Argentina, 1978
V. La nascita di una nazionale

Cesar Luis Menotti - diegoalvera.it
Cesar Luis Menotti – diegoalvera.it

L’Argentina organizza il Mondiale e l’Argentina deve vincerlo, il Mondiale. Perché non ne ha mai vinto uno e ormai da troppi anni raccoglie magre figure a livello internazionale, indegne di una scuola calcistica storicamente fra le più prestigiose. E il difficile e ambizioso compito di guidare la nazionale albiceleste verso un traguardo agognato da un paese intero è affidato a Cesar Luis Menotti.

Chi è Menotti? È nato nel 1938, a Rosario, così come Ernesto Che Guevara e Gato Barbieri – tutti e tre nell’arco di un solo decennio, non c’è che dire, un gran raccolto. Da giovane è stato un buon calciatore, sebbene non un fuoriclasse, impiegato nel ruolo di regista. Ha militato presso diverse squadre argentine, ed ha anche giocato al fianco di Pelè nel Santos. Inizia ad allenare nel 1970 a Rosario, nel Newell’s Old Boy, come secondo di Juarez. Nel ’72 è chiamato alla guida del Club Atletico Huracan, formazione di un quartiere di Baires che ha vinto l’ultimo titolo nazionale negli anni Venti, nel periodo ancora amatoriale. È una squadra molto valida, l’Huracan di quei primi anni Settanta: in difesa ci sono l’esperto Basile e Carrascosa; a centrocampo Brindisi, Babington e Larrosa; in attacco Houseman, giocatore di talento, uno dei migliori argentini del periodo. Menotti riesce a compiere l’impresa di vincere il titolo Metropolitano del ’73, ma soprattutto mostra in campo un gran bel calcio, offensivo, ammirato e applaudito dai tifosi, dalla critica e talvolta anche dagli avversari. È sufficiente affinché la federazione argentina, nel 1974, lo scelga per guidare la nazionale, reduce da un Mondiale abbastanza incolore. È un rischio, perché Menotti non ha una vasta esperienza internazionale e la posta in gioco è parecchio alta – la Coppa, in casa. Resterà sulla panchina albiceleste sino al 1982.

Menotti ha una sua precisa filosofia calcistica che racconta volentieri e trasporta, o almeno ci prova, in campo. È stato molto influenzato dal mirabile Brasile dei Mondiali ’70, torneo che ha seguito direttamente dagli spalti degli stadi messicani. Predica quindi un calcio d’attacco e molto attento all’estetica, oltre al risultato. Vuole il bel gioco. Sprona i giocatori a utilizzare il passaggio per avanzare, anzi, considera il gol come nient’altro che un ulteriore, ultimo passaggio. Addirittura scinde l’interpretazione del calcio in senso prettamente politico: il football di sinistra, portatore di gioia e bellezza, e il football di destra, più legato al risultato e improntato in un’ottica di sacrificio. Dice che il calcio è ordine e avventura, come la letteratura per Borges. Lo stesso Borges, che non amava il gioco del pallone – “Il calcio è popolare perché la stupidità è popolare” -, incontra il ct della nazionale dopo il Mondiale e così si esprime nei sui riguardi: “Che strano, un uomo così colto che parla tutto il tempo di calcio1)David D’Hondt, Del miedo escenico, al desafio holandes, Panenka n. 76. Menotti ama dispensare all’uditorio le proprie massime, e il web, le riviste specializzate, i libri sul calcio, abbondano di queste frasi. Eccone un breve campionario. “Una squadra di calcio rappresenta, al di là di tutto, un’idea, e più che un’idea rappresenta un impegno, e più che un impegno rappresenta le chiare convinzioni che un allenatore deve trasmettere ai suoi giocatori per difendere quelle idee”. “La mia preoccupazione principale è che noi allenatori non ci arroghiamo il diritto di rimuovere dallo spettacolo il sinonimo di festa, in favore di una lettura filosofica che non può essere sostenuta, cioè: evitare di prendere rischi. E nel calcio ci sono dei rischi, perché l’unico modo di evitare di prendere rischi in qualsiasi gioco è quello di non giocare affatto…”. “Vorrei iniziare con la premessa che il calcio è efficacia. Io gioco per vincere, tanto quanto o persino di più di qualsiasi egoista che pensa che vincerà con altri mezzi. Io voglio vincere la partita. Ma non mi arrendo al fatto che le argomentazioni tattiche siano l’unico modo per riuscirci. Anzi, credo fermamente che l’efficacia non sia affatto separata dalla bellezza…”.

