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Corea/Giappone, 2002
I. What’s going on

Cosa sta succedendo nel mondo intorno a quel 2002?

In Argentina la recessione economica, accompagnata da disoccupazione e corruzione diffusa, provoca un’ondata di proteste popolari: ci sono scontri lungo le vie, e vittime, spesso per mano di guardie private poste a difesa delle banche, diventate il principale bersaglio dell’odio dei manifestanti assieme al ceto politico. Lo Stato è sull’orlo del fallimento; i durissimi moti di piazza del 20 e 21 dicembre 2001, nonostante lo stato di emergenza proclamato dal governo, inducono il presidente de la Rua ad abbandonare in elicottero il palazzo presidenziale – come gli americani in fuga Saigon nel ’75. È il primo di una serie di presidenti che cadranno uno dopo l’altro come birilli. Nei mesi successivi i lavoratori inaugurano un processo di occupazione e di gestione diretta delle fabbriche in crisi.

Il governo di Hugo Chavez, eletto nel 1998, proclama in Venezuela la rivoluzione bolivariana: consiste in un tentativo riformista di sostegno alla classi più povere, di nazionalizzazione delle attività economiche e di ricerca dell’indipendenza dagli Stati Uniti in politica estera. Nella primavera dell’anno mondiale un tentato colpo di Stato di puro stampo cileno – elementi reazionari dell’amministrazione, classi possidenti e beneplacito americano – è sconfitto dalla sollevazione popolare e dalla parte di esercito rimasta fedele a Chavez.

È l’anno in cui i brasiliani eleggono il loro primo presidente di estrazione popolare, Lula, altresì un amante del calcio – tifoso del Corinthians – tanto da farsi costruire un campo di gioco nei giardini di Palacio do Planalto. Avvia un programma di crescita economica che accompagnerà fuori dalla povertà milioni di suoi connazionali, ma le profonde diseguaglianze sociali del paese non troveranno rimedio.

In Bolivia i movimenti di massa che contestano i progetti di privatizzazione dell’acqua e del gas, tanto cari alle multinazionali, porteranno a breve al potere il Movimento al Socialismo di Evo Morales. È il decennio di sinistra dell’America Latina.

Nel contempo fra le giovani generazioni del mondo occidentale prende corpo in quegli anni un intenso movimento di critica al capitalismo globale, passato alla storia come no global: si esprime in molte forme, inclusa la violenza di piazza, e attraverso le più svariate parole d’ordine, inclusa l’ingenuità. Sono le ultime giornate rivoluzionarie dell’Ottocento. A Genova, uno dei luoghi in cui secoli prima il capitalismo è nato, nel luglio del 2001 si incontrano i capi dei sette paesi più industrializzati e la reazione presenta il conto ai manifestanti: un ragazzo muore; si assiste a pestaggi, arresti arbitrari, torture nella caserme della polizia – secondo Amnesty International, la più grave interruzione dei diritti umani in Occidente dal dopoguerra.

Una tremenda strage che sconvolge il mondo è la conseguenza dell’attacco terroristico ad opera di estremisti islamici sauditi contro le torri gemelli di New York e il Pentagono di Washington, l’undici settembre 2001. L’amministrazione USA e i suoi alleati rispondono con la politica di guerra al terrore, invadendo l’Afghanistan e due anni più tardi l’Iraq. Ma questo conflitto innesca anche un po’ ovunque il movimento pacifista più ampio e diffuso di sempre. È la fine del nuovo ordine mondiale instaurato dopo al caduta del Muro di Berlino solo dodici anni prima.

Non solo: è la storia dell’umanità, in ultima analisi storia di conflitti in ogni epoca, che non si arresta e va avanti.

Genova, luglio 2001

Anche nel calcio sta succedendo qualcosa. In sintonia con lo spostamento dei poli di sviluppo mondiale sempre più verso il Pacifico, in particolare sul versante asiatico, i Mondiali del 2002 si disputano in Corea del Sud e Giappone. Negli anni seguire, poi, la provenienza dei flussi di denaro che gestiscono il gioco sarà sempre più di origine orientale: Russia, Medio Oriente, Estremo Oriente (Cina), lo stesso fenomeno che pervade l’economia mondiale. Durante il torneo prevarrà l’illusione che tale spostamento stia avvenendo anche sul piano dei risultati calcistici.

Già storicamente teatro della diffusione di pratiche analoghe al calcio, più o meno contemporaneamente con altri parti del mondo (un gioco chiamato cuju praticato sotto la dinastia Han in Cina nel terzo secolo dell’era comune; il kemari, giocato nel Giappone medioevale), la passione per il pallone esplode in Asia con tutto il suo fragore all’inizio del Ventunesimo secolo. Leghe professionistiche sono presenti in forma stabile in Giappone e Corea, ma iniziano a prendere piede anche in Cina, India, Thailandia, Malaysia, Indonesia, Vietnam, e la confederazione asiatica – AFC, con sede a Kuala Lumpur – comincia a funzionare in modo regolare e produttivo. La grande passione calcistica, soprattutto nella parte più orientale del continente, trasforma milioni di persone in tifosi e quindi in potenziali acquirenti del mercato calcistico, sotto l’aspetto televisivo e non solo. Metà dei telespettatori delle future coppe del mondo saranno asiatici.

