Argentina, 1978
II. Lo stato delle cose

Estadio Monumental di Buenos Aires, cerimonia inaugurale - en.wikipedia.org
Estadio Monumental di Buenos Aires, cerimonia inaugurale – en.wikipedia.org

Il 24 marzo 1976, in Argentina, un colpo di Stato consegna il potere nelle mani di una dittatura militare. Il paese è sotto il controllo di una junta formata dai vertici delle forze armate: Videla per l’esercito, Massera per la marina e Agosti per l’aviazione. Non è la prima volta che accade nel corso del Ventesimo secolo, tutt’altro. I militari hanno preso il potere in Argentina già nel 1930, nel 1943 e nel 1955, quando hanno esiliato Peron, la figura chiave della storia moderna argentina. Juan Domingo Peron ha retto il governo del paese per circa un decennio attraverso un misto di statalismo e controllo della classe lavoratrice tramite i sindacati, sfruttando una congiuntura economica favorevole che gli ha permesso di migliorare le condizioni di vita del popolo. È anticomunista, ma nel contempo è visto come un rivoluzionario e conquista un imponente appoggio di massa Poi ancora altri golpe militari si ripetono nel ’62 e nel ’66. Questa volta, però, nel ’76, è diverso. Le forze armate, e con loro le elites imprenditoriali, politiche e religiose – interne ed esterne – che supportano i militari, hanno la precisa intenzione di chiudere definitivamente i conti con qualsiasi oppositore (o presunto tale) che possano incontrare sulla loro strada.

L’Argentina degli anni Settanta è un paese impoverito, il cui benessere raggiunto nella prima metà del secolo è solo un lontano ricordo. C’è un’alta conflittualità sociale e politica, e nel 1969 la città di Cordoba si è ribellata in massa. Il movimento operaio è organizzato e combattivo; lo stesso dicasi per il movimento studentesco. Sono attivi diversi gruppi rivoluzionari e guerriglieri. Il peronismo, poi, si è trasformato inevitabilmente in qualcosa di schizofrenico: un’ala sinistra, avvicinatasi al marxismo e rappresentata dai guerriglieri montoneros e dalla joventud peronista, convive con un’ala destra ormai prossima ai golpisti, che invoca la repressione. Già prima del golpe, bande armate clandestine para-fasciste agiscono indisturbate, uccidono, rapiscono, diffondono il terrore.

Il giorno del sollevamento militare, il 24 marzo, la vita quotidiana però scorre quasi inalterata a Buenos Aires e nel resto del paese. Ci sono carri armati e posti di blocco lungo le strade, ma i militari non hanno nessuna intenzione di mostrare pubblicamente il volto feroce della violenza politica, come fece la giunta cilena nel 1973, attirandosi così gli strali, giusto formali, dei governi democratici occidentali. Dunque nessuna immagine stile Estadio Nacional di Santiago, anzi: salvo i periodici proclami della giunta, nulla pare inclinare la normalità quotidiana. Tutto accade nell’oscurità. Sin da subito gioca un suo ruolo anche il calcio. La sera stessa è in programma una partita della nazionale contro la Polonia, seconda tappa di una serie di incontri che l’albiceleste sta disputando in Europa. I giocatori sono informati del golpe, sono sconvolti e preoccupati per i loro cari, ma la partita viene disputata ugualmente. Dopo una giornata nella quale radio e televisione hanno trasmesso solo musica classica e discorsi dei militari, l’inizio della telecronaca dell’incontro può assumere un valore rassicurante per la popolazione: è vero, la vita prosegue come sempre. La nazionale completerà il tour europeo e nei giorni seguenti i quotidiani argentini daranno largo spazio alle cronache delle partite.

Ma la giunta ha iniziato immediatamente il suo lavoro. Il nuovo corso del potere è definito processo di riorganizzazione nazionale, spesso indicato solo come proceso. Dittatura militare significa censura, occupazione di tutti i posti di potere, abuso, assenza di qualsiasi struttura democratica e impossibilità di fare politica liberamente. I lavoratori perdono il diritto di organizzarsi in sindacati liberi. Viene di fatto cancellato il principio giuridico dell’habeas corpus, cioè la possibilità di difendersi da un arresto arbitrario e illegittimo. I militanti politici e sindacali, tantissimi giovani, iniziano a scomparire, giorno dopo giorno, sempre di più.