Lo stile di Cesar Luis Menotti rappresenta l’evoluzione di un calcio che in Argentina viene definito, con un certo compiacimento, la nuestra (il nostro stile), sinonimo di un gioco d’attacco e propositivo. È storicamente contrapposto ad un calcio maggiormente difensivista, attendista, a volte rude e di rottura, chiamato anti-futbol – una definizione invece priva di qualsiasi compiacimento, bensì piuttosto denigratoria e tutto sommato immeritata. È un calcio, quest’ultimo, che prese piede nel paese sudamericano dopo il tracollo dei Mondiali ’58. Si riferisce all’esperienza del ct Spinetto, campione del Sudamerica con l’Argentina nel 1959; al gioco che nei Sessanta hanno mostrato il Boca Juniors, l’Indipendiente di Giudice, soprattutto l’Estudiantes di Zubeldia, dominatore in America Latina alla fine di quel decennio; al calcio muscolare sfoderato dall’Argentina di Juan Carlos Lorenzo nei Mondiali del ’66.

La nuestra, invece, è un tipo di gioco sviluppato in Argentina negli anni Venti e cresciuto con vigore nei Trenta, sinonimo di fantasia, dribbling, gambeta – il giocatore che finta il tiro o il lancio, e poi scarta l’avversario, una finezza molto amata dagli argentini. È la nazionale che raggiunse la finale delle Olimpiadi nel 1928 e dei primi Mondiali, arrendendosi in entrambe le occasioni di fronte ad un Uruguay più equilibrato e organizzato. Illuminanti le parole del giornalista italiano Barrera sulla finale del 1930: “L’Argentina gioca un calcio pieno d’immaginazione ed eleganza, ma la superiorità tecnica non può compensare le mancanze tattiche. Fra le due nazionali rioplatensi, le formiche sono gli uruguayani, mentre gli argentini sono le cicale2)David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007La nuestra trovò poi un degno interprete nel River Plate degli anni Quaranta, guidato da Cesarini prima e in seguito da Minella.

Quel River è passato alla storia come la Maquina, poiché un giornalista di El Grafico, dopo averli visti in campo, scrisse: “giocano come una macchina”. Una squadra memorabile, composta da Nestor Rossi a centrocampo e da cinque formidabili attaccanti: Loustau, Labruna, Pedernera, Moreno, Munoz; fra di loro, sul finire del decennio, iniziò a brillare anche la stella di Alfredo Di Stefano. Erano definiti i cavalieri dell’angoscia per l’ansia che riuscivano ad instillare nei propri tifosi quando, alla perenne ricerca della perfezione e dello spettacolo, esitavano a concludere l’azione di attacco3)Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012. O almeno questo è quanto ha tramandato il mito. Palla a terra, occupazione degli spazi (in embrione) e corsa senza palla erano i canoni di gioco de la Maquina. Quando all’inizio degli anni Settanta il panorama calcistico argentino pare ormai pienamente colonizzato da un calcio fisico, attendista e di rottura, ecco che, quale reazione, inizia a imporsi la figura di Menotti. Non è il solo, però. Negli stessi anni, seguendo un’impostazione analoga, emergono altresì le capacità di Angel Labruna (uno dei fenomeni de la Maquina), allenatore del Rosario Central e poi del River Plate.

Tirando le somme, quella appena descritta è la dicotomia classica, abusata e necessariamente semplicistica, che separa il bel gioco dal calcio utilitaristico. In Europa lo stesso tipo di interpretazione pone agli antipodi il calcio totale e il catenaccio. Un semplificazione dialettica, certo, ma come tale rappresenta pur sempre un interessante punto di partenza. D’altronde anche Raffaello ha dipinto Platone e Aristotele in modo schematico quanto geniale, al fine di raffigurare il loro pensiero: uno con la mano verso l’alto, l’altro con la mano verso il basso. Lo scontro tra i fautori de la nuestra e quelli dell’anti-futbol precede e segue l’esperienza di Menotti sulla panchina argentina, e continua sino ai nostri giorni. Trova però con ogni probabilità il suo culmine negli anni Ottanta del Novecento: il calcio predicato dal commissario tecnico del 1978 verrà contrapposto all’idea di gioco realizzata da Carlos Bilardo, ovvero l’unico altro uomo capace di portare l’Argentina ai vertici del calcio mondiale.

