareggio. Senegal al Mondiale, quindi, e vi approda oltre tutto nel ruolo di vice-campione d’Africa. Pochi però paiono farci caso, incluso il ranking FIFA che classifica la nazionale senegalese come penultima fra le squadre qualificate, davanti solo alla Cina. Poco male, della propria forza se ne sono accorti gli stessi giocatori senegalesi, a sentire le parole pronunciate da Salif Diao dopo la Coppa d’Africa: “Abbiamo dimostrato che nelle grandi occasioni possiamo competere contro le squadre migliori1)Yousef Teclab, The joy and despair of a superb Senegal side at the 2002 Africa Cup of Nations, These Football Times.

Guida i senegalesi un francese, Bruno Metsu, la cui immagine – viso aperto, capelli lunghi, giacca scura su t-shirt bianca – diventa una delle icone del torneo. Si affeziona talmente al paese di cui è ct da imparare la lingua locale, detta wolof, e diventare musulmano dopo aver sposato una donna senegalese, cambiando il proprio nome in Abdul Karim. Morirà di cancro a cinquantanove anni nel 2013. Metsu capisce che il modo migliore per sfruttare le doti dei suoi uomini in campo è concedere loro parecchia liberà fuori dallo stesso: gli alberghi del ritiro sono sempre aperti a chiunque, tifosi, giornalisti, donne, insomma è una festa continua, alimentata inoltre dai ripetuti successi. Sul terreno di gioco schiera il Senegal con un 4-3-3 prudente, che si trasforma in 4-5-1 in fase di non possesso, e adotta una difesa in linea spesso pronta alla tattica dell’offside. I senegalesi mostreranno un gioco molto pericoloso in fase offensiva, in grado di creare occasioni da rete e di produrre ripartenze micidiali, un gioco vario, non sempre strutturato, efficacemente descritto come “un’equazione di qualità e potenza, di anarchia e contrattacchi cartesiani2)Fernando Mahia, Senegal frente a la nostalgia de 2002, Revista Libero n. 25.

Tutti i selezionati del Senegal militano in Francia, salvo due che però non scendono in campo: uno gioca in Marocco e l’altro in patria, ma in un club che si chiama Jeanne d’Arc, forse per non sentirsi troppo distante dai compagni di squadra. Tre di loro – Sarr, Diouf, Coly, mentre Bouba Diop arriverà dopo il Mondiale – giocano nel Lens, la squadra che proprio nel 2002 ha dominato la Ligue 1 sino a pochi turni dal termine, frenando poi sul più bello e consentendo così all’Olympique Lione di avvicinarsi pericolosamente. Proprio all’ultima giornata si gioca lo scontro diretto allo Stade Gerland di Lione: al Lens basterebbe un pari, ma il Lione si impone e conquista il suo primo titolo francese, aprendo anche una serie di sette consecutivi. Fra i senegalesi, emergono al Mondiale: Henri Camara, due gol e due assist; Papa Bouba Diop, centrocampista, tre gol all’attivo nel torneo, fra i quali la storica realizzazione alla Francia; l’attaccante El Hadji Diouf, non a caso nominato calciatore africano dell’anno nel 2001 e 2002. Capitano della squadra è Aliou Cissé, che diventerà allenatore e sedici anni dopo condurrà la sua nazionale ad un’altra avventura mondiale, stavolta nel ruolo di selezionatore.