La giunta ha necessariamente i suoi appoggi internazionali, in primis gli Stati Uniti. Nell’ottobre del 1976 il ministro degli esteri, ammiraglio Guzzetti, incontra il segretario di Stato americano Henry Kissinger, che fornisce in modo esplicito ai militari il placet americano in merito alla repressione indiscriminata (Guzzetti sarà colpito da un attentato dei montoneros nel maggio del ’77 e rimarrà muto e paralizzato per il resto dei suoi anni). Quasi l’intero continente sudamericano è in mano a dittature militari in quel periodo. I governi militari adottano una sorta di coordinamento transnazionale del terrore, detto piano condor, finalizzato alla caccia e allo sterminio dei dissidenti politici. Dall’altra parte, l’Unione Sovietica conserva importanti rapporti commerciali con l’Argentina e non ha alcun interesse a porre sotto accusa il regime; lo stesso vale per l’intero blocco dei paesi socialisti dell’est. La giunta resta al potere sino al 1983, dopo la disfatta della guerra per le isole Falkland/Malvinas. Lascia dietro di sé una situazione economica disastrosa che l’Argentina sconterà per decenni. Soprattutto, lascia un massacro indescrivibile.

Il piano dei militari per annientare un’intera generazione di “sovversivi” è basato su un teorema molto semplice: l’unico modo per operare contro il nemico è la tortura, e questa deve applicarsi sena alcun tipo di limite, né fisico né giuridico1)Alec Cordolcini, Pallone desaparecido, Bradipolibri editore, 2011. La dittatura militare riteneva sé stessa la salvezza morale dell’Occidente, e già basterebbe questa definizione per far accapponare la pelle. Secondo il generale Videla, capo della junta sino al 1981, sarebbe morto il numero di persone necessario per riportare ordine nel paese. La società argentina è in mano al terrore e una generazione di giovani è cancellata. Viene proprio minato alla base il diritto dell’uomo di vivere e decidere del proprio destino collettivo – in breve il diritto fondamentale di fare politica, nelle varie forme attuabili, e di sviluppare pertanto in tale ottica la propria persona. Un oppositore politico, o chiunque sia ritenuto un potenziale nemico, un pericolo, viene prelevato con la forza, spesso di notte, da soggetti in borghese. Le tracce delle persone si perdono così nel nulla. I prigionieri sono rinchiusi in campi di concentramento sparsi ovunque, dove vengono brutalmente torturati, violentati, umiliati, annientati come persone – i racconti sono diffusi sul web, e per comprendere di cosa si parla non serve altro che leggerli. Pochi sopravvivono, la maggior parte di loro viene assassinata: trentamila, quarantamila, cinquantamila, il conto delle vittime non sarà mai chiaro. Spesso i prigionieri politici vengono gettati vivi dagli aerei che sorvolano l’oceano o l’immenso estuario del Rio de la Plata. I militari e i loro sgherri arrivano a portar via i neonati alle donne in gravidanza per consegnarli a famiglie compiacenti. “Portata alle estreme conseguenze, come è accaduto in Argentina sotto l’ultima dittatura militare, la guerra sporca costituisce un universo chiuso e soffocante, dove le uniche realtà sono rappresentate dalla crudeltà metodica e arbitraria, e in cui tutta quanta la società diventa ostaggio e vittima2)Rolo Diez, “Vencer o morir” – Lotta armata e terrorismo di stato in Argentina, il Saggiatore, 2004.

Ce n’è abbastanza da vergognarsi di appartenere al genere umano. Nel 1978, l’anno del Mondiale, questa è l’Argentina.

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Prima pagina del Clarin – anticapitalistes.net

I campionati mondiali di calcio vennero assegnati dalla FIFA all’Argentina già nel 1966. In diverse occasioni il paese sudamericano aveva avanzato la candidatura al fine di ospitare la massima competizione calcistica per nazioni, senza però mai riuscirvi: era accaduto per le edizioni del 1938, del 1962 e del 1970. L’Argentina aveva sempre avuto un rapporto tormentato con i Mondiali di calcio, da tutti i punti di vista. Quando i militari presero il potere nel ’76, a due anni dall’inizio degli incontri, buona parte dei preparativi era ancora in alto mare, tanto che venne posta da più parti l’eventualità di un spostamento di sede. La giunta militare affrontò la questione sin dalle primissime riunioni. L’idea di fondo, perorata in particolare dall’ammiraglio Massera e dai suoi accoliti della marina militare, fu quella di mantenere l’organizzazione dei Mondiali in patria la fine di sfruttarli politicamente. Pertanto si decise di provare a mostrare, attraverso il calcio, l’immagine di un paese pacificato, tranquillo e unito, forte e benestante a sufficienza per gestire l’evento; quindi un popolo in festa e, nel migliore dei casi, stretto attorno alla vittoria della propria nazionale.