Sì ma, in ultima analisi, chi è stato davvero Cesar Luis Menotti? Dopo aver lasciato la panchina della nazionale, il nostro allena il Barcellona per un paio di stagioni, raccogliendo solo una Coppa di Spagna. Trascorre i successivi anni a gestire, sui due lati dell’Atlantico, un discreto numero di formazioni: Boca Juniors due volte, Atletico Madrid, River Plate, Penarol, la nazionale messicana, Indipendiente per tre volte, Sampdoria, Puebla e UAG in Messico. Senza vincere alcunché. Sicuramente Menotti è un personaggio: alto, affascinante, capelli lunghi lisci e basettoni, sigaretta perennemente in bocca, ha tutta l’aria di un’intellettuale impegnato della rive gauche. È un uomo di cultura, capace, come abbiamo visto, di parlare di calcio quasi fosse filosofia, e nel corso degli anni i suoi pareri calcistici sono diventati molto popolari – un po’ alla Cruyff. Analizzando la sua carriera calcistica post nazionale, qualche legittimo dubbio sul reale valore come allenatore di alto livello può sorgere: il percorso professionale, nel suo complesso, non è stato infatti all’altezza delle premesse. Ma in ogni caso, al di là dell’alone di mito costruito attorno alla sua figura pubblica, rimane assolutamente intatto il capolavoro realizzato da Menotti in quel luglio del 1978.

L'Argentina ai Mondiali - trapaniok.it
L’Argentina ai Mondiali – trapaniok.it

Il calcio argentino di club vive un periodo particolarmente esaltante, in quegli anni. Tra il 1963 e 1979 c’è sempre una squadra argentina in finale di Coppa Libertadores, e su diciassette edizioni, ne vincono ben dodici. L’Indipendiente è campione dell’America Latina per quattro volte di fila, dal ’72 al ’75. Il Boca Juniors, allenato da Lorenzo, con la sua idea di calcio difensivo e muscolare, conquista il titolo sudamericano nel 1977 (battendo i brasiliani del Cruzerio ai rigori) e nel 1978 (sul Deportivo Calì, formazione colombiana), l’anno dei Mondiali. Andrà in finale anche nell’edizione successiva, rimediando però una sconfitta. Menotti pertanto gode di un bacino decisamente ricco al fine di effettuare la selezione, ma ha le sue idee, e vuole determinati giocatori. Non convoca nessun esponente del Boca per la Coppa, salvo Tarantini, che però è stato messo fuori squadra dal club per ragioni contrattuali. Allo stesso modo ignora i tesserati del Quilmes, squadra vincitrice di uno dei due titoli nazionali argentini del 1978. In compenso ci sono cinque giocatori del River Plate di Labruna e quattro dell’Indipendiente.

Il ct argentino inserisce una grossa dose di novità nella seleccion. Solo tre convocati sono reduci dei Mondiali di quattro anni prima, ovvero Fillol, Houseman e Kempes. Menotti lascia a casa il talentuoso Bochini e un giovincello già parecchio promettente, Diego Armando Maradona. nonostante sia stato lo stesso Menotti a far esordire il futuro campione in nazionale. È costretto a confermare la tradizionale ritrosia argentina ad accettare nella seleccion giocatori in forza a squadre straniere, e ne convoca solo uno, Mario Kempes, del Valencia. Vorrebbe portare anche Piazza del Saint’Etienne e Wolff del Real Madrid, ma non vi riesce – nel primo caso per problemi di carattere familiare o per un infortunio, nel secondo caso perché non trova l’accordo con la società. All’epoca succedeva, mentre adesso è impossibile che un calciatore salti il Mondiale per volere del club di appartenenza, ma è pur vero che l’impegno odierno con le nazionali si è molto ridotto in termini di tempo. Menotti ha a disposizione la maggior parte dei giocatori sin da gennaio, quando venticinque selezionati vengono separati dalle rispettive squadre di club argentine e dedicati a uno speciale programma che ha quale obiettivo la costruzione della squadra che giocherà il Mondiale.

In generale, Menotti chiude con i personalismi tipici dei fuoriclasse argentini: basta con i giocolieri, i numeri per le folle, spesso accompagnati da isterismi e provocazioni. Il suo calcio è sottomesso al collettivo e su tale assunto costruisce il successo. Secondo Menotti, per costruire una grande nazionale bisogna disporre “di un buon arquero, di un buon volante, di un fortissimo punterò central”, ovvero: un buon portiere, un libero che sappia anche attaccare, un centravanti che sappia andare in gol4)Mondiali 1978: Argentina, Storie di calcio. E li trova, nelle figure di Ubaldo Fillol, di Daniel Passarella e di Mario Kempes. Questi tre, assieme al centrocampista Osvaldo Ardiles, saranno la spina dorsale della sua squadra. Ma andiamo con ordine. Menotti mette in campo l’Argentina sempre con il 4-3-3 e la difesa a zona. Gli attaccanti, alcuni dei quali possiamo chiamarli anche centrocampisti avanzati, partono da posizioni più arretrate rispetto al solito, e così creano gli spazi. Un concetto molto, molto moderno. Sul terreno di gioco si vedono fraseggi, sovrapposizioni, ma soprattutto dei caratteristici tentativi di sfondare centralmente, efficaci e belli da vedere, simili a quelli mostrati dall’Italia di Bearzot nel corso della rassegna iridata. Metà della formazione biancoceleste, quella arretrata, rimane pressoché la stessa per tutto il torneo. Fillol è il portiere. In difesa da destra sinistra troviamo Olguin, Galvan, Passarella e Tarantini. Due dei tre uomini di centrocampo sono Ardiles e Gallego, questi in posizione più arretrata, davanti alla difesa.

