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Corea/Giappone, 2002
III. Il tracollo delle grandi d’Europa: Portogallo e Italia

Grandi aspettative circondano la nazionale portoghese che torna ai Mondiali dopo sedici anni di assenza. I lusitani sono protagonisti di un processo di crescita già anticipato dai buoni risultati raccolti nel corso dei campionati europei (quarti di finale nel ’96, semifinale nel 2000) e che negli anni successivi li condurrà stabilmente ai vertici del calcio internazionale. Il percorso del Portogallo verso l’Estremo Oriente è impressionante: zero sconfitte – in un girone di qualificazione davvero complesso – e trentatré gol all’attivo in dieci incontri, con la perla della vittoria sulla nazionale olandese a Rotterdam per due a zero grazie alle reti di Sergio Conceicao e Pauleta.

Il reparto centrale portoghese è di altissimo livello. Accanto al leader della squadra Luis Figo del Real Madrid incontriamo Sergio Conceicao, esterno di centrocampo dell’Inter ma artefice del suo calcio migliore negli anni alla Lazio, con la quale vince un titolo italiano nel 2000. E in più c’è Rui Costa, uno splendido regista dotato di una gran tecnica e di intelligenza, di tempi perfetti, per quanto non eccessivamente combattivo – di certo riflessivo – e poco prolifico in zona gol. Rui Costa è campione del Mondo under 20 nel 1991 nella finale giocata a Lisbona contro il Brasile e nel ’94 è vicecampione d’Europa under 21; vince la Champions League con il Milan nel 2003, l’anno dopo è campione d’Italia e sempre nel 2004 raggiunge la finale europea con la sua nazionale. Ma quello nippo-coreano è il suo unico Mondiale: già trentenne, è spesso lasciato in panchina, inclusa l’ultima decisiva partita. Le sue squadre di club sono state Benfica (di cui diventa dirigente a fine carriera), Fiorentina e Milan. È un uomo di buone letture ed è anche dotato di una certa profondità interiore, di classe e leggerezza che gli consentono, fra le altre cose, di esprimersi così: “Mi sono spesso chiesto se si può essere felici quando si corre dietro ad un pallone. No, non può bastare; però se a questo si aggiunge che la salute è buona, che accanto si hanno una donna splendida e un bambino meraviglioso, che i tuoi genitori ti sono sempre stati vicini e che le tue città si chiamano Lisbona e Firenze, allora è impossibile non essere felici 1)Tommaso Giagni, Re di se stesso, l’Ultimo Uomo

All’esordio mondiale contro la nazionale statunitense, il ct portoghese Olivera schiera una formazione troppo sbilanciata in avanti, con la presenza in campo sin dal primo minuto dei tre centrocampisti offensivi di cui sopra e di due attaccanti (pur restando sempre nell’ambiente, Olivera di fatto smetterà di allenare dopo il Mondiale, ma prenderà una laurea in giurisprudenza). L’esito è un incubo: dopo poco più di mezzora i lusitani sono già sotto di tre reti. Terzo minuto e O’Brien segna il primo gol sugli sviluppi di un calcio d’angolo; al ventinovesimo la difesa portoghese pasticcia, Donovan calcia dalla fascia destra (il suo probabilmente è un cross) e la palla colpisce la testa di Jorge Costa prima di terminare nella rete portoghese; altri sei minuti e Sanneh crossa sempre dalla destra, McBride è in mezzo a due difensori avversari ma riesce a colpire di testa e infilare il terzo gol americano. La rete di Beto e l’autogol di Agoos – in netto anticipo sull’avversario, solo e scoordinato – non sono sufficienti al Portogallo per evitare una clamorosa sconfitta.