Per raggiungere questo obiettivo venne costituito in fretta e furia l’EAM – Ente Autarchico Mundial 78 -, un ente pubblico dotato di piena libertà di spesa, senza vincoli di sorta né obblighi di pubblicità e trasparenza, il cui compito era quello di gestire l’intera organizzazione dell’evento. L’EAM fu posto sotto il diretto controllo dell’apparato militare. Il primo responsabile fu il generale Actis, ma venne assassinato dopo poco tempo (ufficialmente dai guerriglieri, ma le circostanze rimarranno sempre dubbie). Successivamente il capo de facto dell’ente diventò il contrammiraglio Lacoste, uomo di fiducia di Massera. Non badò a spese. In Argentina furono edificati complessi e infrastrutture di ogni tipo, utili o meno: stadi, centri stampa, vie di comunicazione. Sotto un’efferata dittatura si fanno ottimi affari, non c’è alcun dubbio. La corruzione diventò endemica Si calcola che il Mondiale argentino sia costato tra i 500 e i 700 milioni di dollari dell’epoca, una cifra spropositata se paragonata ad altri eventi organizzati in quel periodo. Il Mondiale in Spagna, quattro anni dopo, sarebbe costato circa un quinto rispetto a quanto speso nel 1978.

Sì, però in Argentina c’era una dittatura militare, il resto del mondo lo sapeva – le notizie su quanto stava accadendo nel paese sudamericano iniziavano a circolare – ed era quindi difficile fare finta di niente. Sarebbe stata necessaria una faccia tosta di notevole spessore. Gli organizzatori del Mondiale, ben consci del problema, assunsero un’azienda americana, la Burston-Marsteller, per diffondere un’immagine positiva e rassicurante della realtà argentina. Fra le varie attività poste in atto per tale scopo ci fu l’uso propagandistico di alcuni miti locali dello sport come l’ex pilota di Formula Uno Juan Manuel Fangio, il pugile Carlos Monzon e il tennista Guillermo Vilas – consapevoli, attivi e ben remunerati, s’intende. Inoltre i giornalisti stranieri vennero invitati in Argentina, furono ospitati in lussuosi alberghi e accompagnati in visite guidate e pianificate, affinché descrivessero per i loro lettori una realtà di comodo, benché fasulla3)Pablo Llonto, I Mondiali della vergogna, Edizioni Alegre, 2010.

Tutto ciò almeno in parte funzionò, è inevitabile, ma non mise a tacere diverse voci di dissenso che si levarono sopratutto in Europa e che invitarono apertamente al boicottaggio del Mondiale. È il caso della Francia, dove fu costituito un comitato di protesta (detto COBA), appoggiato da intellettuali e dal Partito Socialista. Mancò però, in Francia e altrove, un autentico appoggio popolare alla protesta, che rimase quindi confinata agli appelli, alle petizioni, alle denunce sui giornali. Azioni del genere avvennero anche in Svezia. Ma il paese nel quale assunse maggiore rilevanza la critica verso un Mondiale da disputarsi mentre i diritti democratici, civili, umani erano calpestati senza troppi problemi, fu l’Olanda. Guarda caso, la nazione che perse quel Mondiale proprio a favore dei padroni di casa.