L’assegnazione del Mondiale ai due paesi asiatici avviene nel 1996, ma in modo piuttosto travagliato. Già a metà degli anni Ottanta Havelange aveva dichiarato esplicitamente che la prima nazione asiatica a ospitare la coppa sarebbe stata il Giappone1)David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007. Pertanto la vittoria dei nipponici pare scontata e viene formato un comitato organizzatore, che però non si spende troppo per raggiungere l’obiettivo; nel contempo si fa avanti a sorpresa la Corea del Sud: schiera i propri vertici politici ed economici per ottenere l’assegnazione, mobilita le ambasciate e porta dalla sua le federazioni europee. I coreani ventilano anche la possibilità di organizzare il torneo assieme ai conterranei del nord, opzione poi in seguito abbandonata per difficoltà politiche. La rivalità tra Giappone e Corea, lascito anche della violenta occupazione giapponese sul suolo coreano, viene risolta dalla FIFA con la proposta di una candidatura unica, e quindi di un’organizzazione comune; con i seguenti accordi, per non scontentare nessuno: prima il nome della Corea; partita inaugurale a Seul (teatro di una cerimonia di apertura completamente priva di qualsiasi riferimento al paese co-organizzatore); finale a Tokyo. Nasce così Corea/Giappone 2002, il primo campionato mondiale di calcio cogestito da due paesi.

Sono Mondiali molto costosi. Vengono costruite infrastrutture ad hoc; gli stadi sono quasi tutti nuovi, dieci a testa per un totale di venti città ospitanti (generalmente, quelli coreani saranno costruiti solo per il calcio, quelli giapponesi invece dotati di pista per l’atletica); il conto finale per la sola Corea sarà di circa due miliardi di dollari. C’è un grande balzo in avanti nel valore dei diritti televisivi, venduti dalla federazione internazionale al prezzo di quasi un miliardo di dollari complessivi, quando solo quattro anni prima avevano fruttato poco più di cento milioni. Comincia anche ad assumere rilevanza il peso economico di internet e fra gli sponsor ufficiali del torneo compare il portale web Yahoo!.

Ma il successo di pubblico della manifestazione, soprattutto sul lato coreano, è travolgente. Restano nella memoria le enormi folle di tifosi che colorano di rosso le piazze per assistere alle partite davanti ai maxi-schermi e le feste che seguono le vittorie della nazionale sudcoreana. Si calcola che in occasione della semifinale, due milioni e mezzo di persone abbiano seguito la partita in piazza nella sola capitale, sette milioni in tutto il paese2)Guido Tognoni, Marketing and Partners, 2002 FIFA World Cup Korea/Japan – Technical Report and Statistics. Nulla di paragonabile è avvenuto in Giappone, seppur l’entusiasmo non sia mancato: ma l’utilizzo di maxi-schermi è stato scoraggiato dalle autorità3)Goldblatt, cit., e i festeggiamenti per le affermazioni giapponesi sul terreno di gioco sono state scarsine, affermazioni in ogni caso minori rispetto a quelle del vicino di casa.

Sono circa vent’anni che lo sport in Corea del Sud viene usato come vetrina, come simbolo dei successi economici avviati nei decenni Sessanta e Settanta – gli anni della dittatura militare, del controllo sociale ferreo, dei bassi salari e del lavoro matto e disperatissimo. Le Olimpiadi di Seul, edizione 1988, hanno rappresentato un primo grande successo nel campo sportivo, anche sotto l’aspetto organizzativo. Il nuovo secolo evidenzia la costante presenza dei sudcoreani ai vertici della realtà sportiva globale: nel medagliere dei Giochi estivi 2004 la Corea è fra le prime dieci, nel 2008 settima, nel 2012 addirittura quinta; ottimi risultati si registrano anche nelle edizioni olimpiche invernali, che nel 2018 la Corea del Sud ospita fra i propri confini, a Pyeongchang. Inevitabile quindi che il Mondiale 2002 si trasformi per i coreani in un’occasione imperdibile per mostrarsi al mondo, e che tale intento risulti piuttosto alieno agli scopi dei giapponesi.

Il Mondiale registra un nuovo record nelle partecipanti alle qualificazioni, centonovantatré federazioni iscritte, e tutte quante le sette nazionali già campioni calcano i campi coreani/giapponesi. Il fuso orario rende anomalo questo torneo, con partite al mattino o all’ora di pranzo qui da noi in Europa (ma non sarà l’unica né la principale anomalia). Una novità riguarda l’aumento a ventitré del numero di convocati per squadra, uno in più rispetto al passato. Altra novità è il pallone Adidas Fevernova: ideato appositamente per la Coppa e ispirato alla cultura asiatica nei motivi del disegno, viene però aspramente criticato poiché ritenuto troppo leggero. La formula è la stessa di Francia ’98. Però: Corea del Sud e Giappone in quanto padrone di casa sono inserite d’ufficio fra le teste di serie, non sono squadre di prim’ordine e di conseguenza la scelta squilibra i gironi. Si confrontino nel merito i giorni C (Brasile, Turchia, Cina, Costa Rica) e H (Giappone, Belgio, Russia, Tunisia), con raggruppamenti ben più impegnativi: gruppo A (Francia, Danimarca, Senegal, Uruguay), gruppo G (Italia, Croazia, Ecuador, Messico) e soprattutto il gruppo F, vero e proprio girone della morte composto da Argentina, Inghilterra, Svezia e Nigeria. Anche questo spiega le sorprese del torneo.