Il Senegal esordisce stupendo il mondo con la vittoria sui campioni in carica francesi. È un’affermazione che riempie di forza i giocatori africani, tanto che Diouf si esprime così nel corso di un’intervista rilasciata alla BBC ma non mandata in onda: “Nessuno ci rispetta, ma per fortuna noi rispettiamo noi stessi. Perciò cosa faremo? Faremo cacare sotto tutti i nostri avversari, e faremo bordello dappertutto3)Giuseppe Pastore, La Nazionale più emozionante della storia, l’Ultimo Uomo. Attesi alla prova del nove contro la nazionale danese, i senegalesi traballano nel primo tempo e vanno sotto su calcio rigore, concesso per uno spintone di Diao su Tomasson in area e realizzato dallo stesso Tomasson. Poi l’arbitro guatemalteco Batres annulla il raddoppio di Tomasson per un fallo di mano inesistente – questi Mondiali sono davvero la Waterloo degli arbitri – e quindi il Senegal chiude la prima frazione rendendosi pericoloso in diverse circostanze. A inizio ripresa il Senegal sfiora di nuovo il gol con un colpo di testa di Diouf spedito fuori da buona posizione, ma poi pareggia. L’azione è splendida, corale, quasi tutta di prima: partendo dalla propria area di rigore, quattro passaggi – l’ultimo di Fadiga – portano Diao di fronte all’estremo difensore danese, ed è gol. La Danimarca cala, Diouf spreca la palla vantaggio a tu per tu con il portiere, ma in fin dei conti è un pareggio d’oro per la formazione africana.

Nel terzo incontro i senegalesi affrontano la nazionale uruguaiana, che torna al Mondiale dopo dodici anni, sebbene per il rotto della cuffia. L’Uruguay ha pareggiato le ultime tre partite del girone di qualificazione sudamericano, resistito al ritorno della Colombia per un solo gol di differenza in più, e poi ha affrontato l’Australia nello spareggio intercontinentale: perde uno a zero a Melbourne, ma ribalta l’esito con un tre a zero a Montevideo. La sfida diventerà un piccolo classico in quegli anni. Un’intelligente politica giovanile della federazione uruguagia ha già portato in dote notevoli risultati nei Mondiali giovanili (finale nel ’97, semifinale nel ’99) e darà frutti davvero interessanti alla nazionale maggiore fra due Mondiali. Ci sono però sin da ora alcuni elementi di spicco tra le fila della celeste: il difensore della Juventus Paolo Montero, che prosegue la valida tradizione dei grandi centrali difensivi uruguaiani; Recoba e Dario Silva in attacco; la giovane punta Forlan, in forza al Manchester United, ma in campo nella Coppa soltanto metà gara, l’ultima, proprio contro con il Senegal.

È una partita incredibile quella che senegalesi e uruguaiani giocano al Mondiale, duramente contesa (dodici ammoniti, fra i quali tre senegalesi per perdita di tempo) e rocambolesca. Il Senegal, che potrebbe accontentarsi di un pareggio per passare il turno, va in vantaggio grazie a Fadiga su calcio di rigore dubbio, concesso dall’arbitro olandese Wegereef per quello che forse è un tuffo di Diouf, da solo a contatto con il portiere avversario. La difesa dell’Uruguay lascia molto a desiderare in questa prima frazione di gioco e il Senegal raddoppia con Diop, e poi addirittura triplica, sempre con Diop, in entrambi casi su assist di Henri Camara (il secondo gol è forse in fuorigioco, seppur di pochissimo). Ripresa e il Senegal si inabissa – da tre a zero si giunge a tre pari: Morales segna pochi secondi dopo il fischio di inizio del secondo tempo; Forlan accorcia ancora con un gran tiro da fuori area; poi a tre minuti dal termine Recoba su rigore regala alla sua nazionale un pareggio che pareva impossibile. L’Uruguay ci crede, la vittoria vorrebbe dire qualificazione. In pieno recupero Dario Rodriguez prova una conclusione da fuori area, la palla è respinta di testa da Diatta in anticipo sul portiere e si impenna: Morales è lì con la porta spalancata in faccia, tocca di testa, e manda fuori! In Uruguay l’episodio diventa celebre con il nome di cabezazo di Victor Pua (il ct della nazionale, detto il Gordo perché non è magro): ripreso dalla televisione mentre segue l’azione, mima il colpo di testa con il suo testone calvo e poi ovviamente non può far altro che disperarsi.