Un documentario olandese del 2002, intitolato A dirty game, racconta la vicenda. I principali artefici della campagna di protesta furono Bram Vermeulen e Freek De Jonge, un duo di comici anarchici. Utilizzarono la loro trasmissione televisiva per denunciare quanto stava avvenendo in Argentina e per chiedere la cancellazione o il trasferimento della manifestazione, e comunque invitarono la nazionale olandese a boicottare il torneo, rinunciando a giocarvi. La protesta vide l’appoggio attivo dei giovani socialisti, guidai da Felix Rottenberg, e assunse un clamore di carattere nazionale. Ma anche in questo caso non si riuscì a mobilitare le masse. I partiti parlamentari di sinistra e i sindacati rimasero freddi. Il governo olandese passò la palla alla federazione calcistica, la quale decise di partecipare al Mondiale. Prima di partire per l’America Latina, fonti governative invitarono esplicitamente i giocatori della nazionale a non interessarsi di politica. L’ambasciatore olandese in Argentina salutò i propri connazionali descrivendo la nazione che li ospitava come un posto normalissimo. Johan Neeskens, il grande centrocampista degli orange di quegli anni, avrebbe poi dichiarato, nel documentario citato: “Non si dovrebbe mischiare lo sport con la politica, perché altrimenti non si potrebbe giocare nessuna partita. Ovunque nel mondo accadono cose schifose”. Aveva detto qualcosa di simile Nicola Pietrangeli nel ’76 quando, come capitano della squadra italiana di tennis, aveva accettato di giocare la finale di Coppa Davis a Santiago, nel Cile posto sotto il tallone dei militari. La scelta aveva provocato un vivace dibattito in Italia, accompagnato da un’intensa campagna di boicottaggio – in questo caso supportata da un discreto appoggio popolare. Negare in queste parole, di Neeskens e di Pietrangeli, un fondo, una qualche traccia di verità, sarebbe troppo sbrigativo. Aggiungo, però, che voltare semplicemente la testa dall’altra parte è tanto facile quanto poco dignitoso, e che si sono alcune occasioni nelle quali è indispensabile assumere una posizione, fare un gesto, tentare una strada. A Santiago del Cile, Panatta e soci scesero sul campo da tennis, montato al centro dell’Estadio Nacional, indossando delle magliette rosse, e vabbè. Ma nel mondo calcio questa scelta, questa presa di posizione, non avvenne nel modo più assoluto.

In svariate occasioni la mancata partecipazione di questo o di quel giocatore ai Mondiali di Argentina è stata inserita in un contesto di protesta politica. In realtà, non c’è stato alcun caso di reale e cosciente rinuncia a partecipare ai Mondiali per ragioni politiche. L’assenza di Cruyff dalla Coppa del Mondo avvenne per cause del tutto diverse, e ne parleremo. Un altro caso è quello di Jorge Carrascosa, difensore argentino, capitano della nazionale nella quale militò fino al 1977. È diffusa la voce che la sua assenza dalla Coppa del Mondo costituisse un atto di protesta nei confronti del potere miliare. In realtà Carrascosa, che avrebbe lasciato il calcio nel 1979, ha dichiarato in modo chiaro e onesto che la scelta fu di tipo personale e che non riguardava la politica4)Ibidem. Ed ancora si cita spesso Paul Breitner, il terzino tedesco con simpatie politiche di sinistra, assente in Argentina. Saltò il Mondiale poiché in rotta con il ct tedesco Helmuth Schoen e non per protesta – e infatti Breitner aveva giocato le ultime due partite in nazionale nel 1975.

In generale, quindi, i calciatori, così come i tecnici ed i restanti addetti ai lavori, accettarono di buon grado di recarsi in Argentina. Alcuni avrebbero dichiarato in seguito in seguito di non sapere, all’epoca, cosa stava accadendo, e dunque il grado di violenza che li circondava. È difficile però non riuscire a immaginare, anche senza vederlo in prima persona, cosa significhi una dittatura militare, per quali motivi venga instaurata e con quali scopi. Berti Vogts, membro della nazionale tedesco-occidentale, addirittura disse: “L’Argentina è un paese nel quale regna l’ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico5)Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer Editori, 1997. Il Mondiale si disputò quindi regolarmente.