Sì, è un Mondiale sui generis quello nippo-coreano. Delle quattro grandi favorite alla vigilia – in ordine alfabetico Argentina, Brasile, Francia e Italia – due salutano il torneo già al primo turno, un’altra agli ottavi. Ai quarti di finale incontriamo soltanto quattro selezioni europee: è un record negativo che non si verificava da Messico ’70, e fra le quattro è compresa la Turchia, ben poco europea (gran parte del suo territorio è in Asia) ma calcisticamente affiliata all’UEFA. Le altre squadre classificate fra le prime otto provengono da Nordamerica, Sudamerica, Africa e Asia, per cui sono rappresentati quattro continenti e cinque confederazioni. Mai successo prima. È in atto uno scontro tra poteri calcistici tradizionali e possibili nuove potenze, ed è il campionato dei risultati inattesi.

Però in ultima analisi è un torneo tecnicamente piuttosto scarso, il peggiore della serie da Cile ’62 a questa parte, un’evidente passo indietro del movimento calcistico internazionale. Diminuisce la media gol rispetto all’edizione precedente, diminuisce anche – e di molto – il tempo di gioco effettivo: da una media di sessantadue minuti a partita registrata a Francia ’98, si scende sino a cinquantaquattro. Il modulo 4-4-2, con le sue varianti, spopola ed è utilizzato da tre quarti delle partecipanti, ma non dalla nazionale campione; inizia a emergere inoltre quella particolare evoluzione del ruolo del portiere che lo vedrà caratterizzarsi anche come ultimo difensore della squadra. Interessanti sono le sfide dei quarti di finale, più di altre fasi del torneo, ma oltre alla nazionale brasiliana si ricorda davvero poco di questo Mondiale. Non tramanda ai posteri alcun incontro storico. È forse soltanto risentimento, conseguente al fatto che altri popoli stanno tentando di rubarci la scienza calcistica? Può anche darsi. White Man’s Burden.

Ci sono comunque un po’ troppo dubbi che gravano attorno alla Coppa del 2002. Qualche gradito aiuto arbitrale è indirizzato verso il Brasile campione – si dice in virtù dei voleri del suo munifico sponsor, il solito commerciante di scarpe americano dal nome greco antico – ma non paiono onestamente così rilevanti. Oltrepassano invece la soglia di tolleranza i favori di cui gode la nazionale sudcoreana. Le delegazioni italiana e spagnola, sconfitte dai padroni di casa, lasciano il torneo con il dente avvelenato e in mezzo alle polemiche; fra i tanti, il britannico Telegraph scrive: “Rimarrà nelle statistiche che i coreani hanno eliminato gli spagnoli ai tiri di rigore, sabato a Gwanju. Ma gli atti mentono e questo torneo sta degenerando in una farsa4)Paul Hayward, Korean miracle spoilt by refereeing farce, The Telegraph. La testata argentina La Nacion si spingerà addirittura a chiedere l’annullamento di questa edizione della Coppa del Mondo. In generale, nell’arco di tutto il torneo gli errori arbitrali saranno francamente troppi e talvolta macroscopici.

Sul momento è veramente difficile, se non impossibile, intuirlo: ma il Mondiale 2002 chiude un’epoca, quello dell’alternanza America del Sud – Europa che perdurava dal ’74. E fa finta di inaugurare una nuova era nella storia del gioco: l’epoca del calcio realmente globale, non solo in termini di diffusione, oppure a livello organizzativo, ma anche in termini di risultati e vittorie. Un po’ come a Genova nel 2001, quando pensavamo di inaugurare un nuovo mondo mentre in realtà stavamo chiudendo due secoli di rivoluzioni, riuscite o fallite. Le sorprese di Corea/Giappone 2002, i nuovi mondi calcistici che non solo partecipano ma sono in grado di prendere parte alla lotta per il titolo, resteranno un evento estemporaneo e presto dimenticato. Non si ripeteranno a quei livelli le singole sorprese come Corea del Sud, Turchia, Senegal, USA (benché gli americani saranno i più costanti nel sapersi riproporre nella fase a eliminazione diretta); non ci saranno altre federazioni in grado emulare i risultati raggiunti nel 2002. Ciò che invece si aprirà di lì a quattro anni sarà il periodo del predominio europeo, un’egemonia alla quale mai si è assistito nella storia dei Mondiali di calcio.

References   [ + ]

1. David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007
2. Guido Tognoni, Marketing and Partners, 2002 FIFA World Cup Korea/Japan – Technical Report and Statistics
3. Goldblatt, cit.
4. Paul Hayward, Korean miracle spoilt by refereeing farce, The Telegraph