Per il Senegal l’approdo agli ottavi di finale, dove affronterà la nazionale svedese, rappresenta già un gran successo. Caratterizzata da un insolito binomio nel ruolo di allenatore (Lagerback e Soderberg), la Svezia si presenta con il classico, consolidato 4-4-2 e, come da recente tradizione, priva di particolari stelle. Arriva al Mondiale senza troppi clamori ma dopo aver disputato un ottimo girone di qualificazione concluso con otto vittorie (fra le quali una ottenuta a Istanbul sulla Turchia); finora sta facendo bene, imbattuta e prima classificata in un girone della prima fase difficilissimo. Il Senegal scende in campo senza gli squalificati Fadiga e Diao. La Svezia parte decisa, ha un occasione con Magnus Svensson che conclude fuori, e poi passa in vantaggio: Henrik Larsson sfrutta una maldestra uscita del portiere Sylva e segna di testa, su calcio d’angolo. Di madre svedese e padre capoverdiano, già in campo nei Mondiali del ’94, Larsson è il miglior attaccante svedese del periodo e giocherà anche nella Coppa del 2006. La sua squadra di club è il Celtic Glasgow; poi passa al Barcellona e nella finale Champions 2006 sforna i due assist decisivi che regalano i titolo europeo al club catalano. Sul lungomare di Helsingborg, dove è nato, c’è una statua in suo onore.

Al minuto trentasette il Senegal perviene al pareggio grazie a un preciso rasoterra che Camara calcia dal limite a fil di palo. Nella ripresa Anders Svensson ha una buona possibilità, mentre Diouf impegna il portiere svedese Hedman su punizione. Nella Svezia al settantaseiesimo entra in campo Ibrahimovic, dell’Ajax, al suo primo grande appuntamento internazionale, e sfiora il gol con una pregevole azione in area: dribbling su Cissé, tiro e difficile parata di Sylva. I supplementari (di fatto solo un tempo) sono la fase migliore dell’incontro, con azioni su entrambi i fronti. Faye tira dalla distanza e il pallone termina di poco alto. Anders Svensson, all’altezza del dischetto, si gira, calcia fortissimo e coglie in pieno il palo alla sinistra del portiere. Diouf sfiora il palo della porta svedese al culmine di un’azione personale in area di rigore. Poi, al quattordicesimo minuto, la formazione africana scrive la storia: tacco di Thiaw per Camara che si libera di un paio di avversari e appena dentro l’area tira, la palla tocca il palo di destra ed entra in porta. È il golden gol che vale i quarti di finale. Il Senegal – la favola che diventa realtà – avanza ancora.

La gioia dei senegalesi al Mondiale 2002 – theindipendent.co.uk

Il calcio in Turchia ha casa nell’antica e splendida Istanbul, la sede delle tre principali squadre di club del paese che dominano da sempre il campionato (salvo la parentesi Trabzonspor, formazione di Trebisonda, sei titoli all’attivo a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta). Stanziato nella parte europea della città, precisamente nel centrale quartiere di Galata che per due secoli fu colonia della Repubblica di Genova, il Galatasaray deve il suo nome a uno storico liceo della città all’interno del quale il club fu fondato. È la squadra che raccoglie più tifosi nel paese e due anni prima del Mondiale nippo/coreano ha messo le mani sul primo trofeo internazionale della storia del calcio turco, vinto in finale contro l’Arsenal nettamente favorito. Si tratta della Coppa UEFA, appena riformata dalla federazione europea e che ora ingloba la defunta Coppa delle Coppe ma che, in virtù dell’allargamento della Champions League ad ulteriori squadre soprattutto delle leghe principali, ha perso una bella fetta del suo valore. L’epilogo di questo torneo è però funestato dalla violenza: alla vigilia della semifinale di andata tra Galatasaray e Leeds United, due tifosi inglesi sono accoltellati a morte nel centro di Istanbul; il tentativo di ottenere vendetta conduce a scontri tra tifosi anche a Copenaghen, prima della finale.