L'ESMA - commons.wikimedia.org
ESMA – commons.wikimedia.org

L’Estadio Monumental di Buenos Aires, lo stadio più importante della capitale argentina, era il centro della competizione. Ospitò in tutto nove incontri, tra i quali la partita inaugurale e la finale. Dallo stadio si può fare, e si poteva fare allora, una passeggiata per raggiungere in un tempo piuttosto breve un altro luogo. Si gira a sinistra in Avenida Gobernador Guillermo Udaondo, poi a destra quando incrocia Avenida del Libertador. Si va sempre dritto sino a che, poco prima di incrociare Avenida General Paz, si incontra un edificio sulla destra, parte di un grosso complesso. Ha una facciata neoclassica con colonne di ispirazione greca, e una scritta sul muro, Escuela de Mecanica de la Armada (l’acronimo di solito usato è ESMA). Venne edificato negli anni Venti e ospitava una scuola per ufficiali della marina argentina. Ma durante la dittatura l’ESMA era il principale centro di detenzione, tortura e sterminio della giunta militare, ed era regolarmente in funzione durante la Coppa del Mondo, a poche centinaia di metri dal principale impianto sportivo che ospitava le partite. Il Mondiale del 1978 è stato questo, sembra incredibile, ma è avvenuto. Le urla dei tifosi mischiate alle urla dei torturati. E ancora: le partite della nazionale erano accolte con sollevazione dai prigionieri, si è detto, poiché era l’unico momento in cui i torturatori non svolgevano il proprio lavoro.

Il potere militare argentino cavalcò sin da subito l’inevitabile passione popolare che accompagnò l’evento e le sorti della nazionale di casa. Il 26 maggio 1978 il generale Videla ricevette alla Casa Rosada tutta la squadra, spronandola alla vittoria. Videla, da sempre privo di qualsiasi interesse per il pallone, quale capo dello Stato pronunciò il discorso inaugurale della manifestazione, definendola una festa di pace, o qualcosa del genere, ma le parole esatte non sono così importanti. Gli alti gerarchi militari si mostrarono spesso sulle tribune degli stadi e frequentarono assiduamente gli spogliatoi e il ritiro della squadra argentina. Il paese fu avvolto da una retorica vuota puramente di facciata, accompagnata dall’isterico sostegno per la squadra di casa.

Per far comprendere il clima che si respirava in quei giorni, si prenda ad esempio questo episodio. La rivista El Grafico, nell’edizione del 13 giugno 1978, pubblicò una dolce lettera che un padre, il calciatore della nazionale olandese Ruud Krol, aveva scritto alla propria figlioletta di tre anni rimasta a casa con la madre. Ecco alcuni dei brani più significativi: “La mamma mi ha raccontato che l’altro giorno hai pianto molto perché alcuni amichetti ti hanno detto che accadono cose molto brutte qui in Argentina. Ma non è così, è solo una bugia infantile. Papà sta bene, qui è tutto tranquillo e bellissimo. Questa non è la Coppa del Mondo, ma è la Coppa della Pace. Non ti spaventare se vedi dei soldati vestiti di verde al nostro fianco. Sono nostri amici, si prendono cura di noi e ci proteggono. Gli vogliamo bene, come tutte le persone di questo paese, che dal momento del nostro arrivo ci hanno mostrato il loro affetto. […] Non aver paura, papà sta bene, ha la tua bambola e un battaglione di soldati che si prendono cura di lui. Che lo proteggono con fucili che sparano fiori. Dì ai tuoi amici la verità. L’Argentina è una terra d’amore. Un giorno, quando sarai grande, potrai comprendere tutta la verità”. Bella, eh? Inventata dal giornale di sana pianta, dalla prima all’ultima parola.

È difficile comunque scindere nettamente la propaganda di regime da un’autentica gioia popolare che si diffuse per il paese. La manifestazione di festa per la vittoria finale dell’Argentina venne interpretata anche come una ripresa delle strade e delle piazze da parte della popolazione, seppur momentanea, effimera e alimentata dall’alto. I montoneros, o quanto era rimasto dell’organizzazione, prima dell’inizio del Mondiale annunciarono una tregua, giudicando la manifestazione una festa di popolo. Cesar Luis Menotti, commissario tecnico dell’Argentina, era un simpatizzante comunista; la giunta lo sapeva bene, ma lo lasciò sempre al suo posto perché convinta, a ragione, che fosse l’uomo adatto per condurre la squadra al successo. Il Partito Comunista argentino aveva un atteggiamento in parte ambiguo nei confronti dei militari, sia per gli stretti legami con l’Unione Sovietica, sia per la storica diffidenza nei confronti del movimento peronista. Menotti ha sempre dichiarato di non aver compreso, all’epoca, la profondità e la violenza della repressione messa in atto dal regime, e di aver lavorato soprattutto per dare un momento di gioia al paese in un periodo difficile. Prima di entrare in campo per disputare la finale, pare abbia chiesto ai suoi giocatori di non guardare i militari e i potenti in tribuna (definiti “quei figli di puttana”), bensì il popolo sugli spalti. Raul Cubas era all’epoca rinchiuso all’ESMA e fu uno dei pochissimi a uscirne vivo. Nel documentario Mundial 78, la historia paralela (2003) racconta come venisse utilizzato dai militari per le sue doti di scrittore e che addirittura fu condotto a una conferenza stampa di Menotti prima dei Mondiali. C’è una foto che lo ritrae assieme al ct argentino e al militare in borghese che lo accompagnava, pubblicata a pagina 18 del giornale La Nacion il 3 maggio 1978. Fece anche una domanda a Menotti e provò, con la necessaria cautela, a far emergere la sua tremenda situazione, ma a nessuno dei presenti sorse il minimo dubbio.