Il reparto difensivo non è immune da difetti e in alcune occasioni è preso alla sprovvista – inevitabile per una squadra votata al gioco offensivo. Elemento chiave, assieme al portiere, è Passarella. Libero moderno in grado di segnare molto, tecnico, dotato di un notevole carisma e di una furia agonistica poco comune, è il capitano della squadra. Sarà in nazionale per molti anni, saltando però la Coppa del 1986 per un virus. È una colonna del River Plate, poi passa in Italia, dove disputa delle ottime stagioni. Con la Fiorentina, il primo anno, segna la bellezza di undici gol, bottino straordinario per un difensore nel campionato italiano dell’epoca. Con l’Inter verrà ricordato anche per un calcione rifilato a un raccattapalle reo di non avergli consegnato prontamente la palla durante un incontro con la Sampdoria. Sarà poi commissario tecnico della sua nazionale, con la quale raggiunge i quarti di finale nel Mondiale 1998; durante l’incarico si distingue per la balzana e anacronistica imposizione ai giocatori di tagliarsi i capelli, pena la mancata convocazione in squadra.

A centrocampo circola il cervello della squadra, Ardiles. È un calciatore dall’aspetto e dal fisico insignificanti, ma importantissimo per l’Argentina, intelligente, pratico, senza fronzoli. Milita nell’Huracan, poi gioca diverse stagioni in Inghilterra, nel Tottenham, salvo un breve intermezzo al Paris Saint Germain durante la guerra delle Falkland che coinvolge il suo paese e il Regno Unito. Con i londinesi conquista due Coppe d’Inghilterra e una Coppa UEFA.

A differenza del resto della squadra, nella parte avanzata – il terzo centrocampista e i tre d’attacco – Menotti ruota diversi giocatori durante il torneo. Due sono i punti fissi, Kempes e Luque, il quale salta però tre incontri per un infortunio alla spalla e per il contemporaneo grave lutto costituito dalla morte del fratello in un incidente automobilistico. Al loro fianco si alternano Valencia, Houseman, Villa, Alonso, Bertoni e Ortiz. Nelle ultime tra partite Menotti ha l’idea decisiva, ovvero schierare Kempes a centrocampo, come una sorta di regista atipico con libertà di azione e la possibilità di partire in velocità da posizione più arretrata. Kemepes quindi è in aggiunta e alle spalle dei tre giocatori offensivi, che alla fine risultano essere Bertoni, Luque e Ortiz. Questa sarà un’intuizione fondamentale.

Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa, con la maglia del Tottenham - corriere.it
Osvaldo Ardiles e Ricardo Villa, con la maglia del Tottenham – corriere.it

La lunga marcia di avvicinamento al Mondiale casalingo non lascia il progetto di Menotti immune da critiche. I risultati in effetti sono altalenanti, benché progressivamente volgano al meglio. Nella Coppa America del 1975 l’Argentina è eliminata nella fase a gironi per mano del Brasile, il quale si impone sia in casa che fuori. Nel corso di quelle eliminatorie è da segnalare un clamoroso undici a zero che l’albiceleste rifila a un malcapitato Venezuela. La famosa tournèe europea del 1976, quella svoltasi mentre in patria i militari prendono il potere, porta in dote all’Argentina due prestigiose affermazioni in Unione Sovietica e in Polonia, ma anche una sconfitta contro l’Ungheria. Gli alti e bassi proseguono, sempre nel ’76: doppia vittoria sui campioni continentali del Perù, doppia sconfitta rimediata dal solito Brasile.

L’anno seguente l’Argentina ospita diverse nazionali europee. Si impone su Ungheria (5 a 1), Polonia e Jugoslavia; pareggia contro Inghilterra, Scozia e Francia; cede il passo alla Germania Occidentale. Però le amichevoli che nei primi mesi del 1978 precedono la Coppa del Mondo si risolvono quasi tutte in vittorie: Perù (due volte), Bulgaria, Romania e Irlanda. Si segnala solo una sconfitta patita dal non eccelso Uruguay, poi battuto nella rivincita di pochi giorni dopo.