Su questa sfida sono illuminanti le parole di Dave Sarachan, assistente del ct americano: “Eravamo nel tunnel prima di entrare in campo, quando hai l’altra squadra proprio di fronte: mi ricordo che guardavo Figo, così come alcuni dei suoi compagni, e sembravano stanchi ancora prime di iniziare. Venivano da una lunga stagione, alcuni avevano giocato la Champions League. Sembravano davvero battibili2)Nick Rosano, USA Greatest World Cup Moments, No. 4: Yanks shock Portugal, the world in South Korea, MLS soccer. Nella partita successiva, al cospetto di una Polonia piuttosto spenta, il Portogallo si riprende. Vince quattro a zero, Pauleta è autore di una tripletta mentre il quarto gol porta la firma di Rui Costa, che sconta la sconfitta iniziale e ha passato buona parte dell’incontro in panchina.

A questo punto il Portogallo è atteso alla sfida cruciale, per niente semplice, contro i padroni di casa della Corea del Sud: una vittoria vorrebbe dire qualificazione certa, ma anche un pari potrebbe bastare. Per i coreani invece il pareggio costituisce un risultato più che sufficiente per garantirsi gli ottavi di finale. Corea del Sud – Portogallo è una partita violenta per la quale però pagano soprattutto gli europei. Al ventiseiesimo Joao Pinto esegue una dura entrata a forbice su Park Ji Sung; l’arbitro argentino Sanchez sventola il rosso diretto e i portoghesi restano in dieci. Però reggono. Un gol coreano è annullato nel primo tempo per evidente carica sul portiere, mentre Pauleta, lanciato verso la porta da Figo, spreca una buona opportunità. L’equilibrio si mantiene nella ripresa: Seol Ky Yeon sfiora il palo con un colpo di testa; Pauleta impegna il portiere coreano Lee Woon Jae in un’impegnativa parata.

È il minuto sessantacinque quando un altro portoghese, Beto Severo, è espulso per doppia ammonizione. Cinque minuti dopo, con due uomini in meno in campo, il Portogallo capitola: cross di Lee Ypung Pyo, Park Ji Sung controlla in area, disorienta Sergio Conceicao e infila Vitor Baia. Nell’altro incontro, però, gli americani stanno perdendo pesantemente con la Polonia: un eventuale pareggio aprirebbe ai lusitani le porte degli ottavi, poiché in caso di arrivo a pari punti conta la differenza reti e i portoghesi possono sfruttare l’ampia affermazione ottenuta nella precedente partita. E nonostante la situazione disperata, il Portogallo sfiora a più riprese il gol, con Figo su punizione, con Nuno Gomes e con Segio Conceicao che prende il palo. Ma è tutto inutile, la Corea del Sud vince uno a zero.

Le periferie calcistiche si stanno sollevando. I nomi delle due nazionali qualificate costituiscono una nuova, imprevista sorpresa: Corea del Sud e Stati Uniti d’America si sono infatti imposte sulle europee, e per i portoghesi la delusione è davvero grossa. Come la Francia, il Portogallo quindi riprende il volo per casa dopo appena tre partite, ma non è il solo dato che li accomuna in quei mesi. Nel novembre precedente la nazionale portoghese aveva giocato allo Stadio Josè Alvalade di Lisbona, la casa dello Sporting, un’amichevole pacificatrice contro l’Angola, il paese africano ex colonia portoghese piagato altresì da una dura guerra di liberazione. Si ripresenta quindi lo stesso contesto dell’incontro giocato tra francesi e algerini circa un mese prima, e se l’esito non è disastroso quanto Francia – Algeria, poco ci manca. La partita è interrotta al minuto sessantasette con il Portogallo avanti cinque a uno, quando per infortunio – e terminate le sostituzioni – gli angolani restano in sei: agitati, nervosi e parecchio fallosi, hanno ricevuto quattro espulsioni nel giro di un’ora. Seppur accompagnata dalle migliori intenzioni, anche in questo caso la sfida con l’ex paese occupante non è ancora un’amichevole.