L’organizzazione del Mondiale, la capacità inoltre di portarlo a termine senza particolari problemi di ordine pubblico, fu in ogni caso un successo della dittatura. Ancora una volta divenne evidente come la popolarità del calcio potesse essere utilizzata agevolmente da chi gestisce il potere. Il gioco venne ripetuto anche un anno dopo, quando la nazionale argentina si aggiudicò i Mondiali giovanili in Giappone. Nello stesso periodo una commissione dell’OAS (l’Organizzazione degli Stati Americani) era a Buenos Aires, nei pressi di Plaza de Mayo, per investigare sulle violazioni dei diritti umani. Istigati dal commentatore radiofonico Josè Maria Munoz, orde di tifosi invasero la piazza per festeggiare la vittoria e impedire di conseguenza l’incontro della commissione con i parenti degli scomparsi. La giunta militare al potere in Uruguay, con intento analogo a quello dei loro colleghi argentini, organizzò nel 1981 il così detto Mundialito, competizione per nazionali in celebrazione della prima edizione della Coppa. Anche in questo caso le principali squadre del mondo parteciparono al torneo senza porsi troppi problemi, inclusa la nazionale italiana.

Ad ogni modo il Mondiale giocato in Argentina contribuì nel contempo ad aprire un piccolo squarcio di verità sulla tremenda situazione che viveva il paese. Ci furono interviste delle reti televisive alle Madres de Plaza de Mayo, questa associazione di donne coraggiose che manifestava ogni settimana nel centro della capitale reclamando notizie dei propri figli e nipoti inghiottiti nel nulla dalla ferocia del regime. La televisione olandese mandò in onda le immagini di una loro marcia poco prima di trasmettere la cerimonia inaugurale del torneo. Anche in questo caso sono nate leggende riguardo giocatori che avrebbero disertato le cerimonie ufficiali per partecipare alle marce in Plaza de Mayo, ma niente di tutto questo accadde. Forse alcuni giocatori olandesi e svedesi incontrarono le madres durante la Coppa, ma questo avvenne in privato.

La vittoria della nazionale argentina rappresentò ovviamente la ciliegina sulla torta dell’intero piano del regime. Più volte si è scritto che il titolo all’Argentina venne pianificato, imposto e realizzato su ordine della giunta. Senza reali prove al riguardo, è difficile sposare in toto questa tesi. La squadra argentina ebbe alcuni favori nel corso del torneo, è evidente, ma non diversamente da quanto è accaduto ad altre squadre che nella storia hanno ospitato i Mondiali. L’unico autentico e incontestabile vantaggio di cui godette l’albiceleste, e che in effetti pesò non poco sull’assegnazione del titolo, fu la possibilità di giocare l’ultima partita del girone di semifinale in un orario diverso, successivo, rispetto all’altro incontro. Questo consentì agli argentini di conoscere il risultato della partita del principale avversario per l’accesso in finale, il Brasile, e quindi di impostare l’incontro nel modo più adeguato. Teniamo però presente come anche nel Mondiale di quattro anni dopo, le ultime partite di tutti i gironi della prima fase vennero giocate in giorni diversi, e anche in questo caso ci furono squadre che ne trassero un vantaggio ingiusto.