A Kadikoy, sulla sponda asiatica della metropoli, ha sede il Fenerbahce, campione in carica nel 2002. Invece ancora nella parte europea si incontra il Besiktas, il cui stadio – non distante da piazza Taksim e Gezi Park – è adiacente a Palazzo Dolmabahce e ad un enorme impianto militare con i muri tappezzati da gigantografie di Mustafa Kemal Ataturk. In anni recenti emergerà una quarta squadra radicata nell’estrema periferia di Istanbul e vicina a potere del presidente Erdogan, l’Istanbul Basaksehir, ma questa è un’altra storia. Si dice poi che i tre club turchi egemoni assumano anche una precisa connotazione dal punto di vista sociale: il Galatasaray sarebbe (condizionale d’obbligo, stante il seguito di massa che raccoglie) la squadra dell’aristocrazia, il Fenerbache della borghesia e in parte del popolo, il Besiktas completamente del popolo. I derby di Istanbul sono molto sentiti, contraddistinti da partite spesso difficili da gestire e da risse in campo che fanno il paio con le risse fra i tifosi; fra di essi emerge l’acerrima rivalità – tra le più accese al mondo – tra Galatasaray e Fenerbache in quello che è definito come il derby intercontinentale. Resta nella memoria collettiva quanto accaduto nel derby di Coppa del 1996, al termine della partita di ritorno, quando l’allenatore del Galatasaray Graeme Souness ha la bella idea di festeggiare la conquista del trofeo sventolando un’enorme bandiera del suo club in mezzo al campo, di fronte a tutto lo stadio del Fenerbache. I disordini sugli spalti sono sedati a stento.

Tanta passione calcistica quasi mai è stata ripagata dai risultati della selezione nazionale, assente al Mondiale dalla sua prima e unica partecipazione nel 1954 (si era qualificata anche quattro anni prima, nel ’50, ma poi aveva rinunciato). Da metà anni Novanta però la Turchia avvia la risalita: si qualifica agli Europei del ’96 e poi anche a quelli del 2000, dove raggiunge i quarti di finale, e nel 2008 sarà semifinalista del torneo continentale. Ma l’anno d’oro è il 2002. Gioca un buon girone di qualificazione al Mondiale, deve arrendersi alla Svezia ma ottiene la possibilità di disputare lo spareggio con l’Austria, e lo domina. Così la Turchia stacca il biglietto per la fase finale della Coppa dopo quasi quarant’anni di assenza. È una selezione sulla quale non è semplice fare affidamento, se analizziamo i risultati pre-mondiale: vittoria sul Cile, pari con la Corea del Sud, sconfitte rimediate da Ecuador e Sudafrica. Sorteggiata in un girone comunque abbordabile, il passaggio del turno si potrebbe considerare già un ottimo risultato.

I calciatori turchi a volte sono chiamati per nome, altre volte per cognome – così come accade per i portoghesi – altre volte ancora assieme, ma siccome non sono molto noti, la scelta dell’appellativo non è così scontata. A differenza di un passato anche recente, alcuni di loro si stanno facendo le ossa nei principali campionati d’Europa e risulteranno fra i migliori interpreti del torneo mondiale. Rustu è il portiere titolare: si presenta in campo con due linee di colore sotto gli occhi, come un pellerossa, perché lo aiuta a non essere accecato dai riflettori. Gioca un’ottima Coppa anche Alpay, difensore dell’Aston Villa e uomo che coordina la difesa turca. Tugay è il regista arretrato; Basturk (del Bayer Leverkusen) ed Emre Belozoglu (dell’Inter) partono dalla mediana e si inseriscono in attacco. Il reparto avanzato è composto da Hasan Sas (due gol e tre assist nel torneo) che spesso si aggiunge a centrocampo, e da Hakan Sukur. Quest’ultimo tenta a più riprese la fortuna in Italia e Inghilterra, ma con scarsi risultati, mentre è sempre protagonista in patria con il Galatasaray; segna nel complesso cinquantuno reti in nazionale, ma il suo Mondiale non è granché. A fine carriera Hakan Sukur è eletto deputato, poi diventa oppositore di Erdogan e deve lasciare il paese per sfuggire all’arresto. I titolari e il modulo definitivo (3-5-2) della nazionale turca prendono forma a Mondiale in corso. Il tecnico si chiama Senol Gunes, è stato il portiere del Trabzonspor negli anni d’oro ed è piuttosto sconosciuto nel mondo del calcio poiché ha sempre allenato in Turchia.