Donovan festeggia, Figo recrimina – thetelegraph.co.uk

Italia – Ecuador rappresenta l’esordio degli azzurri nella Coppa, nonché in assoluto la prima partita al campionato del Mondo di calcio per la formazione sudamericana. L’Ecuador ha disputato un ottimo girone di qualificazione nel corso del quale ha ottenuto anche un’importante affermazione sul Brasile, battuto a Quito per uno a zero; il gol che ha deciso l’incontro porta la firma di Augustin Delgado, attaccante, l’elemento più noto di tutta la squadra. La pratica è però risolta dagli italiani già nella prima mezzora: al settimo Panucci lancia sulla destra Totti, che arriva sul fondo e poi scarica in mezzo per l’accorrente Vieri, il cui tiro di prima si infila sotto la traversa; passano venti minuti e, su tipica azione di contropiede, ancora Vieri corre palla al piede verso la porta avversaria per depositare in rete il due a zero. Seppur non eccezionale, la selezione italiana sembra in pieno controllo, ma è un illusione che svanisce già durante il secondo incontro del girone: Croazia – Italia.

Sconfitti all’esordio dal Messico, i croati non sono più la temibile squadra che solo quattro anni prima ha sorpreso il mondo del calcio. Nel 2002 molti dei giocatori protagonisti del torneo francese sono assenti; anche l’allenatore è cambiato, davanti gioca Boksic – ma ormai è agli sgoccioli della carriera -, e la squadra è guidata da Milan Rapaic nel ruolo di regista. L’Italia passa in vantaggio nel corso della ripresa nuovamente grazie a Vieri, all’ottavo gol mondiale in due edizioni del campionato. Poi in appena tre minuti la Croazia ribalta il risultato con i gol di Olic e di Rapaic, mentre la formazione azzurra pare andata completamente nel pallone. Nel finale una stramba realizzazione italiana – lancio innocuo da cinquanta metri di Materazzi che si infila in porta senza che nessuno tocchi la sfera, e la dice lunga sul tasso tecnico dell’incontro – viene annullata dall’arbitro per un presunto fallo di Inzaghi, inesistente. In tre partite nella fase a gironi, l’Italia vedrà annullati altrettanti gol con ogni probabilità regolari, e questo alimenta nell’ambiente azzurro una sorta di sindrome di persecuzione e di accerchiamento.

Per la sfida contro il Messico, gli italiani scendono in campo con una formazione più offensiva che prevede Totti dietro le punte Vieri e Inzaghi: è un segnale di confusione da parte del commissario tecnico, ma in ogni caso non funziona. I messicani passano in vantaggio nel corso del primo tempo con un colpo di testa, spalle alla porta, di Borgetti, e bisogna attendere il minuto ottantacinque per il pareggio italiano siglato da Del Piero. Il pareggio è comunque sufficiente per l’Italia, in quanto nell’altro incontro l’Ecuador è riuscita a superare la formazione croata per uno a zero con un gol di Mendez, dopo aver rischiato in almeno un paio di occasioni di andare sotto.

Da due anni la panchina italiana è stata affidata a Giovanni Trapattoni, che ha sostituito nel ruolo il suo ex portiere Dino Zoff, ovvero l’uomo che ha guidato l’Italia a sfiorare il titolo europeo e che si è dimesso in polemica con Silvio Berlusconi per le aspre critiche ricevute dopo la finale europea persa. Trapattoni ha indubbiamente alle spalle una grande carriera di allenatore, ma è arrivato al ruolo di ct azzurro probabilmente fuori tempo massimo; inoltre l’ampia esperienza accumulata non pare tenerlo del tutto al riparo dalla tensione che comporta la posizione assunta e il contesto del torneo. L’Italia disputa un valido girone di qualificazione, per quanto non troppo impegnativo, dal quale esce imbattuta e con soli tre gol incassati. In Corea e Giappone è per forza di cose fra le favorite al titolo.