L’Argentina aveva bisogno di vincere con almeno quattro gol di scarto sul Perù per andare in finale e vinse sei a zero. Argentina – Perù è stata oggetto di infinite discussioni nel corso degli anni. Si è detto: che i giocatori peruviani fossero stati corrotti; che la giunta argentina avesse comprato la partita tramite la concessione alla giunta militare peruviana di un ingente quantitativo di grano, o di armi, oppure attraverso l’apertura di un credito finanziario; che in cambio della vittoria gli argentini avessero accettato di ricevere ed eliminare un gruppo di prigionieri politici detenuti in Perù. Si racconta che i peruviani furono disturbati durante la notte precedente dagli schiamazzi volontari dei tifosi argentini – e questo è credibile poiché era una pratica ricorrente in Sudamerica. I peruviani inoltre vennero condotti allo stadio dopo un lungo giro in autobus, introdotti nell’impianto in mezzo a due ali di sbraitanti argentini al fine di essere intimoriti, e per spaventarli ancora di più ricevettero la visita negli spogliatoi di due figure abbastanza losche quali Videla e Kissinger. Sicuramente non giocarono la partita nelle condizioni migliori, ma è necessario aggiungere che il Perù non aveva più nulla da chiedere alla manifestazione e che inoltre la squadra andina era profondamente spaccata al proprio interno. Anche gli olandesi protestarono a lungo dopo la finale persa, ma anche in questo caso non ci furono episodi eclatanti in grado di evidenziare un esplicito favoritismo pro-Argentina. La nazionale dei Paesi Bassi rifiutò di partecipare alla premiazione, alla conferenza stampa e al ricevimento che seguirono la finale; il Ministero degli esteri olandese dichiarò di aver suggerito questo comportamento esclusivamente per ragioni di sicurezza.

Quindi, titolo all’Argentina, enorme festa di popolo e militari che gongolavano, intenti ad accaparrarsi i meriti della vittoria e il dividendo in termini di appoggio e popolarità. Un anno dopo venne girato un film in celebrazione della vittoria mondiale, intitolato La fiesta de todos e diretto da Sergio Renan. È una pellicola mediocre e di propaganda – la prima immagine del film è dedicata al dittatore Videla. Compaiono diversi personaggi celebri in Argentina, fra i quali lo storico Felix Luna, che così descrive i festeggiamenti popolari: “Queste moltitudini in delirio, pulite, unite, sono quanto di più simile ho visto nella mia a vita a un popolo maturo, realizzato, che vibra sull’onda di un sentire comune, senza che nessuno di senta sconfitto, emarginato e, forse per la prima volta in questo paese, senza che l’allegria di alcuni comporti la tristezza di altri”. La sera della vittoria gruppi di giovani borghesi si riunirono sotto le finestre del palazzo presidenziale urlando “Videla, Videla, queremos la bandera!”.

Racconterà Alberto Tarantini, difensore della squadra campione del Mondo, di un ricevimento ufficiale per celebrare la vittoria tenutosi alla presenza dei membri della giunta militare. Tempo prima Tarantini era stato diretto testimone di una retata dell’esercito nel corso della quale tre suoi amici erano stati sequestrati e da quel momento si erano perse le loro notizie. Il giocatore si avvicinò a Videla e provò ad accennare al fatto, domandando notizie di quei suoi amici desaparecidos. Il capo della junta lo allontanò in malo modo. Ormai i calciatori non gli servivano più.

Logo del Mondiale argentino - en.wikipedia.org
Logo del Mondiale argentino – en.wikipedia.org

Le righe che precedono vogliono pertanto costituire una base, un punto di partenza, uno sfondo inevitabile se si intende parlare della Coppa del Mondo di calcio giocata in Argentina. L’assunto, semplice quanto drammatico, è questo: non si può descrivere storicamente l’ultima dittatura militare argentina senza citare il Mondiale del ’78; non si può raccontare il Mondiale del ’78 senza ricordare, senza passare attraverso la tragedia della repressione politica nei confronti del popolo argentino. Ognuno di questi elementi è inseparabile dagli altri. Dittatura, calcio, sangue.

Hebe de Bonafini, una delle fondatrici delle Madri, ha detto: “I Mondiali furono come le Malvine. Le bandiere, le bevute, le folle, le grida di ‘Argentina, Argentina’. Per le folle era una fiesta – per le famiglie dei desaparecidos una tragedia6)Simon Kuper, Calcio e potere, Isbn Edizioni, 2008. E ancora: “Io piangevo come una pazza in cucina mentre Humberto guardava le partite e gioiva per i gol. E lui era una persona che stava soffrendo gli orrori della scomparsa dei suoi figli7)Llonto, cit.. Anche quello era un modo per sopravvivere. Estela Carlotto, leader delle Abuelas (Nonne di Plaza de Mayo), ha ricordato come, nel corso delle partite, piangeva in una stanza della casa paterna mentre in soggiorno festeggiavano i gol. Graciela Daleo era una militante politica e un’altra sopravvissuta al lager dell’ESMA; ha detto che, se loro avevano vinto, noi avevamo perso.