Quando l’Argentina scende in campo per l’esordio Mondiale – 2 giugno ’78, ore 19.15, Estadio Monumental di Buenos Aires, contro l’Ungheria – l’enorme aspettativa che la circonda è accompagnata da una certa dose di dubbi. In parte sono fondati, a causa di una squadra che si è mostrata non sempre affidabile, ma in parte sono il frutto di un irrazionale pessimismo maturato attraverso le tante delusioni patite in passato. Lo stadio è ovviamente stracolmo. Dagli spalti, bui, oscuri, sorge un boato costante e rumoroso, che impressiona e incute un discreto timore. Come tradizione locale, i bordi del campo si riempiono presto di carta lanciata dai tifosi. L’Argentina schiera: Fillol; Olguin, Galvan, Passarella, Tarantini; Ardiles, Gallego, Valencia; Houseman, Luque, Kempes. Prima del via, c’è un minuto di silenzio in ricordo di Santiago Bernabeu, storico presidente del Real Madrid, morto quel giorno; i magiari hanno il lutto al braccio per la recente scomparsa di Sandor Boszik, centrocampista della grande Ungheria dei primi anni Cinquanta. L’incontro non è per nulla semplice per i padroni di casa. Dopo dieci minuti l’Ungheria è in vantaggio, ma passano solo cinque minuti e Luque sigla il pareggio. L’Argentina mette poi a segno il definitivo due a uno a pochi minuti dal termine dell’incontro, con Bertoni. L’Ungheria, che nel secondo tempo sull’uno a uno ha fallito una grossa occasione da rete, finisce in nove per le espulsioni di Torocsik (82′) e Nyilasi (89′), innervositi da un arbitraggio troppo tollerante verso i padroni di casa.

La partita contro la Francia è intensa, bellissima e molto combattuta. Gli europei partono bene e si rendono pericolosi; poi sale in cattedra la forza dell’Argentina, benché mostri un gioco eccessivamente impreciso. Ci sono molte occasioni per gli albiceleste, fra le quali un palo su gran tiro di Kempes, autore di una notevole prestazione. Alla fine della prima frazione Kempes lancia Luque in area; nel contrasto, un difensore francese cade a terra e tocca la palla con la mano. L’arbitro parla con un guardalinee e assegna il rigore – a dirla tutta un po’ inventato. Sul dischetto va Passarella, uno a zero. Nel secondo tempo Michel Platini riporta il punteggio in parità. Trascinata da Tresor e dai centrocampisti Michel e Bathenay, la Francia comincia a spingere sino a che Six, lanciato solo davanti a Fillol, manda a fil di palo. Gol sbagliato, gol subito: meravigliosa realizzazione di Luque, che da fuori area controlla il pallone, lo fa rimbalzare una volta, e tira in rete. Prima del termine si assiste ancora a una forte conclusione di Six da fuori area e alla splendida risposta di Fillol. La Francia meriterebbe miglior sorte in questo Mondiale, ma è fuori dopo due sconfitte.

L’Argentina è qualificata e nell’ultima partita ha a disposizione due risultati su tre per restare in testa al girone. Come già visto, va incontro all’inaspettata sconfitta subita dalla nazionale italiana. Il girone della prima fase si è dimostrato impegnativo e le difficoltà iniziali passate dai padroni di casa ricordano il percorso della Germania Ovest di quattro anni prima. L’Argentina ha tanto entusiasmo quanta tensione addosso, oltre ad una discreta dose di incognite che invece di diradarsi si sono incrostate ulteriormente – e la sconfitta contro l’Italia, benché ininfluente, non è stata certo d’aiuto. Ma è anche una formazione di indubbio valore e lo ha dimostrato in ognuna delle partite disputate. Aggiungiamo infine una non trascurabile dose di fortuna che spesso si è manifestata nella forma di decisioni arbitrali a favore. Con questo bagaglio la squadra di casa passa il turno come seconda e si prepara a disputare il girone di semifinale che si giocherà a Rosario e Mendoza.

References   [ + ]

1. David D’Hondt, Del miedo escenico, al desafio holandes, Panenka n. 76
2. David Goldblatt, The ball is round, Penguin Books, 2007
3. Jonathan Wilson, La piramide rovesciata, Edizioni Libreria dello Sport, 2012
4. Mondiali 1978: Argentina, Storie di calcio