Pericolosamente, però, l’Italia evidenzia gli stessi punti di forza e le stesse debolezze palesati quattro anni prima. Da una parte schiera un ottimo portiere, una grande difesa composta da Nesta e Cannavaro come centrali, e da Panucci e Maldini sulle fasce, e poi ancora un attacco portentoso con la conferma di Vieri a livelli assoluti, la classe di Francesco Totti e sostituti del calibro di Del Piero e Inzaghi. Sull’altro piatto della bilancia pesano una certa debolezza a centrocampo, la presenza di seconde linee spesso non all’altezza dei titolari e più di tutto la mancanza di un vero e proprio gioco. E tutto questo nonostante l’alto tasso tecnico diffuso nella selezione e in generale nel calcio italiano: una buona metà dei titolari del 2002 sarà protagonista in prima persona nell’edizione successiva della Coppa, dall’esito trionfale.

Il secondo posto nel girone significa incrociare la Corea del Sud negli ottavi del torneo ed è la settima volta nella storia che gli italiani sono costretti a sfidare la nazionale padrona di casa durante la fase finale di un Mondiale. È anche la settima volta consecutiva che gli azzurri superano la prima fase della competizione. L’Italia approda quindi alle partite a eliminazione diretta con poche certezze e il persistente sospetto di essere vittima degli arbitraggi; è l’unica superstite fra le quattro grandi dell’ultimo torneo continentale, ma il tracollo di questa europea è soltanto rimandato.

Alle otto e mezza di sera di martedì 18 giugno 2002 sugli spalti del World Cup Stadium di Daejeon viene formata una scritta enorme che recita “AGAIN 1966”. Corea del Sud e Italia si sono già affrontate una volta ai Mondiali nell’edizione ’86, durante il girone della prima fase, e in quell’occasione vinsero gli europei per tre a due; ma è un precedente che pochi ricordano. La sfida calcistica tra coreani e italiani riconduce inevitabilmente alla storica e impensabile sconfitta patita dagli azzurri nel corso dei Mondiali inglesi, appunto nel 1966, per mano però dei fratelli-nemici del nord. Il tifo dei coreani è impressionante e venato da un’ostilità per certi aspetti eccessiva. I cori del pubblico, una marea che colora di rosso tutto l’impianto, accompagneranno quasi incessantemente tutto l’ottavo di finale. Nello stadio viene srotolata anche una gigantesca bandiera sudcoreana, mentre qua e là compaiono scritte come “Porta dell’inferno”, in italiano o inglese (il significato di quelle in coreano rimane ignoto, ma il tenore è intuibile). La nazionale italiana pare chiamata a svolgere il ruolo di vittima sacrificale sull’altare del paese che ospita il torneo.

Il ct Hiddink mette in campo l’undici titolare della Corea, un 3-4-3 così composto: Lee Won Jae; Choi Jin Cheul, Hong Myung Bo, Kim Tae Young; Song Chong Gug, Kim Nam Il, Yoo Sang Chul, Lee Young Pyo; Park Ji Sung, Ahn Jung Hwang, Seol Ki Hyeon. Risponde l’Italia con: Buffon; Panucci, Iuliano, Maldini, Coco; Zambrotta, Tommasi, Zanetti; Totti; Del Piero, Vieri. Trapattoni sceglie di nuovo una formazione all’apparenza offensiva con tre punte, ma i problemi dell’Italia sono dietro. La difesa è a pezzi: assenti Nesta (a causa dei postumi di un infortuno rimediato nel secondo incontro) e Cannavaro (per squalifica), al loro posto giocano Iuliano e Coco – l’unico italiano che milita in un club straniero -, schierato sulla sinistra con Maldini dirottato al centro; le forzate modifiche del pacchetto arretrato peseranno molto sui destini italiani. La sfida rappresenta un momento decisivo nello sviluppo del campionato ed è l’incontro più emozionante di tutto il torneo, anche se tecnicamente non lascia molte tracce alle spalle.