Sono alcune parole, fra le molte, espresse da chi in prima persona subì le conseguenze di quella violenza, sulla propria pelle, sul proprio cuore e la propria mente. È pertanto d’obbligo assumerle con il dovuto rispetto e accettarle come un dato di fatto, come un’analisi veritiera, come reali definizioni della Coppa del Mondo del 1978. Oggi molti argentini ricordano quel titolo mondiale senza orgoglio, se non con vergogna. Nel 2003, a venticinque dai Mondiali, è stata organizzata all’Estadio Monumental una partita celebrativa con diversi reduci della squadra campione. Sugli spalti del grande stadio in cui si giocò la finale mondiale si presentarono soltanto in seimila. Lo stadio rimase pressoché vuoto, come se il popolo argentino avesse voluto lasciare lo spazio, idealmente, a chi in quegli anni era scomparso.

In conclusione vorrei però permettermi di aggiungere un piccolo ragionamento – come appassionato di calcio, e come ex militante politico rivoluzionario. Penso sia possibile ricordare i Mondiali del ’78, il titolo mondiale all’Argentina, e che si possa farlo non soltanto come evento storico o sportivo. Penso sia possibile ricordarli non più come i Mondiali della dittatura, bensì come i Mondiali dei prigionieri politici e degli scomparsi. Più passa il tempo e più questo ricordo prende forza. Ogni cronaca dedicata alla Coppa del ’78 racconta la tragedia politica e umana del popolo argentino – e dei Mondiali di calcio se ne parlerà nei secoli, così come si parla delle Olimpiadi dell’antica Grecia, soltanto con un numero di fonti enormemente più ampio. Credo che gli argentini, e non solo loro, possano ricordare e fare proprio quel Mondiale con il giusto pudore, con delicatezza, ma anche con una certa fierezza. Lo stesso orgoglio dei militanti politici perseguitati e assassinati dalla dittatura. L’orgoglio di essere stati dalla parte giusta.

Enrico Calamai era il console italiano a Buenos Aires negli anni del regime militare. Con l’aiuto del sindacalista Filippo Di Benedetto e del giornalista Giangiacomo Foà, riuscì a far fuggire dall’Argentina decine e decine di perseguitati. Li salvò rischiando in prima persona, e nonostante il completo disinteresse dell’ambasciata, del ministero e del governo italiani. Era anche a Santiago del Cile nel 1973, quando l’ambasciata italiana aveva accolto i militanti politici in fuga dalla furia dei golpisti – a Buenos Aires, invece, l’ambasciata serrò le porte in anticipo, così da non doversi porre neanche il problema. E Calamai disse: “Nella tragedia cilena, che è tragedia del mondo intero, sono loro ad avere ragione, anche se sconfitti dalla storia”. Parafrasando questa frase, voglio dire come nella tragedia argentina, che attraversò e occupò totalmente i Mondiali del 1978, sono loro – i prigionieri politici, coloro che subirono la repressione, i desaparecidos – ad aver vinto la Coppa del Mondo, anche se sconfitti sul campo. Perché avevano ragione. E vincere un Mondiale non è davvero cosa da poco.

Poi il tempo passa. E nel tempo, il dolore e la tristezza non si cancellano del tutto, ma si allontanano, sfumano e si trasformano. Rimangono allora i visi di donne e uomini, il coraggio, l’intelligenza, l’infinita dolcezza di chi ha provato anche solo per un momento a cambiare il mondo, in breve la bellezza di essere umani.

References   [ + ]

1. Alec Cordolcini, Pallone desaparecido, Bradipolibri editore, 2011
2. Rolo Diez, “Vencer o morir” – Lotta armata e terrorismo di stato in Argentina, il Saggiatore, 2004
3. Pablo Llonto, I Mondiali della vergogna, Edizioni Alegre, 2010
4. Ibidem
5. Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer Editori, 1997
6. Simon Kuper, Calcio e potere, Isbn Edizioni, 2008
7. Llonto, cit.