All’esordio contro i brasiliani, la nazionale turca inizia senza mostrare particolari timori reverenziali e Tugay sfiora la traversa su calcio di punizione deviato. Ma con il passare dei minuti cresce il Brasile: Juninho si rende pericoloso con un tiro quasi all’incrocio e Rivaldo di testa, su assist di Ronaldo, obbliga Rustu a una grande parata; poi è ancora Rustu in uscita bassa a negare il gol a Ronaldinho, pronto a calciare a rete. Siamo ormai nel recupero della prima frazione quando la Turchia assesta il colpo a sorpresa: c’è un bel passaggio di Basturk per Hasan Sas, il quale si trova a pochi passi dalla porta brasiliana e non sbaglia, realizzando l’uno a zero per i turchi.

I brasiliani però partono alla grande nella ripresa e pervengono immediatamente al pareggio grazie all’asse Rivaldo – Ronaldo: assist del primo, spaccata al volo del secondo, uno a uno. Ci prova da lontano Umit; Rustu, in grande giornata, nega il gol a Lucio e Juninho. E poi entra in scena – non richiesto da alcuno – l’arbitro sudcoreano Kim Young Joo. Mancano cinque minuti al termine e Alpay trattiene Luizao, che è subentrato a Ronaldo, lanciato a rete: la seconda ammonizione è inevitabile, ma il direttore di gara si inventa anche un calcio di rigore per un fallo che è stato commesso almeno cinque metri prima del limite dell’area. Rivaldo realizza e porta il Brasile sul due a uno, risultato che reggerà sino al termine nonostante la buona occasione occorsa ad Hasan Sas poco dopo, di testa. A pochi istanti dal fischio finale, nel restituire la sfera ai brasiliani, Unsal calcia malamente il pallone verso Rivaldo colpendolo sulla coscia: Rivaldo si butta terra con le mani volto, Unsal lo guarda divertito ma l’arbitro consulta l’assistente – tra l’altro a un metro dal fatto – e poi espelle il turco. Rivaldo ammetterà la sceneggiata nel post-partita – non aveva molte alternative al riguardo – e se la caverà con una multa comminata dalla FIFA.

Seppur sconfitti, i turchi lasciano buone impressioni nel primo incontro del torneo (dirà il loro tecnico: “La partita era sotto controllo, ma ciò che non potevamo controllare era l’arbitro4)Yousef Teclab, Turkey and the momentous journey to the 2002 World Cup semi-finals, These Football Times; invece la sfida con la Costa Rica rappresenta un passo indietro. La partita è bloccata nella prima frazione e si accende solo nella ripresa: vantaggio della Turchia con Emre dopo dieci minuti, poi diverse occasioni a favore dei centroamericani e pareggio nel finale grazie al gol di Parks. Ora ai turchi serve una larga vittoria sulla Cina già eliminata, auspicando nel contempo una sconfitta dei costaricensi contro il Brasile. Ed è ciò che avviene. Turchia – Cina è decisa sin dai primi minuti grazie ai gol di Hasan Sas e Bulenyt, poi alla fine Umit sigla il tre a zero; il Brasile si impone cinque a due, e la nazionale turca ha il via libera per il passaggio del turno.

A quel punto la Turchia inizia a stupire sul serio. Contro la maggior parte dei pronostici, supera il Giappone padrone di casa negli ottavi di finale e così approda fra le prime otto nazionali al mondo, dove è attesa alla sfida con la nazionale senegalese.

A Osaka, il 22 giugno del 2002, va in scena il quarto di finale più sorprendente e improbabile che si sia mai visto ai Mondiali di calcio, almeno dai tempi di Portogallo – Corea del Nord del 1966. Entrambe le squadre possono schierare la loro migliore formazione. Turchia: Rustu; Fatih, Alpay, Bulent (individuato anche come Korkmaz); Davala, Basturk, Tugay, Emre, Ergun (o Penbe che dir si voglia); Hasan Sas, Hakan Sukur. Senegal: Sylva; Coly, Diatta, Papa Malick Diop, Daf; Papa Bouba Diop, Cissé, Diao; Camara, Diouf, Fadiga.