Quarto minuto e prima svolta della partita: Coco riceve già un’ammonizione per un fallo commesso su di un avversario scattato sulla fascia destra; Song Chong Gug calcia in mezzo la punizione, nella mischia Panucci strattona l’attaccante Seol Ki Hyeon e lo butta a terra. Per il direttore di gara Byron Moreno è calcio di rigore. Ahn va sul dischetto, Buffon si allunga sulla sua destra, il tiro è parato e salva così l’Italia da un immediato e molto pericoloso svantaggio.

L’Italia si riprende all’undicesimo, quando dall’area di rigore Vieri calcia sul palo lontano e la sfera vola poco oltre l’incrocio dei pali. Al diciassettesimo Kim Tae Young riceve il cartellino giallo per un’entrata da dietro su Vieri; alla fine dei conti, anche quest’incontro sarà caratterizzato da un comportamento estremamente falloso. I giocatori azzurri vivono un buon momento e un minuto dopo passano in vantaggio: calcio d’angolo battuto da Totti, Vieri svetta nell’area piccola – resistendo alla pressione di Choi, che lo tira anche per la maglietta – e anticipa il portiere mettendo di testa in rete. Quarto gol di Christian Vieri che esulta con il dito sulle labbra a voler zittire i tifosi avversari. La tensione a Daejeon è evidente.

La strada sembrerebbe in discesa ma il vantaggio frena la nazionale azzurra, che adesso aspetta gli avversari e abbozza qualche contrattacco senza davvero creare alcunché. I coreani non trovano spazi per rendersi pericolosi – e Maldini domina in difesa – sino a che, al minuto trentasei, Ahn sfrutta un rimpallo, si sistema di tacco la sfera e calcia verso la porta, sfiorandola. Poco dopo un grandioso assist di Totti per vie centrali mette Tommasi solo davanti al portiere sudcoreano, che esce molto bene e chiude la porta. Al quarantatreesimo Coco prende un colpo sull’arcata sopraccigliare sferrato involontariamente da Choi, e continua la gara con una vistosa fasciatura. In precedenza è stato ammonito Totti per aver allargato il gomito verso l’avversario. È lo scadere quando ancora Ahn, il più attivo dell’attacco coreano nonostante il peso del rigore non realizzato, ci prova da fuori area e Buffon blocca.

Termina la prima frazione di gioco con la formazione italiana avanti uno a zero. Il leitmotif della serata pare evidente: è la sfida tra una squadra limitata tecnicamente – ma volenterosa, in ottima forma atletica e sospinta da un sostegno caloroso quanto ossessivo, contro una squadra nettamente superiore che si sta autolimitando. E il copione non muta neppure nella ripresa, che vede l’Italia attendere i coreani ancora più indietro, rintanata nella propria metà campo. La Corea del Sud raccoglie punizioni dal limite che non sfrutta; l’Italia riceve due ammonizioni in cinque minuti fra i propri centrocampisti, Tommasi e Zanetti. In mezzo, un’opportunità per Del Piero: tiro al volo in area avversaria che coglie in pieno Choi, abbattendolo.

Manca ancora mezzora alla fine dei tempi regolamentari e il tecnico azzurro richiama in panchina Del Piero, apparso vivace e volenteroso, per mandare in campo Gattuso, un centrocampista difensivo. È inevitabile interpretare la mossa di Trapattoni come l’intenzione esclusiva di difendere il minimo scarto di vantaggio, l’atteggiamento troppo spesso associato al calcio italiano che Xavier Jacobelli, su Tuttosport del giorno dopo, definirà giustamente un “congenito, fottutissimo e insopportabile difensivismo3)John Foot, Calcio, Rizzoli, 2007. Hiddink invece inserisce due attaccanti, Hwan Sun Hong e Lee Chun Soo, per un difensore e un centrocampista. Le occasioni da rete latitano, il gioco violento invece no: Choi Jin Cheul, impunito, entra duro su Zambrotta che deve lasciare il campo per Di Livio (dall’aspetto sempre più simile a Robert De Niro in Cape Fear); più tardi Maldini prende un calcio sulla nuca a palla lontana, non sanzionato dall’arbitro.

La formazione italiana ritorna pericolosa al minuto trenta, quando un lancio dalle retrovie pesca davanti Vieri, che entra in area – con Totti solo sulla sinistra – e calcia però fuori. Dopo un ottimo primo tempo, Vieri è terribilmente calato nella ripresa; ma due minuti dopo però lotta caparbiamente, riconquista la palla e il suo tiro, deviato, sfiora la traversa. È poi il momento di una grande azione personale di Totti, che giunge sino al limite dell’area ma non tira, né passa a un compagno, e così l’occasione sfuma con il recupero degli avversari. Nonostante la spinta coreana, la squadra che pare avere il colpo in canna per chiudere l’incontro sembra l’Italia.

A pochi istanti dal novantesimo, con gli azzurri che paiono abbastanza padroni del proprio destino, la Corea manovra in maniera prolungata nella metà campo avversaria: la palla arriva in area, Panucci è in netto anticipo ma sbaglia il rinvio e il pallone resta lì, nella piena disposizione di Seol che ha gioco facile a metterlo in rete, siglando così l’uno a uno. Ripresa del gioco, azione di Tommasi sulla sinistra, palla in mezzo per l’accorrente Vieri che è solo, con la porta di fatto sguarnita e tocca… alto! Lì cambia tutto. La Corea è rinata, prova addirittura il colpo decisivo nel recupero con Ahn in rovesciata – Buffon respinge – e con Seol, fuori.

La partita quindi si prolunga ai supplementari. Vige la regola del golden gol ma le due squadre si affrontano comunque a viso aperto, con attacchi però confusi e parecchi errori tecnici. La nazionale asiatica sembra trasformata e con il passare dei minuti comincia a premere come mai prima. Al minuto dodicesimo la Corea può sfruttare una punizione poco oltre il limite dell’area e in posizione centrale: calcia Hwang, la barriera salta ma la palla è rasoterra e Buffon deve allungarsi in una difficile parata che toglie la sfera dall’angolino basso. Anche Lee Young Pyo ci prova dalla distanza. Poi, ecco un altro momento chiave dell’incontro: Totti entra in area di rigore ed è steso da Song. L’arbitro, piuttosto lontano dall’azione e probabilmente in carenza di ossigeno – d’altronde è un pingue signore ecuadoregno dal viso rubicondo, ma non troppo simpatico, e i capelli impomatati – fischia e tutti pensano al calcio di rigore. Invece sanziona una simulazione e sbatte fuori Totti per doppia ammonizione. Infuriato, Trapattoni batte i pugni contro il vetro dietro di sé, al di là del quale un delegato FIFA allarga le braccia come a voler dire “Che posso farci io?”.

Prima del fischio che avvia il secondo supplementare, i coreani si stringono in cerchio ed è probabile si siano detti che l’occasione è storica e da non perdere – in casa con un uomo in più contro gli italiani –, ma di fatto non riescono a costruire niente di particolare. Anzi: al sesto minuto l’Italia sfrutta ancora una volta i buchi lasciati dalla difesa avversaria e Vieri libera Tommasi solo davanti al portiere Lee; Tommasi lo scarta e mette in rete, ma l’assistente Rattalino sbandiera l’offside e il gioco viene fermato. Fuorigioco inesistente. A questo punto l’Italia mostra una preoccupante sbandata, probabilmente innervosita – e non a torto – da quella che ritiene l’ennesima decisione arbitrale favorevole ai padroni di casa: cross da sinistra, tre giocatori coreani sono praticamente liberi in area di rigore italiana, ma Hwang indirizza di testa in bocca a Buffon. Si segnala ancora un azione personale di Gattuso che entra in area sulla destra, conclude a rete e costringe l’estremo coreano Lee a prodursi in una grandissima parata, fondamentale nel tenere ancora in gioco la sua nazionale.