Nel corso del primo tempo gli africani impongono il gioco, sfiorando la marcatura in almeno un paio di occasioni: Fadiga conclude dal cuore dell’area di rigore, respinge Rustu, poi la palla è calciata in rete ma il gol è annullato – giustamente, visti i precedenti è il caso di precisarlo – per fuorigioco; ancora Fadiga, al culmine di un’efficace ripartenza senegalese, entra in area sulla sinistra e calcia, sfiorando il palo. Sul finire della prima frazione di gioco si assiste però alla migliore occasione turca dei regolamentari. L’azione è molto veloce: colpo di testa di Hakan Sukur verso Hasan Sas, il quale lancia Basturk che sull’uscita di Sylva tocca di testa, la palla sta rotolando in rete ma accorre velocissimo Daf e salva sulla linea un gol già fatto.

Gioca meglio la Turchia nel secondo tempo, però nel complesso non accade molto. Si annota soltanto una punizione di Diouf per i senegalesi terminata di poco alta e a metà ripresa un lob dal limite dell’area di Mansiz, appena entrato al posto di Hakan Sukur, che supera anch’esso la traversa non di molto. Dopo novanta minuti il risultato non si sblocca dallo zero a zero e quindi si passa ai tempi supplementari.

Il Senegal giunge ai supplementari senza aver sostituito neppure un uomo. La Turchia invece i cambi li ha fatti: oltre a Mansiz, in campo è entrato Arif per Emre. A breve il tecnico Gunes avrà la conferma di averli azzeccati entrambi. Solo tre minuti sono passati dal fischio di avvio quando Rustu recupera la sfera e rilancia immediatamente l’azione turca verso Arif, che scappa sulla fascia destra e passa la metà campo; c’è un tackle dei senegalesi, forse è fallo, ma la sfera giunge lo stesso a Davala, sempre sulla destra. Davala avanza, crossa in area dove Mansiz taglia in diagonale, anticipando così Diatta, e compie una bellissima deviazione al volo: la palla supera Sylva ed entra in rete, in prossimità del palo lontano. Turchia uno, Senegal zero, la partita è finita.

Ilhan Mansiz del Besiktas è davvero l’eroe per un giorno: autore di quello che al momento è il gol più importante nella storia del calcio turco, sarà interprete di una carriera calcistica, sia prima che dopo il Mondiale del 2002, senza troppi squilli ed essenzialmente anonima. Ma nel calcio succede, è una parte della sua bellezza. Oltre tutto Mansiz iscrive il suo nome sull’ultimo golden gol della storia della coppa, almeno attualmente (e si spera anche nel futuro). La Turchia approda ad una storica semifinale mondiale, nella quale riuscirà a non partire sconfitta a priori e saprà vendere cara la pelle; è un traguardo raggiunto attraverso una solida difesa inviolata da tre incontri, ma anche sfruttando a dovere gli incroci non proibitivi che il tabellone le ha riservato. E se pensiamo che ad oggi la Turchia non è più riuscita neanche a qualificarsi per i Mondiali, l’impresa assume contorni epici.

Come accaduto dodici anni prima sui campi italiani, l’Africa calcistica sfiora un’altra volta quell’accesso fra le quattro migliori al mondo che in questa occasione, contro una nazionale non di primo piano, sembrava davvero a portata di mano. Ma seppur di poco, ancora fallisce.

immagine in evidenza: la nazionale turca prima della semifinale

References   [ + ]

1. Yousef Teclab, The joy and despair of a superb Senegal side at the 2002 Africa Cup of Nations, These Football Times
2. Fernando Mahia, Senegal frente a la nostalgia de 2002, Revista Libero n. 25
3. Giuseppe Pastore, La Nazionale più emozionante della storia, l’Ultimo Uomo
4. Yousef Teclab, Turkey and the momentous journey to the 2002 World Cup semi-finals, These Football Times