È il minuto centodiciotto dell’incontro a regalare l’ultimo, decisivo sussulto della durissima contesa. Palla lunga per Lee Chun Soo sulla fascia sinistra, verso il fondo, e poi indietro a Lee Youn Pyo; cross in area, Ahn supera Maldini, colpisce di testa e mette in rete. Golden gol, due a uno, la Corea del Sud ha vinto l’incontro! Per Maldini è l’epilogo, tristissimo e immeritato, della sua gloriosa carriera in maglia azzurra. Ahn piange incredulo, esplodono i fuochi d’artificio e i giocatori coreani restano in campo ancora per molto tempo, per festeggiare assieme ai tifosi in delirio.

L’Italia abbandona il campionato del Mondo in modo pressoché identico a come, due anni prima, ha lasciato per strada un titolo europeo. La Corea del Sud compie il suo miracolo calcistico e passa ai quarti di finale, eliminando una grande del calcio internazionale. Ma la nuova clamorosa sconfitta patita per mano di un nazionale coreana, del nord o del sud che sia, non è paragonata all’umiliante debacle di trentasei anni prima. I giornali sportivi italiani presentano titolo cubitali di questo tenore: Vergogna; Ladri; Furto. Il colpevole dell’eliminazione è stato identificato nel direttore di gara, e il mandante nella federazione internazionale, mobilitata a favore della nazionale padrona di casa (l’unica superstite, stante l’eliminazione del Giappone nel pomeriggio) e avversa alla nazionale italiana per complicate ragioni politiche. Byron Moreno diventa il famigerato esecutore degli azzurri, in odore di corruzione. E non basta poiché poco tempo dopo la federazione dell’Ecuador lo sospende dall’attività, a causa di un arbitraggio smaccatamente a favore del club Liga Quito: nello stesso periodo, infatti, Moreno è candidato al consiglio comunale proprio della città di Quito, ma in ogni caso verrà trombato lo stesso dagli elettori. Torna ad arbitrare ma viene cacciato di lì a breve in via definitiva – ed è passato meno di un anno dall’ottavo del Mondiale. In ultima analisi la sua figura emergerà come quella di un povero disgraziato e poco altro quando, nel 2010, è fermato all’aeroporto JFK di New York carico droga e di conseguenza costretto a trascorrere un po’ della sua vita nelle galere statunitensi per traffico di stupefacenti.

I fischi di Moreno a esclusivo vantaggio dei coreani – tra l’altro, il principale responsabile dell’errore sul gol annullato a Tommasi è stato il guardalinee – mettono un po’ in secondo piano le colpe degli italiani e con ogni probabilità salvano la panchina di Trapattoni. Perché bisogna essere onesti: fino a pochi istanti dal novantesimo l’Italia era in vantaggio, ha sbagliato diverse occasioni da rete e nel complesso ha rinunciato a imporre il proprio gioco al cospetto di un avversario che, con tutta la buona volontà, è proprio impossibile giudicare allo stesso livello della squadra italiana. Nel corso dei tempi regolamentari si può rimproverare all’arbitro e ai suoi assistenti un’eccessiva condiscendenza nei confronti del gioco duro coreano, un comportamento già verificatosi nella precedente partita dei padroni di casa, e non altro. Però nei supplementari sì, sul campo di Daejeon qualcosa di poco corretto, e di poco bello per gli amanti del gioco, è davvero accaduto.

References   [ + ]

1. Tommaso Giagni, Re di se stesso, l’Ultimo Uomo
2. Nick Rosano, USA Greatest World Cup Moments, No. 4: Yanks shock Portugal, the world in South Korea, MLS soccer
3. John Foot, Calcio, Rizzoli, 2007